Lisa Gerrard, 24 anni di musica 'impermanente'

Esoteriche, ancestrali, soprannaturali, la voce e la musica di Lisa Gerrard (che poi sono la stessa cosa: un unicum, un continuum…) sono state per anni, quelli vissuti al fianco di Brendan Perry nei Dead Can Dance, oggetto di un culto ostinato, devoto, sotterraneo. Ma anche il mainstream, in epoca di Enya e di ambient/etno music più o meno di qualità, più o meno superficiale, non poteva non accorgersene. Così è successo, prima nel cinema (“The insider”, “Ali”, “La ragazza che cantava alle balene”, “Il gladiatore”), poi in pubblicità. E passi per il famoso spot con Gandhi protagonista per la regia di Spike Lee (“Sacrifice”, in duo con il connazionale australiano Pieter Bourke): ma che “Now we are free” (dal succitato “Il gladiatore”) diventi celebre in Italia grazie soprattutto a una pubblicità delle merendine…Non la disturba neanche un po’, signora Gerrard? “No, io non ragiono in questi termini e non me ne faccio un problema”, sospira lei al telefono da un hotel parigino. “Questo è il mondo in cui viviamo e quel che mi interessa è che la gente possa ascoltare la mia musica. Non ne faccio una questione di marketing, per me non è importante il mezzo con cui si riesce a toccare l’anima di chi ascolta. Puoi metterti addosso un qualunque vestito, ma non è quello a fare di te quel che sei veramente. Se la tua musica è solida e sa comunicare, sarà lei e non il messaggio pubblicitario a prevalere nel ricordo dell’ascoltatore”.
Quei due celebri brani, insieme ad altri selezionati dalla vecchia produzione Dead Can Dance, dai dischi solisti e dalle sue numerose colonne sonore, sono oggi inclusi in “Lisa Gerrard”, un’antologia che dopo la bellezza di 24 anni chiude un rapporto simbiotico, all’apparenza inscindibile, con l’etichetta inglese 4AD. “Sì”, conferma l’artista di Melbourne, “il mio nuovo disco, ‘Silver tree’, l’ho pubblicato solo su Internet perché a questo punto quello che mi interessa è allargare il mio vocabolario espressivo, fare più ricorso alla poesia, trasformare sempre più la mia musica in un’esperienza anche visiva, utilizzare il mio sito Web come una porta d’ingresso all’opera e alla creatività di altre persone. Ho composto recentemente una sinfonia ispirata al gracidare delle rane, la prima tappa di una serie di composizioni dedicate ai suoni della natura e al canto degli animali che faranno parte di un unico ‘concept’. L’ho voluto fare perché il nostro pianeta sta morendo… Muore, e noi non ci prendiamo il tempo necessario per riflettere con calma e prendere decisioni intelligenti per provare a salvarlo. Non ci vorrà un altro milione di anni prima che la Terra scompaia. Intorno alla Nuova Zelanda, vicino a dove vivo io, gli iceberg si stanno sciogliendo a migliaia”.
Il “best of” appena uscito non è uno dei suoi pensieri più assidui, si direbbe. Gerrard conferma: “Non so neppure bene cosa significhi, un ‘best of’…I pezzi li ha scelti il mio ex marito (Jacek Tuschewski), io non avrei neanche saputo da dove cominciare”. Facile immaginare che si senta molto cambiata, dai tempi in cui uscivano dischi come “Within the realm of the dying sun” o “The serpent’s egg”… “Oh, certo, oggi mi sento molto diversa. Ho più esperienza, prima di tutto. Ho imparato molto dalle persone che ho incontrato e le cose che mi sono successe nella vita, a seconda dei casi, mi hanno umiliata o rafforzata. I colori della mia opera, di conseguenza, sono cambiati radicalmente, nel tempo ho imparato a nutrire una sorta di riverenza passiva nei confronti delle cose che accadono spontaneamente. Se mi ci riconosco, in questi brani? No, ma questo riguarda tutto il mio lavoro: non provo un senso di appartenenza nei confronti della musica, la percepisco piuttosto come la congiunzione tra i cuori delle persone, un’esperienza che mette in contatto tra loro esseri umani diversi. L’arte è impermanente, e l’impermanenza consiste nella scelta delle persone di attingervi oppure no, nella volontà e nel desiderio che abbiamo di lasciar scorrere il fiume della creatività: l’arte, la musica, è come un impulso elettrico che continua a manifestarsi indipendentemente da chi se ne alimenta in un determinato momento. La tua interpretazione personale può essere diversa dalle altre, ma l’origine dell’opera è sempre la stessa”. Questi concetti hanno a che fare con qualche precisa convinzione religiosa? Lisa si infervora: “No, non ne ho. Amo Dio e credo che Gesù Cristo sia morto per dare origine allo Spirito Santo. C’è un testo delle Scritture che amo molto: è quello che dice che sei hai amato allora hai conosciuto Dio, perché Dio è amore. E’ tutto molto semplice, per nulla complicato: per capire Dio e il creato basta l’amore, non hai bisogno di conoscere la scienza missilistica. Anche nell’opera artistica c’è amore, il suo potere è quello di suscitarlo anche in altre persone. Mentre nelle religioni, per me, si annida il male. Credo che abbiano depredato le persone della loro spiritualità e che non dicano la verità: molti degli stessi cristiani non credono a quello che sta scritto nella Bibbia. Se tutti seguissero la parola di Dio non avremmo le guerre di religione, no? ”.
