«SONGS FOR JETHRO - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - SONGS FOR JETHRO - la recensione

Recensione del 06 feb 2001

La recensione

Ci fu un tempo in cui i Jethro Tull erano tra le principali rockstar del mondo – non un gruppo "cult" o "di nicchia", ma una band in grado di ottenere più volte il n.1 nelle classifiche USA, quelle per cui gli Oasis darebbero anche tutte le sopracciglia.
Ora quel tempo sembra lontano, sepolto da un clima musicale che nonostante le varie riscoperte dei filoni acustici e folk, non ha mai guardato con troppo interesse alle "contaminazioni" operate in oltre trent’anni dal menestrello su una gamba sola, l’istrione Ian Anderson. E’ quindi interessante l’iniziativa di un tributo italiano, realizzato con la collaborazione del fan club ufficiale. Tra quelli che hanno aderito non ci sono grandi nomi, tali da strappare il trafiletto sul giornale – ma il risultato è forse proprio per questo più interessante. Perché il disco risulta un onesto omaggio ai Jethro Tull, che sarà sicuramente molto gradito dai fans, pronti ad apprezzare alcune gradevoli e spesso stimolanti "variazioni Tull" sul repertorio che sicuramente conoscono bene.
Tra le cose che val la pena di segnalare, il fatto che parecchi cantanti sembrino effettivamente imparentati con Ian Anderson: il timbro è così simile, che viene la tentazione di andare a controllare le nascite nelle città italiane visitate dal frontman negli anni ‘70. Tra le numerose testimonianze di fede (la più aderente quella degli Oak, la cui "A song for Jeffrey" è difficile distinguere dall’originale) va sottolineato che c’è anche chi prende spunto dalle invenzioni di Anderson per una rilettura personale: spiccano in tal senso la spiritata "Aqualung" dei Novalia, o le dilatazioni jazzy degli Algebra in "Up to me", o gli arricchimenti "etnici" di Cpt. Elica e Dissòi Lògoi ("Fat man"). Vengono pressochè ignorate le velleità sperimentali ed elettroniche manifestate a tratti dalla band nella sua lunga storia, privilegiando a tratti il filone acustico (irresistibile "Nursie" nella versione dei Circle Game), più spesso quello ruvidamente elettrico. In particolare colpisce l’omaggio al wah-wah di "Locomotive breath" (qui i discepoli di Jethro difficilmente saranno d’accordo con la scomparsa del cantato), che è anche un omaggio ai vecchi tempi in cui la chitarra era protagonista, come sembrano testimoniare anche Dario Lombardo & Chicago Blue Revue che elevano a "standard" la vecchia "Cat’s squirrel". Una segnalazione particolare merita "Mother goose" degli U.B.T., che sembrano gli Stone Temple Pilots (che i Jethro Tull siano progenitori del grunge come Neil Young?). Ulteriore chicca per chi è "troppo vecchio per il rock’n’roll e troppo giovane per morire": una "We used to know" registrata dal vivo in provincia di Alessandria, con Clive Bunker, Glenn Cornick e John Evans ospiti straordinari dei Grand Court Jesters.

(Paolo Madeddu)
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