«KILLING PURITANS - Armand Van Helden» la recensione di Rockol

Armand Van Helden - KILLING PURITANS - la recensione

Recensione del 19 ago 2000

La recensione

L’anno scorso, quando uscì “Remedy”, il disco d’esordio dei Basement Jaxx, Van Helden, da molti considerato come un guru per la nuova scena garage e house mondiale, disse che il disco di Basement Jaxx era una bomba perché i due erano riusciti “a fottersi l’house music dal di dietro”. Era una definizione molto colorita per definire il lavoro di “contaminazione” messo in atto da Basement Jaxx di un genere, l’house, da sempre associato, in termini di suoni, a un’idea di pulizia, a un concetto “fighetto” della musica in 4/4. Oggi, paradossalmente, per definire questo nuovo disco, intransigente e integralista come da molto non si sentiva nella scena dance, potremmo dire che Van Helden, oltre a “fottersi l’house” da dietro, si è spinto più in là, sodomizzandola, torturandola, vomitandogli addosso ritmi e suoni rumorosissimi, oltre che cercando di contaminarla con l’altro suo amore confessato, l’hip hop. Come? Colpendoci con un upper cut da collasso istantaneo del calibro di “Little black spider”, un pezzo di funk rock a ritmo di 4/4, costruito attorno a un sample di un riff di chitarra rubato agli Scorpions. Pensando un pezzo come “Koochy”: glam house punkeggiante a base di synth pop (il sample centrale è preso in prestito a un classico di Gary Numan: “Cars”), electro e hip hop (Armand Van Helden stesso “rappa” in questo brano). Regalandoci il primo esperimento di deep house noisy, magicamente in bilico tra ritmi tribal techno, percussioni latin e afro (in “Watch your back”, in cui, alla voce, si fa accompagnare da una vocalist black di grande impatto come N’Dea Davenport). E poi ancora Van Helden si inventa una versione punk garage di “I’ll house ya” dei Jungle Brothers, fa il verso, a modo suo (in versione low fi, punk), a un classico del rap come “Rapper’s delight” di Sugarhil Gang (nella scherzosa “Full moon”, pensata con Common, una delle nuove stelle dell’hip hop newyorkese). E in tutti questi episodi, con modalità e riferimenti musicali diversi, ancora una volta, con più forza e convinzione, Van Helden ural al mondo la sua voglia di “punkizzare” l’house. Una voglia che questa volta, così come nel disco precedente, lo ha portato a eccellenti risultati. In altre parole, non lasciatevi scappare questo disco!
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