Gli halftime show sono diventati un format
Fino a poco tempo fa, gli halftime show del football americano erano un po’ come il Natale della musica in TV: una volta all’anno, annunci, attesa e poi tutti davanti allo schermo per vedere quello che spesso era lo show musicale più spettacolare in circolazione.
Negli ultimi due anni, però, sono diventati molti di più. Solo nei prossimi mesi ne vedremo circa una decina, a partire dal 9 settembre a Seattle, con la “reunion” dei Soundgarden nell’intervallo della partita tra Seahawks e Patriots. La NFL ormai organizza halftime show non solo per il Super Bowl, ma anche per il Giorno del Ringraziamento, per Natale e per diverse partite internazionali. E nel frattempo il modello è uscito dal football americano: lo abbiamo visto perfino alla finale dei Mondiali di calcio, con un intervallo allungato per fare spazio a uno spettacolo musicale.
L’halftime show è diventato un format. È una dinamica abbastanza classica dello show business: quando qualcosa funziona, lo si (ri)produce in serie, adattandolo di volta in volta al contesto. Ma non si sta esagerando?
Alcuni show hanno un senso preciso: quello dei Soundgarden, per esempio, riporta la band nella sua Seattle, anche se non è una novità: questa formazione si era già vista alla Rock And Roll Hall Of Fame. In altri casi, però, la moltiplicazione degli appuntamenti rischia di rendere ordinario quello che funzionava anche perché era eccezionale. Per dire: l’ultimo Natale abbiamo visto Snoop Dogg ospitare tanto Bocelli quanto le HUNTR/X, il gruppo K-pop di Netflix.
Che questo formato non sia più necessariamente un evento e possa degenerare lo ha mostrato bene l’halftime show della finale dei Mondiali di calcio. Terribile: poco spettacolo e nessuna idea, nonostante i nomi coinvolti.
La storia dell’halftime show
Il miniconcerto nell’intervallo della finale della NFL è una tradizione relativamente recente. Dal 1967, anno del primo Super Bowl, fino alla fine degli anni Ottanta quello spazio era occupato soprattutto da marching band universitarie e da spettacoli costruiti secondo la tradizione delle grandi manifestazioni sportive americane. Il cambiamento arriva all’inizio degli anni Novanta. Nel 1991, assieme a un coro di bambini organizzato dalla Disney, si esibiscono i New Kids on the Block. La svolta arriva nel 1993, quando la NFL chiama Michael Jackson per risollevare gli ascolti dell’intervallo, che erano in picchiata: è il momento in cui cambia definitivamente la percezione dell’halftime show, da spettacolo collaterale a evento dentro l’evento.
Da allora l’asticella si alza progressivamente, coinvolgendo sempre più star, come Diana Ross, e sempre più generi. Inizialmente soprattutto il rock; negli anni Zero si sono visti U2 (2002), Who (2010), Tom Petty (2008), Springsteen (2009) e soprattutto un pazzesco set di Prince (2007) - poi negli anni dieci soprattutto il pop, da Madonna a Lady Gaga: quindi sono arrivati l’hip hop e la musica latina. Bad Bunny, protagonista dell’edizione 2026, è stato sicuramente uno dei più memorabili di sempre.
Nel frattempo lo spettacolo consolida le sue regole: un concerto concentrato in poco più di dieci minuti, un catalogo di hit condensato al massimo, cambi di scena continui, coreografie gigantesche. Nel 2016 gli ospiti diventano centrali, con i Coldplay che si fanno accompagnare da Beyoncé e Bruno Mars: una regola che diventa ancora più importante quando gli headliner sono deboli, come nel caso dei Maroon 5 accompagnati da Travis Scott nel 2019.
Questo perché l’halftime show non è un vero concerto, ma un formato televisivo autonomo, costruito per funzionare anche e soprattutto per chi non conosce bene l’artista e per generare immagini e momenti immediatamente riconoscibili - e ricondivisibili sui social.
Il “Beyoncé Bowl”
Per anni la formula è rimasta legata a un solo appuntamento. Poi è arrivato il Natale, e Netflix si è lanciata sugli eventi sportivi.
