«SCHVITZ - Vulfpeck» la recensione di Rockol

Schvitz, il pastiche retro-funk dei Vulfpeck

Sesto album del collettivo americano. Suonato magnificamente, ma poco rivelante.

Recensione del 13 gen 2023 a cura di Michele Boroni

Voto 7/10

La recensione

È probabile che molti di voi non abbiamo mai sentito parlare dei Vulfpeck, benché siano al loro sesto album in studio e che negli anni abbiano riempito arene come il Madison Square Garden durante i loro tour. 
Si tratta in effetti di un fenomeno molto americano: i Vulfpeck sono un collettivo di straordinari musicisti che proseguono in parte l'eredità di Frank Zappa, anche se in salsa più easy listening, soul e retro-funk. 
Da un altro punto di vista somigliano anche ai nostri Elio e Le Storie Tese sia per la capacità tecnica sia per la loro vis comica, specialmente nelle loro esibizioni live.

La band 

Quindi, breve riepilogo: i Vulfpeck sono una band formata nel 2011 dai polistrumentisti Jack Stratton e Theo Katzman, il tastierista Woody Gross e il bassista Joe Dart conosciutisi nella facoltà di musica dell'Università del Michigan. Il nome deriva da un finto conio tedesco che suona come “branco di lupi”: in realtà sono più una sorta di collettivo a cui spesso si uniscono altre figure come il chitarrista Cory Wong, il cantante Joey Dosik e altri, tutti di altissimo livello tecnico e con tanta voglia di suonare e giocare (to play in purezza). In realtà loro si propongono anche come una house band à la The Funk Brothers, il gruppo che accompagnava tutti gli artisti nel periodo d'oro della Motown. 

Il disco 

Ma veniamo a questo loro “Schwitz” (parola yiddish che significa sudore ma anche bagno turco, dove raccontano sia stato registrato gran parte del disco) uscito il 30 dicembre senza neanche un grande battage pubblicitario. L'iniziale  “Sauna” introduce subito al mondo sonoro dei Vulfpeck con un disinvolto pop funk arrangiato e suonato benissimo e con i coretti al punto giusto. 
Il seguente “Earworm” ci trasporta subito nel loro mondo buffo, giocherellone e orecchiabile (siamo dalle parti di “Sesame Street” ma suonato dagli Steely Dan). Il disco prosegue così tra disco (“New Guru”) e una cover soul di “Gotta serve somebody” di Bob Dylan (“Serve Somebody”), funk da library (“Romanian Drinking Song”) e easy listening in purezza (“Simple Step”). 
Tutto molto piacevole, ma l'effetto finale al termine di vari ascolti è un po' quello dell'irrilevanza, cioè del divertimento fino a se stesso legato alla gran tecnica, di un simpatico diversivo e un tributo nostalgico che fa semplicemente desiderare di tornare ad ascoltare agli storici dischi soul-funk per trovare qualcosa di un po' più sostanzioso.

La canzone da playlist 

C'è però una canzone che si distacca dal resto. “What did you mean by love?” è una canzone cantata dall'ospite Antwaun Stanley, una ballad un po' storta ma piena di sentimento e passione (che mancano un po' nel resto del lavoro) grazie anche a un gran lavoro di organo. 

 

 

Tracklist

01. Sauna (03:15)
02. Earworm (02:24)
03. New Guru (03:24)
04. All That’s Left Of Me Is You (02:52)
05. Simple Step (02:45)
06. In Heaven (03:36)
07. Serve Somebody (04:22)
08. Romanian Drinking Song (03:52)
09. What Did You Mean By Love? (04:33)
10. Miracle (03:24)
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