«:BRAVE NEW WORLD - Iron Maiden» la recensione di Rockol

Iron Maiden - :BRAVE NEW WORLD - la recensione

Recensione del 26 giu 2000

La recensione

La pazienza si sa, è la virtù dei forti e per ascoltare nuovamente un disco da studio degli Iron Maiden con alla voce Bruce Dickinson ce n’è voluta veramente tanta: cinque anni d’attesa. Circa un lustro è stato infatti il periodo che abbiamo aspettato perché Bruce prestasse nuovamente la sua ugola e si riappacificasse con Steve Harris. Tutto questo però a discapito del fin troppo bistratto Blaze Bayley, che però senza prendersela troppo, finita l’avventura coi Maiden, ha intrapreso la carriera solista. A ritornare all’ovile non è stato solo il mitico vocalist: anche Adrian Smith ha seguito le stesse orme, affiancandosi così a Dave Murray e Janick Gers e dotando i Maiden di ben tre chitarre! Saziati dall’averli visti di nuovo on stage con il tour dell’anno scorso, ecco arrivare il dessert, il dolce che ci solleticherà l’appetito: un fiammante disco degli Iron Maiden! La produzione è toccata a Kevin Shirley, convocato dallo stesso Harris dopo che aveva sentito il suo lavoro con i Silverchair. “Brave new world” parafrasa un racconto del guru psichedelico Aldous Huxley, quasi a voler introdurre l’ascoltatore in una nuova e colorata visione musicale, abitata dal mostriciattolo Eddie. La prima cosa che farà ogni buon fans è cercare di paragonare queste dieci canzoni con il repertorio precedente. In effetti sforzandosi si potrebbero trovare dei paragoni tra “Brave new world” e la passata discografia, ma sicuramente questo nuovo lavoro si potrebbe collocare idealmente tra “Somewhere in time” e “Seventh son”. Dickinson è in piena forma e la sua estensione vocale raggiunge gloriose vette, mai raggiunte in “Fear of the dark” e “No prayer for the dying”. Toni epici, duelli-insegumenti tra voce e chitarre, galoppate di basso: sono questi i fondamentali di “Brave new world”. Il primo singolo estratto corrisponde anche alla prima traccia “The wickerman”, una canzone per certi versi classica nel suo stile, così come la battagliera “The mercenary” e la NWOBHM “The fallen angel”. “Ghost of navigator” e “Out of the silent planet” possiedono toni molto epici, mentre “Brave new world” mischia il folk con un suono prog-rock. “Blood brothes” è arricchita da strumenti classici, un’opera di Harris che ha voluto ricordare così il proprio padre recentemente scomparso. “Dream of mirrors” e “The nomad” con i loro nove minuti di lunghezza producono un effetto quasi ipnotico. L’ultima “The thin line between love and hate” è forse la meno esaltante dell’intero disco, ma è anche un pretesto per permettere a McBrain di fare un po’ d’autoironia. Grande Dickinson e grandi Iron Maiden.
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