«WHITE LADDER - David Gray» la recensione di Rockol

David Gray - WHITE LADDER - la recensione

Recensione del 10 ott 2000

La recensione

Caruccio, triste e malinconico. Questo è David Gray, balladeer gallese che ogni mattina prima di andare a struggersi sulla sua chitarra dà un bacino alle foto di Bob Dylan, Van Morrison e Nick Drake (e forse persino John Martyn). C’è un po’ di tutti costoro in “White ladder” e nei suoi dieci quadretti acustici – alcuni dei quali sono più quadroni che quadretti, visto che ad esempio “Silver lining” si prolunga voluttuosamente fino a sei minuti circa. Lo stile di Gray si puntella su brevi invenzioni acustiche, arpeggi anche appena accennati ma spesso ripetitivi, che fanno da contrappunto a una voce lasciata libera di vagare - il che è una buona idea, perché con il suo sapiente controllo del timbro il 30enne cantautore riesce a tenere avvinti anche laddove la quasi eccessiva rinuncia alla ritmica rischia di far precipitare l’album nella categoria dei dischi “noiosini”. E sarebbe un peccato, perché l’atmosfera un po’ troppo mesta e trascinata di “Nightblindness” o “This year’s love” rischia di far disperdere il suadente romanticismo di brani come “Sail away” e “Say hello wave goodbye”, o la immediatezza non banale di brani più incalzanti come “Please forgive me”. A parte queste riserve, l’ascolto ripetuto induce facilmente a lasciarsi scivolare nel piacevole bozzolo acustico di Gray, e se ultimamente nel vostro sacchetto della spesa ci sono solo vecchi dischi di Dylan e Morrison (che peraltro avevate già in versione vinile), le gentili trame folk-blues di “White ladder” meritano la vostra considerazione.
(Paolo Madeddu)
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