Garbage: "Gli artisti sono persone: hanno diritto di esprimersi"

"'Le band non dovrebbero fare politica': è una cosa stupida da dire": l'intervista a Shirley Manson
Garbage: "Gli artisti sono persone: hanno diritto di esprimersi"
Credits: Joseph Cultice

C’è una luce che resiste anche nelle profondità più oscure. È quella che i Garbage hanno scelto di inseguire — e di accendere — nel loro ottavo album in studio, “Let all that we imagine be the light”, in uscita il prossimo 30 maggio. Dopo aver festeggiato trent'anni di carriera nel 2023, la band guidata da Shirley Manson continua a muoversi con eleganza e consapevolezza tra le ombre del presente, trasformando rabbia e disillusione in suono, visione e speranza. Dopo il politico "No gods no masters" del 2021 (qui la nostra recensione), questo nuovo lavoro si presenta come il suo contraltare emotivo: un disco cupo nei toni, ma attraversato da un desiderio ostinato di dolcezza, gentilezza e cambiamento. "La rabbia espressa nel disco precedente non mi serviva più, non era più utile. Eravamo già lì, nel disastro: indignarsi non sarebbe bastato. E ho capito di voler lasciare un filo di speranza, per chiunque scelga di ascoltare questa musica", racconta a Rockol la frontwoman dei Garbage, in collegamento via Zoom dalla sua casa in Scozia.

Anticipato dai singoli “There's no future in optimism” e “Get out my face AKA bad kitty”, l'album “Let all that we imagine be the light” ha preso forma grazie alle visioni sonore dei compagni di sempre, Butch Vig, Duke Erikson e Steve Marker. Il disco, composto da dieci canzoni per oltre 45 minuti di musica, è stato registrato ai Red Razor Sounds di Los Angeles, in California, ma alcune sessioni si sono svolte anche nello studio del batterista e produttore Butch Vig, e nella camera da letto della frontwoman Shirley Manson.

Rockol: Due anni fa i Garbage hanno celebrato trent’anni di carriera, e tra pochi giorni – il 30 maggio, per l’esattezza – uscirà il vostro ottavo album in studio, “Let all that we imagine be the light”. Che emozioni, aspettative o magari anche timori accompagnano questa nuova uscita?
Shirley Manson: A dire il vero, ormai non ho più aspettative né paure. Sono semplicemente felice che i Garbage siano ancora qui a fare dischi. Sono molto grata di poter pubblicare ancora un nuovo album con una major: è un privilegio enorme per una band che è in giro da più di trent’anni, e non lo do affatto per scontato.
Quanto all’emozione di far uscire un nuovo disco: quel tipo di entusiasmo un po’ idealizzato non fa più parte del mio modo di vivere la carriera o di vedere il futuro della band. Sappiamo che è un’opportunità bellissima poter condividere il nostro lavoro con il mondo, ma siamo anche molto realistici.
Ormai siamo come un grande polipo, una creatura antica che si muove nelle profondità. Non siamo più quelli di una volta, con una grande visibilità e totalmente immersi nello zeitgeist culturale. Ora ci muoviamo sotto la superficie, spesso in modo invisibile. E abbiamo accettato che, a questo punto, è questo il nostro ruolo.

Rockol: “Let all that we imagine be the light” arriva a quattro anni di distanza da "No gods no masters". Sono stati piuttosto intensi ed entusiasmanti: siete tornati in tour dopo la pandemia, e ora avete già pronto un nuovo album da pubblicare. Come descriveresti il periodo e gli eventi che vi hanno portato al nuovo album?
Shirley Manson: "No gods no masters" era stato realizzato durante il Covid e pubblicato verso la fine del lockdown. Era un disco molto politico, in parte pieno di rabbia. In un certo senso, avevo previsto dove sarebbe potuto finire il mondo. Vedevo chiaramente la direzione in cui stavamo andando.
E ora, cinque anni dopo, “Let all that we imagine be the light" è una sorta di opera gemella rispetto a "No gods no masters": affronta le conseguenze degli ultimi anni. Avevo intuito molte delle cose che ci avrebbero portato a oggi. E adesso eccoci qua - compresa la controversa seconda presidenza Trump.
Questo nuovo disco riflette una certa atmosfera distopica. È un album molto cupo, nel suono, ma è anche intriso in ogni sua parte di amore. Ed è una scelta voluta. Per quanto possa sembrare sdolcinato o ingenuo, ho capito che solo la nostra dolcezza, la nostra gentilezza e il nostro amore potranno davvero salvare il mondo dal baratro della distruzione.

