Dare luce a un concerto: come lavora un light designer
Cosa unisce gli Interpol e Four Tet e i Mumford & Sons? Generi musicali e concerti molto diversi tra loro, ma con un’attenzione particolare alla messa in scena attraverso il light design. In un’era di mega produzioni, sono show in cui si viene immersi nella luce, con un ricorso minimo, se non nullo, a schermi e visual. La mente dietro molti di questi spettacoli è quella di Ed Warren, light designer che in Italia ha lavorato anche con Liberato e C2C e che ha trasformato lo show di Four Tet all’Alexandra Palace in un’esperienza immersiva costruita quasi esclusivamente attraverso le luci (lo potete vedere qui). Nel 2023 fa ha curato uno degli show più discussi degli ultimi anni, quello al Madison Square Garden con Fred Again.., Skrillex e ancora Four Tet, con cui lavora da quasi 20 anni.
Il principio alla base del suo lavoro è apparentemente semplice: non conta quanto sia grande una produzione, ma quello che fai con quello che hai. “Si tratta di portare il minimalismo al massimo. Quella è la strada”, mi racconta Warren, via Zoom dal suo studio di Manchester, mostrandomi il banco luci che usa per “studiare” e programmare gli show degli artisti con cui lavora. “Credo che sia qualcosa che mi è rimasto dentro da molto tempo: cerco di fare il più possibile con il minimo indispensabile. E penso che, in qualche modo, sia diventato il mio marchio di fabbrica”.
Una filosofia che va quasi in direzione opposta rispetto alla tendenza contemporanea dei concerti: palchi sempre più grandi, schermi sempre più grandi, produzioni sempre più complesse. Warren non è contrario alle grandi produzioni - in Italia ha lavorato con Liberato e i visual di Weirdcore per uno show basato sul visual storytelling - ma il punto per lui è un altro. “Ci sono sicuramente momenti in cui una grande produzione è necessaria. Ma la cosa importante è fare la cosa giusta al momento giusto. Non importa quanto sia grande o piccola. Accendere una sola luce in un momento cruciale può essere potente quanto accendere tutto. Si tratta semplicemente di farlo nel momento giusto e di avere una certa sensibilità per capire quando farlo”.
Tradurre la musica in luci
Warren è arrivato a questo mestiere quasi per caso. Curiosamente, partendo dal giornalismo: “Sono andato all’università dopo aver finito le scuole e mi sono laureato in giornalismo. Ho trovato lavoro in un negozio di dischi e, in pratica, è cominciato tutto da lì. Ho fatto amicizia con alcune band locali e una di loro ha firmato con la Rough Trade. Mi hanno portato in tour con loro a vendere le magliette. Nel giro di circa sei mesi mi sono ritrovato a occuparmi delle luci quasi per caso”.
Oggi il lavoro è cambiato enormemente dal punto di vista tecnologico, ma la sua definizione del mestiere resta molto concreta: un light designer deve riuscire a tradurre visivamente la musica. “Direi che, in un certo senso, concepiamo lo show partendo dal nulla fino ad arrivare a quello che poi vedete in un locale o in un’arena. Ci occupiamo dell’intero processo: dalle prime idee realizzate su un visualizzatore al computer alle discussioni con la band, il management e tutte le persone che fanno parte del team creativo”.
La parte creativa e quella tecnica devono convivere. “Bisogna creare qualcosa che, prima di tutto, sia esteticamente bello e si adatti perfettamente all’identità dell’artista, ma che allo stesso tempo funzioni dal punto di vista logistico. Devi tenere conto dei luoghi, delle dimensioni, del fatto che potresti fare festival o grandi concerti. Quindi cerco di creare qualcosa di modulare, senza che l’effetto ne risenta”.
Ogni artista richiede un approccio diverso. “Alcuni hanno un’idea molto chiara di ciò che vogliono, altri non ne hanno la minima idea e aspettano che tu proponga qualcosa. Ad altri non interessa: dicono semplicemente ‘occupatene tu’”.
Programmare tutto o “suonare” le luci in diretta
Anche il modo in cui uno show viene costruito può cambiare completamente. Da una parte ci sono spettacoli programmati al secondo, sincronizzati attraverso il timecode; dall’altra c’è chi, come Four Tet, può cambiare musica e direzione in qualsiasi momento e le luci vengono “suonate” dal vivo assieme alla musica.
“Se prendiamo Kieran come esempio, lui fa semplicemente il DJ come gli pare. Non so mai cosa metterà. Ci sono però alcune cose per cui devo essere preparato. Devo assicurarmi di essere pronto a qualsiasi cosa possa fare”. Warren cita i due show dell’Alexandra Palace (che in questi giorni verranno replicati a Brooklyn), in cui effetti particolari di luce sono stati usati su brani diversi, a seconda di come Kieran Hebden conduceva lo show.
È uno degli aspetti che Warren ama maggiormente del lavoro con Four Tet: il margine di rischio. “Oggi gran parte del lavoro sulle luci è molto pre-programmato, impostato su timecode. È un ottimo modo di lavorare, se hai il tempo di prepararlo. Però a me piace il rischio che qualcosa possa andare storto o che si possano commettere degli errori”.
Con gli Interpol il procedimento è ancora diverso. Warren ha lavorato a lungo direttamente in tour con la band, mentre oggi prepara gli show dalla sua postazione a casa, che mi mostra via Zoom. “Prendo tutte le canzoni che potrebbero suonare e programmo ogni singolo brano. Poi chi va in tour con loro, le esegue manualmente. Non c’è timecode: segue tutti i cue e suona tutto dal vivo”.
