«WARNING - Green Day» la recensione di Rockol

Green Day - WARNING - la recensione

Recensione del 18 ott 2000

La recensione

Diceva John Fogerty, che è uno che di queste cose se ne intende: “A volte credo che la vita sia come un rodeo, il segreto è cavalcare fino a quando non suona la campana”. Questo per dire che a volte, anche nel rock’n’roll, il segreto è nell’avere il manico. Prendete i Green Day, ad esempio: in termini di successo sono andati in paradiso e tornati, mentre in termini di critiche e superlavoro sono scesi all’inferno, riuscendo però a tornare pure da lì. Come in un immaginario rodeo il gruppo di Billie Joe, Mike Dirnt e Tré Cool e riuscito a rimanere aggrappato in sella, ha lasciato passare la buriana e adesso torna con questo “Warning” nel quale, semplicemente almeno quanto è semplice il disco, dà il meglio di sé. 12 canzoni che scorrono via veloci, a tratti pericolosamente simili, a tratti altrettanto pericolosamente ispirate a svariati mondi musicali di riferimento, dai Clash ai Pogues, dalle Bangles agli Stray Cats di Brian Setzer, dai Beatles fino ai Cake, raccontano il nuovo mondo dei Green Day, fatto di sesso, divertimento, musica e una giusta dose di critica sociale. “Warning”, lungi dall’essere un disco punk, è invece il perfetto album di rock’n’roll da campus universitario, quello da ascoltare sdraiati sul letto della propria stanzetta tappezzata di poster mentre si medita l’evasione, la fuga notturna o il coast to coast a cavallo dei pullman. E in questo senso i Green Day colgono nel segno, dimostrando di conservare inalterata la capacità di parlare ai kids di tutto il mondo, nonostante siano cresciuti di qualche anno. Li avvisano dei pericoli messi in giro dalla società massificatrice in “Warning”, affrontano cattolicesimo, bulli e pupe con “Church on sunday”, tratteggiano grottescamente la trasgressione con “Blood, sex and booze”, si dichiarano seri alfieri della “Minority”, sparano fuori due hits da “vacanza della vita” con “Waiting” e “Deadbeat holiday”, e hanno anche il tempo per qualche presa per il culo accessoria come “Fashion victim”. Il tutto in un disco che necessita volume alto e possibilmente autoradio e finestrino abbassato, estivo molto più che invernale, e che mette in luce ciò che i Green Day ancora oggi sanno fare meglio: divertirsi e divertire. In questo sono dei veri professionisti, e difficilmente cadranno da cavallo prima del suono della campana.
(Luca Bernini)
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