«SKELETÁ - Ghost» la recensione di Rockol

Ghost, liturgie per l'anima

Con “Skeletá” Tobias Forge e i suoi demoni mettono a nudo l'inferno nascosto sotto la maschere

Recensione del 25 apr 2025 a cura di Marco Di Milia

Voto 7/10

La recensione

Per dare forma all’abisso non serve precipitare dal cielo. Quel volo, a ben vedere, è già stato compiuto, mentre per rivelare nuovi inferni basta guardarsi dentro. Così, nella congrega dei Ghost, il vuoto non si scava più nei miti apocalittici, ma tra le pieghe della carne e le cicatrici dell’anima.

Sotto la maschera

Esplorando una dimensione tutta umana del dolore, con l’ultimo “Skeletá” la sulfurea formazione svedese guidata da Tobias Forge mette così in scena il suo lavoro più intimo e introspettivo. Senza rinunciare alla consueta teatralità, il pontefice e leader supremo della band, come raccontato nella nostra intervista esclusiva, orienta la narrazione verso una sfera interiore, incarnata dalla figura tetra di un nuovo alter ego, Papa V Perpetua, a metà tra una maschera veneziana e un teschio barocco, dallo sguardo magnetico e dal cerone, se possibile, un tantino meno rassicurante dei suoi illustri predecessori.

Se però con “Impera”, si narrava con toni epici dell’ascesa e la caduta degli imperi, il nuovo album invece, è un’opera dai toni confessionali e densa di sentimenti irrisolti, quali emozioni, illusioni e perdita. Un racconto filtrato attraverso la lente sanguigna dei Ghost, che qui abbandonano i loro classici pipistrelli cimiteriali per dar voce a nuove forme di oscurità, forse poco soprannaturali, ma non per questo meno inquietanti.

Ossa, sentimenti e fantasmi

Eppure, anche se profondamente terreno, “Skeletá” riesce a combinare i classici elementi della premiata accolita di Forge, flirtando volentieri in un gioco di rimandi e suggestioni con gli anni Ottanta, i Journey e l'hard rock di Def Leppard,  e Alice Cooper come con il pop più audace di matrice scandinava, tra toni drammatici, tastiere solenni, chitarre rocciose e ritornelli esplosivi. Si passa così dall’organo ecclesiastico che apre “Peacefield” ai toni cupi della notturna “Lachryma”, in cui si ammette la resa ai propri sentimenti. Ancora, l’abbandono al male arriva nel riff contagioso del singolo “Satanized”, dove sotto la superficie si nasconde un deciso senso di disfatta, con il protagonista che non è affatto il seduttore delle tenebre, ma una vittima del proprio tormento interiore. “There is something inside me / And they don't know if there is a cure” canta Forge, con una nuova, sinistra, consapevolezza.

Ancora, non manca certo al cantante un lessico decisamente ricercato, come con la robusta marcia “De profundis borealis” o nell'elettrica “Cenotaph”, in cui con la metafora del cenotafio, monumento sepolcrale privo di corpo, si affronta il tema di lasciar andare una parte di sé. In tanta mestizia trovano spazio le incursioni nei territori al confine tra sacro e profano, vero marchio di fabbrica dei Ghost, come nei riferimenti ai Quattro Cavalieri di biblica memoria di “Marks of the Evil One” o nel corteggiamento sensuale e mellifluo della graffiante “Umbra” e pure nei “missili d’amore” sparati con tragicomica precisione in “Missilia amori”.

Ma “Skeletá” non è soltanto un album che tende alla semplice provocazione con storie placidamente orrorifiche. Dopo oltre quindici anni di carriera, Tobias Forge e la sua accolita di demoni senza nome puntano a tracciare una differente visione di drammatica vulnerabilità, non solo attraverso  la lente deformante della religione come palcoscenico per fare critica e spettacolo, ma anche con uno sguardo penetrante sui conflitti interiori e le fragilità umane.

Carne e tenebra

Succede così nella malinconica liturgia di “Guiding lights”, e in chiusura, nel congedo crudo e disarmante di “Excelsis” in cui in una sorta di requiem conclusivo si intona: “So che fa male / tutti se ne vanno / tu lo farai / anch’io lo farò.” È il sigillo finale su un album fitto sì di tenebre, soprattutto esistenziali. Tra chiaroscuri espressivi si scoprono all’osso - da cui il titolo - le tante forze terrene legate a epiloghi e cambiamenti, capaci di scuotere perfino l'imperturbabilità dell’Ade.

“Skeletá”, in ultimo, per la sua architettura, non ha l'astuta sfrontatezza degli album precedenti, ma in cambio apre le porte a un inedito spirito emotivo, tra inevitabili maschere e brutale realtà. Nei suoi brani si dispiega in melodie contenute anziché esplodere in cori insieme minacciosi e liberatori, lasciando allo scoperto una tensione più intima e sommessa. Dannatamente imperfetto - e non poteva essere altrimenti in mezzo a tanto zolfo - segna in questo modo l’inizio di un nuovo capitolo nella narrazione dei Ghost, per portare tra luci, ombre e diavolerie assortite un mondo interiore profondo, dominato dagli stati d'animo. Un regno dove le ombre non sono solamente i comuni demoni che affollano gli inferi, ma ben più terribili fantasmi personali.

Tracklist

01. Peacefield (05:40)
02. Lachryma (04:36)
03. Satanized (03:56)
04. Guiding Lights (03:24)
05. De Profundis Borealis (04:32)
06. Cenotaph (04:17)
07. Missilia Amori (04:31)
08. Marks of the Evil One (04:15)
09. Umbra (05:31)
10. Excelsis (06:01)
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