Con alcuni artisti pop, invece, ogni elemento è sincronizzato: Warren cita le Sugababes, con cui ha lavorato. Non c’è per lui una gerarchia tra i due metodi: “Ci sono tanti modi diversi di lavorare. Non so se ne preferisco davvero uno. Mi piace tutto il processo: preparare uno show, arrivare nelle venue, installarlo e assicurarmi che tutto sia pronto per funzionare. Per me è un po’ come giocare ai videogiochi”.
Anche il processo creativo alterna progettazione e intuizione. Warren lavora con software che gli permettono di visualizzare il palco, ma le idee non arrivano necessariamente davanti a uno schermo. “Cerco di concedermi del tempo in cui non devo stare davanti al computer o pensare ad altre cose, semplicemente per schiarirmi un po’ le idee. A volte le idee arrivano mentre nuoto, mentre lavo i piatti o in qualsiasi altro momento. Devi solo essere pronto ad accoglierle quando arrivano”.
Il suo stile, invece, è diventato riconoscibile quasi senza che lo cercasse. “Ho una passione per la geometria, per le linee rette e per cercare di mantenere tutto molto pulito”. Ancora una volta ritorna la stessa idea: “Alla fine si tratta di fare le cose giuste al momento giusto”.
Liberato e maxischermi
Uno degli elementi più evidenti degli show di Four Tet o degli Interpol è proprio quello che non c’è: i maxischermi. Una scelta quasi anomala in un momento in cui il video è diventato uno degli elementi centrali della maggior parte delle grandi produzioni. “Nel corso degli anni ho lavorato con relativamente poche band che usavano schermi. Quando progetto gli show ho sempre cercato, in qualche modo, di starne alla larga proprio perché li usano tutti. C’è il rischio che tutto diventi un po’ ripetitivo. Oppure puoi semplicemente dare un po’ di tregua agli occhi. Con Four Tet, per esempio, non usiamo schermi”.
Non è una regola assoluta. Con le Sugababes ha lavorato con una grande quantità di contenuti video, coordinando luci, colori e immagini. Con i Kingfishr usa invece una proiezione su un telo sul fondo del palco, proprio per mantenere un aspetto più tradizionale.
E poi c’è Liberato, quasi il caso opposto rispetto a Four Tet: uno show fortemente narrativo, costruito anche attraverso gli schermi e i visual: “È stato magico. Sono un appassionato di calcio”, mi dice, mostrandomi la maglia dell’Arsenal appesa nel suo studio. “Abbiamo passato quattro giorni allo stadio di Napoli per preparare lo show. È stato davvero fantastico”.
In quel caso Warren ha lavorato insieme a Nick di Weirdcore, che cura i visual di Aphex Twin, tra gli altri: “Liberato voleva davvero raccontare una storia attraverso le immagini. Quindi mi facevo mandare i filmati di quello che stavano preparando e cercavo di abbinarvi l’illuminazione”.
Il lavoro del light designer diventa così parte di un sistema visivo molto più grande. “Ho progettato anche il palco e gli schermi. Volevo che entrassero pienamente nello show, perché era quasi una specie di spettacolo televisivo. Ho cercato quindi di dare loro la superficie più ampia possibile su cui mettere quelle immagini fantastiche”.
Lo stesso show, in spazi diversi
Un’altra parte fondamentale del lavoro è fare in modo che uno spettacolo mantenga la propria identità passando da una venue all’altra. Il progetto deve funzionare nell’Alexandra Palace come in un festival o su un palco molto più tradizionale: “È uno show diverso, ma allo stesso tempo è la stessa cosa. È sempre interessante cercare di adattare uno spettacolo da un contesto a un altro. Devi semplicemente ricordarti cosa lo rende speciale: c’è sempre un modo per adattarlo”.
Così entra in gioco la modularità pensata all’inizio del processo. “Quando progetti uno show devi fare in modo che possa funzionare in tutte le possibili configurazioni. Spesso si progetta qualcosa solo per il grande show e poi non funziona in un locale più piccolo”.
La soluzione non è replicare necessariamente lo stesso allestimento, ma capire quali siano gli elementi che definiscono davvero quel concerto. “Bisogna scegliere i momenti speciali e assicurarsi che rimangano tali, indipendentemente dal contesto”.
Non a caso, tra gli spettacoli a cui è più legato Warren cita proprio quello di Four Tet, Skrillex e Fred Again… al Madison Square Garden, realizzato “con un budget limitato, all’ultimo momento e senza video”.
Perché la dimensione non determina necessariamente l’impatto di uno show. Lo dimostra persino il concerto che Warren cita per primo quando gli si chiede quale spettacolo ami da spettatore: Bruce Springsteen. “In realtà non ha praticamente nessuna produzione. Mia madre è una sua grande fan, quindi la porto a vederlo ogni volta che ne abbiamo l’occasione. Ed è sempre fantastico”.Quando invece si parla strettamente di produzione, uno dei riferimenti è all’estremo opposto: l’“Alive Tour” dei Daft Punk e la celebre piramide. Warren lo vide tre volte. “Ogni volta è stata un’esperienza diversa. Mi ha fatto capire che tutto era possibile”.
Due modelli apparentemente opposti, Springsteen e i Daft Punk. Ma anche due modi per arrivare allo stesso risultato: trovare l’idea giusta per quella musica e per quel momento. Che siano una piramide gigantesca o una sola luce accesa sul palco.