Rockol: "No gods no masters" nasceva da un luogo di rabbia e frustrazione, mentre questa volta avete voluto immergervi in un mondo più luminoso, più positivo. Pensando al titolo, “Let all that we imagine be the light”, per voi cos'è questa luce, come la immaginate?
Shirley Manson: Credo che gli esseri umani siano capaci di una bellezza, di un’ingegnosità e di una compassione straordinarie. Ogni giorno vediamo persone fare cose incredibili, piene di coraggio, di altruismo. È proprio questo il futuro che immagino possibile. Con “Let all that we imagine be the light” intendo lanciare questo messaggio: usiamo i poteri straordinari della nostra immaginazione per riprogettare, per reinventare il mondo in cui viviamo — un mondo che sta affrontando l’agonia finale dell’iper-capitalismo e della tirannia dei vecchi uomini bianchi.
Credo sia arrivato il momento di portare le donne in massa all’interno dei governi, così da introdurre un po’ di tenerezza, nuove idee, un nuovo modo di pensare. Non voglio affatto vedere un futuro solo al femminile — quello no — ma voglio vedere uomini e donne, anzi tutte le identità di genere, che si tengono per mano. Dobbiamo includere pienamente nelle nostre riflessioni anche la comunità LGBTQIA+, così da costruire un mondo che protegga davvero tutti e che si fondi su idee nuove.
Non possiamo continuare a usare un modello che è stato creato cento o più anni fa.

Rockol: Synth, chitarre, un sound a tratti è energico e tagliente - come in "Get out my face AKA bad kitty" — e in altri momenti più riflessivo, come nella canzone "Radical": che direzione musicale avete scelto per riuscire a trasmettere un senso di speranza?
Shirley Manson: Questo disco l’abbiamo realizzato separatamente. Siccome mi stavo riprendendo da un intervento chirurgico, non ero fisicamente presente in studio quando molta della musica è stata composta. Ma ho comunque incoraggiato la band a continuare a scrivere, a creare. Gli altri mi mandavano le idee musicali via email. Non posso quindi parlare per gli loro, non so cosa gli passasse per la testa. Ma mi hanno regalato dei brani, delle idee.
Immagino che la musica sia arrivata come una naturale estensione di "No gods no masters",  una reazione a quell'energia. La band ha creato questi paesaggi sonori oscuri, cinematografici, basati sui synth più che sulle chitarre.
Quando ho ricevuto i primi pezzi sono rimasta sorpresa e spiazzata. Credo che questo elemento abbia contribuito a determinare il suono dell’album.
E poi, da parte mia, avevo già deciso — ancora prima di iniziare a lavorare al disco — che dovevo cambiare approccio. Che dovevo scrivere i testi da un altro punto di vista. La rabbia espressa nel disco precedente non mi serviva più, non era più utile. Eravamo già lì, nel disastro: indignarsi non sarebbe bastato. E ho capito di voler lasciare un filo di speranza, per chiunque scelga di ascoltare questa musica.

Rockol: C’è una canzone del nuovo album a cui ti senti particolarmente legata? Che non vedi l’ora di condividere con il pubblico?
Shirley Manson: Sono davvero orgogliosa dell’intero disco. Ma ci sono due canzoni in particolare che - secondo me - si distinguono, semplicemente perché sono molto diverse da qualsiasi cosa abbiamo mai fatto prima.
Una è "The day that I met God": qualcosa di completamente nuovo per noi, sia musicalmente che a livello di testo. Io ho sempre mantenuto un certo distacco dalla religione organizzata, e il fatto stesso di aver elaborato una mia idea di fede mi ha sorpresa molto — ed è stato un momento potente. Il ritornello di "The day that I met God" mi ha scioccata quando è uscito dalla mia bocca: non me l’aspettavo. E mi ha reso felice l’aver scoperto quasi per caso un’espressione, suppongo, di ciò che per me rappresenta la fede. Poi, più avanti nel brano si scopre che ho “incontrato Dio” mentre ero sotto effetto di antidolorifici. Quindi alla fine non sappiamo se fosse la mia vera fede o solo un’illusione passeggera. Ma è un bel viaggio: la canzone mi diverte e mi commuove allo stesso tempo. E come autrice, penso che sia un punto d’arrivo bellissimo.
L’altra canzone è "Sisyphus", che è anche il primo brano su cui ho lavorato partendo dalla musica che mi aveva mandato la band. Mi stavo recuperando da un intervento chirurgico importante all’anca, dopo essere caduta dal palco cinque anni prima.
All’epoca non sapevo quanto fosse grave il danno, ma ho finito per dover fare una protesi totale e ho dovuto reimparare a camminare. È stato molto difficile. Durante la riabilitazione facevo molta fisioterapia — e mi allenavo con l’ellittica, ascoltando la base strumentale di "Sisyphus". E a un certo punto le parole mi sono come piovute addosso. È, in sostanza, una sorta di preghiera d’aiuto. Un’invocazione.

