«STUMPWORK - Dry Cleaning» la recensione di Rockol

I Dry Cleaning potrebbero rubarvi il cuore

Secondo album per il quartetto di Londra

Recensione del 28 ott 2022 a cura di Paolo Panzeri

Voto 8/10

La recensione

I Dry Cleaning sono tali dal 2018 per iniziativa di quattro ragazzi londinesi: la cantante Florence Shaw, il chitarrista Tom Dowse, il bassista Lewis Maynard e il batterista Nick Buxton. Dopo una gavetta a base di qualche singolo e alcuni EP, l'esordio sulla lunga distanza nell'aprile 2021 con “New long leg” che è stato ben accolto lassù in Britannia, quarta posizione nella classifica di vendita. Un anno e mezzo più tardi, e siamo ai nostri giorni, la band bissa il primo impegno pubblicando “Stumpwork”. Il gruppo, confortato dal buon risultato e dal gradimento ricevuto dall'album d'esordio, e fedele alle sue caratteristiche, non ha cambiato rotta, ha riproposto i piatti presenti nel precedente menu mettendoli maggiormente a fuoco, ben compensando con una migliore perizia l'effetto novità di “New long leg”.

Ci sento gli Smiths

Riportata così suona davvero male, ma in realtà non è assolutamente un male. I Dry Cleaning sono immediatamente riconoscibili per la capacità di creare raffinate trame sonore che vanno a supportare alla perfezione il cantato, anzi il parlato - altro elemento di immediata riconoscibilità - di Florence Shaw che non è mai fuori posto, sia che si tratti di dare corpo al pop melodioso e leggero di “Gary Ashby” e “Kwenchy kups” oppure di fare un passo di lato, come accade in “Driver's story”, per lasciare agio alla tessitura degli strumenti. “Hot Penny Day” regala un sotterraneo e lontano sentore di Red Hot Chili Peppers, ma in salsa assolutamente psichedelico british. La chitarra si erge a protagonista in “No Decent Shoes for Rain”, brano che si fonde senza requie con il singolo “Don't Press Me”, uno dei pochi episodi in cui Florence si azzarda a cantare, e solo per un poco. In “Conservative hell” fa capolino, in sottofondo, nel finale, uno sfuggente suono di sax. “Liberty log” è ipnotica, trasporta in mondi lontani, forse oscuri e pericolosi, ma ai quali non si può resistere e si viene inesorabilmente calamitati. Ciò accade in altra misura anche nel brano di apertura, “Anna calls from the Arctic”, che dà il la e ci attira, ignari, nella trappola. Ci si perde nelle sghembe storie che racconta Florence, ci si perde nella scelta delle parole di Florence.

La malia della magia

Le canzoni dei Dry Cleaning non regalano molti appigli, il loro è un ascolto per cui non è fornita una rete di protezione in cui sperare nel caso improvvidamente si dovesse scivolare. Questa è materia viva difficilmente classificabile, un unicum sempre in movimento, mai uguale a se stesso, che affascina e non permette vie di fuga. Quella che la band inglese evoca non è magia, è piuttosto una malia. La malia di sonorità già mandate a memoria in un passato più o meno lontano (Smiths? jazz?), ma che risultano confezionate come ti piacerebbe se avessi un gruppo di amici con cui suonare. E' un qualcosa che ha poco di razionale, ha a che fare con l'incapacità di reagire, con il non riuscire a gestire l'emozione. Aldilà degli inutili e reiterati giri di parole, questo è davvero un grande gruppo.

Tracklist

01. Anna Calls From The Arctic (04:57)
02. Kwenchy Kups (02:45)
03. Gary Ashby (02:10)
04. Driver's Story (03:41)
05. Hot Penny Day (03:37)
06. Stumpwork (04:11)
07. No Decent Shoes For Rain (05:57)
08. Don't Press Me (01:50)
09. Conservative Hell (03:48)
10. Liberty Log (06:52)
11. Icebergs (05:23)
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