Sinead O' Connor: 'Oggi canto il Vecchio Testamento'

Sinead O' Connor: 'Oggi canto il Vecchio Testamento'
In questi vent’anni ha cantato di tutto, Sinead O’Connor: i suoi tormenti personali e i grandi standard pop del Novecento, Prince e il folk irlandese, il reggae di Bob Marley e quello di Burning Spear. Ora, con il doppio album “Theology” che esce in Italia il 15 giugno per la Radiofandango di Procacci e Senardi, persino salmi sacri e versi estratti dai libri di Giobbe, Isaia e Geremia, con l’aggiunta di sue canzoni a tema, una Maria Maddalena in versione musical (la celebre “I don’t know how to love him” di Lloyd Webber e Rice, da “Jesus Christ Superstar”), un omaggio all’amata Giamaica (il classico “Rivers of Babylon”) e uno all’orgoglio afroamericano (“We the people who are darker than blue” di Curtis Mayfield, inno al rispetto di sé). Irlandese cattolica, anche se (quasi inutile ricordarlo) da sempre ferocemente critica nei confronti delle organizzazioni ecclesiastiche, Sinead confessa di aver “sempre voluto scrivere un libro di teologia”. “Ma siccome non ne sarei capace”, spiega ai giornalisti venuti ad incontrarla in un hotel milanese, “ho pensato di tradurlo in musica. Sono ricorsa alle scritture del Vecchio Testamento perché mi affascinano da quando ero bambina, penso che per molti artisti la sua intensa drammaticità rappresenti un forte motivo di attrazione. Il Nuovo Testamento è molto più conosciuto, molto più indagato. Però, quando avevo ormai completato il disco acustico che fa parte di questo progetto, ho pensato che un omaggio avrei voluto farlo comunque. Mi è tornata in mente ‘I don’t know how to love him’. Non è che ‘Jesus Christ’ mi piaccia tutto: ma quando la sentii la prima volta, avevo otto anni, pensai subito che quella era la ‘mia’ canzone””.
Due dischi, appunto: una “Dublin” session acustica e una “London session” per band e orchestra che propongono un programma quasi identico. Come mai? “E’ successo per caso. Avevo iniziato a lavorare su alcuni provini elettrici con un amico quando ho deciso di fare un disco acustico. Avrebbe dovuto uscire solo quello, pensavo di rimandare a un momento successivo il lavoro su quei demo: ma il mio amico si è messo a piangere, mi ha supplicato di portare subito a termine il lavoro e mi ha convinto”. Il nodo centrale del doppio disco ricorre a più riprese: per avvicinare davvero Dio, canta Sinead, bisogna “liberarlo” dalle costrizioni e dai legacci della religione organizzata. “Mi piace studiarle, le religioni, e nutro nei loro confronti un profondo rispetto. Ma Dio è un’altra cosa, non credo desideri che gli uomini seguano la fede attraverso i dettami di una qualunque religione. Se venisse sulla Terra trascinerebbe in tribunale tutti i blasfemi che commettono nefandezze e guerre in suo nome. Le guerre che ci circondano, per me, sono la prova di quanto l’umanità continui a vivere scollegata da Dio. E’ successo per tanto tempo anche nel mio paese, la questione nordirlandese non ha motivazioni religiose ma piuttosto spirituali: purtroppo ci hanno insegnato che i problemi si risolvono con la violenza, invece che con l’amore, la comprensione e l’accettazione degli altri. Blair è riuscito a pacificare le due fazioni, indipendentisti e fedeli alla Corona, è vero… ma senza un cambiamento profondo nei cuori della gente, senza la sua volontà, non avrebbe ottenuto nulla”.
E’ una Sinead quieta e pacificata, quella che ci siede davanti, desiderosa con il suo disco di “trasmettere con la musica qualcosa di bello, stimolare chi ascolta alle proprie meditazioni spirituali, ed esprimere gratitudine al Creatore”. Anche se chiude l’interruttore e risponde sbuffando alle ennesime domande sulla foto stracciata di Papa Giovanni Paolo II: “E’ passato tanto tempo. Negli anni della sua vecchiaia, però, mi sono sentita vicina a lui, mi ha toccato vederlo costretto a esibirsi in giro per il mondo quand’era anziano, malato e sofferente. Ricordo un suo discorso dalla finestra su Piazza San Pietro, la voce terribilmente affaticata. Qualcuno gli passò un bicchiere d’acqua con un braccio meccanico. Neppure un gesto umano di conforto, di solidarietà, da parte degli alti prelati che lo circondavano: se non sanno farlo nei confronti del loro padre spirituale, pensai, come possono farlo nei riguardi del resto dell’umanità? Che cosa penso di Papa Ratzinger? Che posso dire…E’ tiepido. Né caldo né freddo, né carne né pesce’”. Qualcuno la pungola a proposito della sua religiosità “fai da te”, un misto di rastafarianesimo e di cattolicesimo sui generis, ma Sinead non si scompone. “Il cosiddetto rastafarianesimo, a differenza di quel che pensano in molti, non è una religione, ma un movimento che ha l’obiettivo di ricordare al mondo l’esistenza di Dio; per questo continuo ad aderirvi con tutta me stessa. Si può vivere un’intera vita in preghiera. Io con Dio comunico in ogni momento della giornata”.
O almeno in quelli che le restano liberi una volta espletati gli impegni professionali e domestici: Sinead ha partorito da cinque mesi il suo quarto figlio. “Il primo, Jake, oggi ha vent’anni, l’età che avevo io quando l’ho concepito. E’ nato tre settimane prima dell’uscita del mio primo disco, si può dire che è cresciuto insieme a me, siamo come due amici e per questo è abituato ad accettare il mio doppio ruolo. Gli altri, Roisin di 11 anni, Shane di 3 anni e Jeshua di 5 mesi, no: per loro esisto solo come mi vedono a casa, in pigiama e pantofole. Non vengono ai concerti e il fatto che io ogni tanto sparisca di casa e non sia a loro disposizione li manda fuori di testa. Per cercare di gestire la situazione, mi sono data delle regole precise: faccio promozione solo ogni due anni, e per non più di sei mesi complessivi; ogni volta non sto lontana da casa più di 10 giorni alla volta. Per questo non chiedetemi le date del mio prossimo tour: io stessa voglio esserne informata a blocchi, un pezzo per volta. So solo che inizieremo il 6 luglio, mentre a fine giugno terremo due piccoli concerti acustici a New York e Los Angeles. E che nella scaletta che abbiamo provato, circa un’ora e venti di durata, ci sono solo due canzoni da ‘Theology’ e un altro paio nei bis. Con le altre si incastrano a meraviglia, sarà che io e il mio gruppo siamo proprio bravi!”. Distante anni luce dalla scena pop rock attuale (“la tv a casa la monopolizzano i bambini, e io Mtv non la guardo: però mi piacciono Lily Allen ed Amy Winehouse”), non ci pensa più, però, ad abbandonare la musica tout court come aveva deciso di fare anni fa. “No, non posso: la mia professione mi serve a pagare le bollette. Anche se ho un delizioso compagno italo-americano, vivo da sola con i miei figli, la tata, due cani, due pesci e due tartarughe nella mia casa di Dublino vicino al mare. Sono una donna indipendente. Anche per questo ho fatto un disco come ‘Theology’: le donne hanno bisogno di archetipi sacri, e di queste figure la storia del Cristianesimo è piena”.
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