«CALIFORNICATION - Red Hot Chili Peppers» la recensione di Rockol

Red Hot Chili Peppers - CALIFORNICATION - la recensione

Recensione del 10 giu 1999

La recensione

Questo è il disco che dovreste infilare nel **** a tutti quelli che, per giustificare la monnezza che c’è in giro, si riempiono la bocca di frasi tipo: “Ma sì, tanto alla fine nessuno inventa niente…”, oppure: “Ma cosa ti aspettavi…qualcosa di nuovo? Che pretese!”. E così giù a spacciare melma per cioccolata, nel festival sonnolento che celebra le classifiche e i fenomeni del momento. Questo per dire:
1. Che c’è modo e modo di essere ‘nuovi’, e che comunque si può fare un disco non necessariamente ‘originale (nel senso di mai ascoltato prima)’ dal punto di vista delle canzoni, ma comunque vivo e pieno di carica. E CALIFORNICATION è proprio così.
2. Che siamo pronti a giocarci ciò che abbiamo di più caro sul fatto che questo album possa arrivare primo in classifica in Italia, o comunque vendere tanti dischi e non perché sia un album ruffiano, ma perché è uno dei pochi dischi in circolazione che ti riescano a conquistare e a trascinare per la loro energia.
CALIFORNICATION è qualcosa in più di un ritorno. E’ anzitutto un grande ritorno. Il ritorno di un grande gruppo, di nuovo con John Frusciante alla chitarra al posto del nuovamente addizionato Dave Navarro. E’ il ritorno di una reazione chimica che aveva dato risultati splendidi in passato e che ne dà di altrettanto splendidi qui. E’ il ritorno di uno stile musicale, di un genere – il crossover – che nasce e che muore bastardo, mai così opportuno nel rappresentare il millennio che finisce, la voglia di fare a pezzi da un lato e la leggerezza dell’anima dall’altro. E’ il ritorno di una musica scomoda, che non chiede permessi, litigiosa per natura, da sparare in macchina quando, quest’estate, sarete tutti in giro su qualche strada. E’ il ritorno di ballad strepitose come “Scar tissue” e “Californication”, di funky-hop come “Around the world” e “Get on top”, di melodie struggenti come quelle di “Porcelain”, “Parallel universe” e “Emit remmus” (un gioco di parole che scrive al contrario ‘summer time’). E anche se la scelta di aprire le ostilità promozionali con un singolo come “Scar tissue” – diretta filiazione di “Under the bridge” – fa molto ‘californication’ e poco rock’n’roll, sull’album c’è talmente tanta polvere da sparo da far saltare in aria chiunque lo ascolti. Niente di nuovo sotto il sole, siamo d’accordo, però quanto scotta QUESTO sole…
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