Quando Lou Reed scriveva canzoni pop in serie

Gli esordi da autore, raccontati da una nuova raccolta dagli archivi del rocker
Quando Lou Reed scriveva canzoni pop in serie
Credits: Matthew Kloss

Prima di unire trasgressione, arte e sperimentazione con i Velvet Underground, prima di diventare il Rock ’n’ roll Animal solista, Lou Reed esordì come autore di canzonette pop. Quando aveva poco più di 20 anni anni, Reed lavorò per la Pickwick Records, etichetta di New York dedicata ai sound-alike, copie dei grandi successi del periodo da immettere sul mercato in raccolte da 1 dollaro. Erano davvero pensate come canzonette scritte e prodotte in modalità seriale: eppure anche in quel periodo, tra il ’64 e ’65, Reed riuscì ad esprimere la sua personalità, gettando le basi per una delle più grandi carriere della musica rock.
Fu in quel periodò che conobbe anche John Cale, con cui militò nei Primitives, e dì lì a poco formò  i Velvet Underground.
Tutto questo è raccontato da “Why Don't You Smile Now: Lou Reed at Pickwick Records 1964-65”, nuova raccolta della Light In The Attics, l’etichetta che le pubblicazioni dagli archivi di Lou Reed, in collaborazione con la moglie Laurie Anderson.

Lou Reed Pop

 Anche le altre raccolte inedite uscite in questi anni raccontano le origini del mito, concentrandosi però sul Lou Reed cantautore, quello che scriveva e cantava voce e chitarra canzoni poi diventati dei classici (“Words and music”) o quello nella fase di passaggio tra i VU e la carriera solista (“I’m so free: 1971 RCA Demos”). Qua andiamo ancora più indietro.
Come nota l’autore delle note di copertina Richie Unterberger, Lou Reed aveva inciso le sue prime canzoni già a 16 anni, durante l’high school, nella fine degli anni ’50, con la sua prima band. Quando arrivò alla Pickwick, a New York, era un mondo diverso: si entrava in una stanza con altri autori e si scriveva, cercando di tirar fuori canzoni che fossero riconoscibili e avessero un mercato, replicando modelli di successo. 

"Il metodo di lavoro della Pickwick era improbabile per Reed, pensando a come avrebbe lavorato con i Velvet Underground e per la sua carriera da solista, ma la foto sulla copertina di questa raccolta indica che deve aver trovato un certo livello di cameratismo con i suoi colleghi di lavoro”, spiega Unterberger, citando l'immagine che vedete qua sopra. Si creò così un quartetto  Reed-Philips-Vance-Sims, con Lou che occasionalmente cantava e suonava anche, oltre a scrivere.
Nei brani contenuti nella raccolta ’è il garage, Motown (“Soul city”) il riferimento al pop, ma anche i beat ipnotici di chitarre che poi faranno da base a canzoni dei Velvet come in "Cycle annie”, attribuita ai Beach-Nuts e cantata dallo stesso Reed, con una voce acerba ma riconoscibile .

Reed  “provava personalità, stile, canzoni come se fossero vestiti, maschere, identità segrete, guardando questi personaggi allo specchio, e chiedendosi chi avrebbe potuto essere loro”, scrive nell’introduzione Lenny Kaye, chitarrista di Patti Smith ma prima ancora storico del rock, curatore della raccolta “Nuggets” che raccontò e riscoprì le origini del garage rock americano. “Lou Reed era uno scrittore straordinariamente prolifico: diaristico, prendeva in prestito riff, ne inventava di nuovi, trovava modi per rivelare e confrontarsi con se stesso, con le sue numerose contraddizioni ed esaltazioni, per comprendere e accettare le sfaccettature taglienti della personalità che cercavano di coesistere tra loro. Strano a dirsi, era accattivante e decisamente pop, nonostante il suo psicodramma, ed è la chiave dell'eredità duratura di Lou”, conclude Kaye.

L’incontro con John Cale

La raccolta è aperta da “The ostrich” brano dei Primitives, band in cui Reed era affiancato da John Cale - che l’etichetta individuò a Manatthan ad un party per il suo look e che arruolò nella band per alcuni concerti. Negli studi della Pickwick Cale e Reed registrarono il primo demo di “Heroin” nel maggio 1965 - poco dopo Reed avrebbe abbandonato il lavoro e successivamente sarebbero nati i Velvet Underground.
“Il tempo di Lou Reed alla Pickwick gli garantì comunque una grande esperienza in studio. Il mix di stili che scrisse con i suoi
collaboratori gli diede le prime opportunità di esplorare il suo amore per il rock, il soul, i suoni dei gruppi femminili, Phil Spector e un po' di sperimentazione in materiale distribuito commercialmente”, conclude Unterberger.

“Ero come una Ellie Greenwich senza successo, una Carole King povera", avrebbe ricordato Reed anni dopo in un'intervista. "C'erano questi altri tre ragazzi, andavamo tutti in questa stanza e scrivevamo canzoni. Stavamo lì seduti finché qualcuno non si inventava qualcosa... Gli altri, credo, volevano avere un futuro facendo dischi pop. Io, invece, avevo le mie canzoni”. Il mito di Lou Reed stava per cominciare

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