La si potrebbe forse definire un’animista, allora. E certo nel suo modo di sentire c’entra il suo essere australiana, e l’essere tornata a vivere nel suo paese natale. “Vivendo lì”, conferma, “ho capito che è ancora possibile sintonizzarsi con la frequenza del pianeta. Se ascolti attentamente con le orecchie e con il cuore, in Australia puoi ancora metterti in contatto con le viscere della Terra. Oggi abito in campagna, ho fatto questa scelta perché ho bisogno di essere vicina al suono della foresta, non potrei vivere in un ambiente artificiale. E poi lì è facile trovare il silenzio: che per me è il primo passo verso la comprensione di Dio, la tabula rasa su cui tutto viene scritto. Quando venni a stare a Londra nei primi anni Ottanta lo feci portata dalla musica, ma non so se oggi avrei ancora la forza di farlo. In un certo senso sono diventata più fragile. Continuando a fare questo lavoro, si diventa sempre più emotivi”. Se poi le si domanda a chi si senta vicina, in questa sua originale ricerca spirituale e artistica, la risposta non è di quelle che convenzionalmente ci si aspetterebbe da una musicista “pop”: “A tutti gli esseri umani che popolano questo pianeta. In un certo senso è come se fossimo tutti incatenati alla stessa roccia, e tutti dobbiamo trovare il modo di sfuggire al nostro essere materia. Ma comunicare con gli altri artisti è più facile, sì: perché in genere si tratta di persone non minacciose, che spesso condividono il desiderio di sbloccare le porte che permettono all’ignoto di entrare nelle nostre vite. Quando canto, io mi sento come illuminata da una luce, avvolta da qualcosa che non voglio che mi abbandoni”. Uno stato di trance? “No, anzi, sono molto concentrata. Mi sento catturata, piuttosto. Sento molto la risposta del pubblico, quando sono sul palco: si crea una connessione forte e profonda che stranamente non è diversa da sera a sera ma sempre uguale a se stessa. Una cosa sorprendente e interessante”. E da dove arrivano quelle parole misteriose che le escono di bocca quando canta? “Nascono come risposta automatica al mio modo di sentire il linguaggio musicale, ne sono parte integrante. Non è una lingua mia, è la lingua della musica”. Dai tempi dei Dead Can Dance e della collaborazione (oggi interrotta) con Perry, quel modo ipnotico e ultraterreno di cantare si sposa a musiche che attingono ai tempi e ai luoghi più disparati, il Medioevo e la cultura degli indiani d’America, il barocco europeo e il Medio Oriente, la musica aborigena e quella africana. La Gerrard ne dà un’interpretazione ancora una volta originale: “Per me la musica dei Dead Can Dance era come un quadro astratto che cercava di raffigurare gli albori dell’età dell’informazione. Stavamo acquisendo coscienza dei rischi che correva la nostra eredità antropologica: e dunque abbiamo voluto celebrarla, incorporandola nel nostro modo di pensare contemporaneo, creando un ponte con queste reliquie delicate del passato prima che andassero perdute per sempre”. Ai tempi i due, idoli del pubblico dark, dichiaravano di fare musica come una forma di terapia, per esorcizzare demoni interiori… “Ma oggi non è più così. Succede finché non riesci a rimuovere dal cuore quegli stereotipi che non ti permettono di instaurare una comunicazione pura con la tua voce creativa. Per farlo devi liberarti di una sacco di immondizia. C’è un detto australiano che dice più o meno: ‘Le stronzate gli si sono staccate di dosso tanto tempo fa…’. Ecco, anche per me è stato così. E’ stato un processo lento e lungo, in cui al centro di tutto sta l’unicità e l’integrità dell’opera artistica”.
L’ultima apparizione italiana del gruppo risale a un acclamato tour di reunion del 2005. Ma il prossimo 13 aprile al Conservatorio di Milano (il giorno dopo il suo quarantaseiesimo compleanno…) spiega Lisa, sarà altra musica, basata sull’ultimo “Silver tree” e “piuttosto minimalista, molto più intimista. Spero di riuscire a creare un flusso di pensiero positivo, un clima di riflessione. Saremo un piccolo gruppo di musicisti, avremo un pianoforte a coda ma anche dei campionatori”. Intanto altri progetti bussano alla porta: “Ho in programma un nuovo disco con Harry Gregson-Williams e ho appena completato una serie di nuovi lavori cinematografici negli Stati Uniti, in Francia, in India. Per lo più documentari e film a budget limitato: l’unica grossa produzione è un film con Ben Affleck perché io non riesco a scrivere su commissione, scelgo i progetti con cui sento intuitivamente di poter avere un legame artistico”. Non le è andata bene con Mel Gibson e la sua Passione di Cristo, una collaborazione sfociata nel nulla… “Quella volta ho commesso un errore: avrei dovuto lavorare a fianco di John Debney e invece ho provato a scrivere la colonna sonora da sola in due settimane. Non era un tempo sufficiente”. Però ha avuto la soddisfazione di lavorare con Morricone, per “Fateless” dell’ungherese Lajos Koltai. “Un’esperienza straordinaria! Che si può volere di più dalla vita?”.
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