Rockol: La vostra musica è sempre sembrata uno sguardo sul mondo, filtrato attraverso i vostri pensieri, le vostre parole e il vostro suono. Secondo voi, gli artisti dovrebbero assumersi un ruolo politico o sociale? In che modo la politica e le questioni sociali si intrecciano con la musica? Come può, e come dovrebbe, la musica raccontare il mondo?
Shirley Manson: Penso che ogni singolo artista debba decidere chi è e come vuole esprimere questo al mondo. Prima di tutto, questo è, secondo me, il ruolo dell’artista. Però non tutti gli artisti sono uguali.
Ci sono alcuni di noi che non possono fare a meno di rivelarsi nelle proprie opere. Molti artisti invece scelgono di restare nascosti e magari di concentrarsi solo sul far ballare la gente. Alcuni di noi, però, vogliono davvero connettersi a un livello quasi viscerale con persone che la pensano allo stesso modo nel mondo.
Io sono disposta a espormi. Sono sempre molto diretta e schietta come persona. Non mi piacciono i giochi di parole, non cerco di essere misteriosa, anzi, voglio rivelarmi. Sento che il mondo è sempre più una sfida. E questo traspare nelle mie parole perché sto cercando di dare un senso a un mondo che mi confonde e mi spaventa.
Gli Stati Uniti d’America sono in mano a un governo con tendenze fasciste. Questo ha e avrà implicazioni globali. Non credo di essere “politica” quando dico queste cose. Semplicemente, esprimo il mio punto di vista. Molte persone vogliono zittire gli artisti perché non sono d’accordo con la loro visione del mondo e non amano sentirla, la trovano minacciosa. Ecco perché spesso si dice: "Le band non dovrebbero fare politica, le band devono stare zitte e suonare". È una cosa stupida da dire. Gli artisti sono esseri umani. E osservano il mondo. Non devi essere d’accordo con loro, ma hanno il diritto di esprimere le loro osservazioni e opinioni. E io ammiro molto quegli artisti che hanno il coraggio di farlo. È quel tipo di musica che mi piace ascoltare. Nessuno ti costringe ad ascoltare nessuno, puoi sempre spegnere e ascoltare un altro. È una scelta assolutamente libera.
Sono grata a molti artisti di oggi che si espongono, come i Kneecap, i Massive Attack, Kehlani o Macklemore. Sono grata che parlino, in un momento in cui mi sembra che i media globali siano completamente imbavagliati.

Rockol: In una recente intervista raccontavi di come il patriarcato cerchi ancora di soffocare le voci femminili nell’industria musicale. Hai già preso posizione in passato contro il sessismo e la misoginia nel mondo della musica. Da donna, non si vorrebbe mai porre questa domanda, perché sarebbe bello che non ce ne fosse bisogno. Ma, basandoti sulla tua esperienza, cosa significa essere una musicista donna oggi? In che modo è cambiato rispetto ai tuoi primi anni?
Shirley Manson: Sessismo e misoginia esistono ancora nella nostra società. Credo che tutti possiamo essere d’accordo su questo, è un dato di fatto.
Ormai non devo più discutere su questo punto, mentre negli anni ’90 lo dovevo fare spesso. C’erano tante altre donne molto forti e determinate, come me e molte mie coetanee, che godevano di una vasta piattaforma, cioè di un grande successo musicale. E ogni volta che artiste come me, Skin degli Skunk Anansie o Courtney Love affrontavano il tema del sessismo e della misoginia, era difficile per la gente credere che queste cose esistessero davvero, visto che persone come noi godevano di un certo successo, o se l’erano conquistata. Inoltre, negli anni ’90, avevamo la sensazione di aver sfondato un tetto di vetro. Pensavamo davvero che le cose finalmente stessero cambiando.
Ora siamo nel 2025, e ci sono figure come Andrew Tate che diffondono una retorica incredibile, orribile, orrenda e piena di odio verso le donne. Penso che il mondo intero sia rimasto scioccato che questo tipo di discorsi stia ottenendo consenso tra i giovani uomini.
Quindi, da donna, sento che è fondamentale che chi gode di una certa visibilità pubblica, parli di questa terribile intolleranza verso le donne. Non la capisco, francamente. Non so da dove venga.
Spero che gli uomini si uniscano a noi, perché questo è un problema reale, che rappresenta una vera minaccia. Quindi, no, purtroppo non credo che le cose siano migliorate molto, in modo significativo. Però, per chiudere in modo positivo, vedo molte giovani donne che hanno una vasta popolarità — in modi che la mia generazione non aveva — che parlano apertamente e usano i loro mezzi proprio per affrontare questo problema. Molte star della musica pop mainstream, che in passato spesso stavano zitte, oggi parlano chiaro. Penso a grandi artiste come Selena Gomez, Billie Eilish, Lady Gaga: la lista è lunghissima. Tutte loro usano la loro voce per cercare di migliorare il mondo per le donne, e io sono molto grata a loro, e sono stupita di quanto siano consapevoli e attive in giovane età.

Rockol: Quindi il tuo consiglio ai giovani artisti è quello di far sentire sempre forte la propria voce?
Shirley Manson: Non ho dei consigli veri e propri, ma incoraggerei sempre chiunque a cercare di essere la versione più autentica di sé, a essere sinceri con se stessi. Non serve essere sempre d'accordo con qualcun altro. Non devi seguire le orme di nessuno. Ognuno ha la propria libertà di scelta, e ha il diritto di farla propria.

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