La NFL debutta su Netflix con due partite il 25 dicembre 2024 e nell’intervallo di Baltimore Ravens-Houston Texans organizza uno show che, per ambizione e spettacolarità, non ha molto da invidiare al Super Bowl: Beyoncé nella sua Houston, con un miniconcerto interamente costruito attorno a “Cowboy Carter”. Lo spettacolo viene immediatamente ribattezzato “Beyoncé Bowl” e Netflix lo trasforma anche in un contenuto indipendente dalla partita. La piattaforma dimostra quello che già sapevamo: lo show può vivere di vita propria e genera un sacco di soldi, da chi lo compra come “evento” agli artisti e all’industria musicale che lo usano per lanciare album e tour. A quel punto il formato è pronto per essere replicato quasi all'infinito.
Thanksgiving e Natale
Dal Natale al Giorno del Ringraziamento è un attimo: nel 2025 la NFL organizza tre partite e altrettanti halftime show musicali. Gli artisti sono Jack White, Post Malone e Lil Jon. A Detroit, durante l’intervallo di Lions-Packers, Jack White si esibisce con la produzione di Eminem, che sale sul palco come ospite: il finale, inevitabilmente, è “Seven Nation Army”.
Poi di nuovo Natale, ma qua scricchiola qualcosa: Snoop Dogg costruisce uno spettacolo a tema con Andrea Bocelli e suo figlio Matteo, Lainey Wilson e le cantanti di “KPop Demon Hunters”, uno dei successi della piattaforma. C’è pure Martha Stewart, regina della TV americana, che recita una fiaba scritta per l’occasione. Il paragone con il “Beyoncé Bowl” dell’anno precedente è inevitabile e impietoso: non basta mettere un concerto nell’intervallo di una partita per trasformarlo automaticamente in un evento.
L’halftime show esce dalla NFL e arriva al calcio
Il modello viene adottato anche dal calcio, che già prevedeva delle performance musicali nelle finali più importanti, ma sempre prima - per non turbare la sacralità della partita. Per la finale dei Mondiali 2026 si annuncia il primo halftime show nella storia della Coppa del Mondo, curato da Chris Martin. Arrivano le polemiche, perché l’intervallo va allungato - ma i nomi coinvolti sono di primo piano: Madonna, Shakira, BTS e Justin Bieber. Ma il risultato è terribile: lo spettacolo mette in fila diversi artisti e diverse performance senza racconto e senza idee spettacolari. Funziona qualche singolo momento - su tutti quello in cui Jason Sudeikis/Ted Lasso, introduce Justin Bieber - ma nel complesso sembra soprattutto la bruttta copia della formula dell’halftime show più che dello spirito che l’ha resa famosa.
Ora i Soundgarden
Il prossimo appuntamento è il 9 settembre a Seattle: Kim Thayil, Ben Shepherd e Matt Cameron torneranno sul palco come Soundgarden al Lumen Field durante la partita inaugurale della stagione NFL tra Seattle Seahawks e New England Patriots. Con loro ci saranno Taylor Momsen dei Pretty Reckless alla voce e Mike McCready dei Pearl Jam alla chitarra.
Ogni ritorno della band storica dopo la morte di Chris Cornell è un evento, ma la formazione non è inedita: è la stessa che si era esibita nel novembre 2025 in occasione dell’ingresso dei Soundgarden nella Rock And Roll Hall Of Fame. La scelta ha una logica: i Soundgarden tornano nella propria città affiancati da musicisti che hanno un rapporto diretto con la loro storia. Ma lo stesso non si può dire dei prossimi halftime show annunciati per le partite internazionali, con nomi di peso molto diverso: Jonas Brothers a Melbourne, Ricky Martin e Pedro Sampaio a Rio de Janeiro, Ayra Starr a Londra, The Warning a Città del Messico. E rimane il grande dubbio su chi saranno i performer delle partite del Giorno del Ringraziamento, di Natale e soprattutto del Super Bowl 2027.
Per anni l’halftime show ha funzionato perché era uno dei pochi momenti dell’anno in cui musica, televisione e sport convergevano in un unico grande spettacolo. Ha funzionato, e si replica: è lo show business, bellezza.
Ma se il business prende il sopravvento sullo show, abbiamo un problema.