«CRACKER ISLAND - Gorillaz» la recensione di Rockol

"Cracker Island", l'album maturo dei Gorillaz

La band di Albarn mescola il proprio senso del groove con l'intimismo dei suoi lavori da solista

Recensione del 24 feb 2023 a cura di Michele Boroni

Voto 8/10

La recensione

Tutti coloro che considerano i Gorillaz il “giochino” di Damon Albarn dovranno ricredersi ascoltando “Cracker Island”, l'album numero otto della band virtuale ideata insieme all'illustratore Jamie Hewlett. Il disco infatti riesce a mescolare perfettamente il luna park funk e aperto tipico del progetto con canzoni più raccolte che sembrano uscite dal canzoniere solista di Albarn. 

Un album vero, non un mixtape

Quando si pensa ai Gorillaz la maggior parte di critica e pubblico fa immediatamente riferimento alle canzoni contenute nell'esordio del 2005 “Demon Dayz” e alla loro punta di diamante “Plastic Beach” (2010), due affreschi musicali e progetti multimediali di altissimo livello. In seguito i dischi dei Gorillaz – tutti recensiti qui su Rockol – hanno abbracciato l'estetica dei mixtape e delle compilation eclettiche e barocche, alcune volte non centrando precisamente il tiro come in “The Fall” (2010) e "Humanz" (2017), altre volte generando dischi piacevolissimi come “The Now Now” (2018) e “Song Machine: Season One – Strange Timez” (2020). 
Prima di proseguire con la seconda stagione del jukebox di Song Machine, Albarn (qui nelle vesti di 2D) ha voluto realizzare un vero album con questa raccolta di canzoni dolcemente distopiche che prendono il meglio dei Gorillaz e delle varie scappatelle soliste e con altri del leader dei Blur. 
La formula in realtà non cambia molto: la maggior parte sono canzoni dalla matrice più dance funk (la title track con il giro di basso di Thundercat, “New Gold”, “Tarantula” tra le altre) ma questa volta ci sono alcune tracce (“The tired influencer”, “Skinny Ape”, “Possession Island”) che sembrano uscite da “Everyday Robots” il sorprendente disco solista albarniano del 2014. In questo caso le profezie apocalittiche ambientaliste che hanno sempre fatto parte del mondo Gorillaz lasciano il posto al burnout personale del cantante londinese.

Gli artisti ospiti e la grandezza di Albarn

In un mondo dove ormai le featuring sono tante e spesso combinate a caso o seguendo trame lontane dal piano musicale, Damon Albarn/2D ha sempre fatto delle scelte funzionali e artistiche, spesso riesumando nomi dal passato come Grace Jones, De La Soul, Ike Turner e  Leee John degli Imagination, ma anche giovani promesse come JPEGMafia, Banjamine Clemintine e Slowthai prima che diventassero famosi, come pure nomi di superculto come Peven Everett o Jamie Principle, creando degli accoppiamento bizzarri. 
In questo disco c'è una gran cura nelle assegnazione delle featuring, quindi sentiamo in “Oil” la voce aspra e consumata di Stevie Nicks cantare insieme ad Albarn la volontà di raggiungere un luogo “when you can’t help yourself anymore and the madness come”, o l'habitué Beck nella finale “Possession Island” con le atmosfere che ricordano il più cupo progetto di Albarn, The Good, the Bad and the Queen. 
L'incontro con Kevin Parker dei Tame Impala e il rap di Bootie Brown in “New Gold” regalano una clamorosa hit pop e i Gorillaz riescono a coinvolgere anche la popstar globale Bad Bunny mescolando il calore caraibico e il reggaeton con l'accattivante melodia pop albarniana. 

Per concludere, dieci tracce che possono essere dieci singoli, senza nemmeno un filler. Con “Cracker Island” i Gorillaz realizzano un disco dalle grandi potenzialità commerciali senza perdere un grammo della loro fiammeggiante creatività.

Tracklist

01. Cracker Island (feat. Thundercat) (03:33)
02. Oil (feat. Stevie Nicks) (03:50)
03. The Tired Influencer (03:31)
04. Silent Running (feat. Adeleye Omotayo) (04:26)
05. New Gold (feat. Tame Impala and Bootie Brown) (03:35)
06. Baby Queen (03:40)
07. Tarantula (03:31)
08. Tormenta (feat. Bad Bunny) (03:13)
09. Skinny Ape (04:41)
10. Possession Island (feat. Beck) (03:26)
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