"Lateral": 1984, l'anno più Pop di sempre

E' il 40° anniversario: in dodici mesi fine del post-punk, nascita dell’indie ed esplosione pop.
"Lateral": 1984, l'anno più Pop di sempre

Lateral è un appuntamento periodico di Rockol per attraversare la storia della musica popolare, alta e bassa, e offrirne una vista, appunto, laterale. Una volta al mese, da leggere, commentare e ascoltare con la playlist dedicata. Questa è la prima parte dell’episodio dedicato al 1984.

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Per qualcuno, gli anni Ottanta sono iniziati con il 1984. Per qualcun altro, gli anni Ottanta sono precipitati dopo il 1984. Per altri ancora, il 1984 racchiude tutti gli Ottanta in un solo anno. George Orwell, Thatcher, Reagan, la Guerra Fredda, lo sciopero dei minatori, la morte di Enrico Berlinguer, le bombe dell'IRA, l'HIV. Il post punk e l’indie. Gli Smiths e Scialpi. This Mortal Coil e Alphaville. Gli yuppies, la moda, la borsa, i BOT. La Milano quasi da bere. Le cassette e i 12 pollici. L’analogico e il digitale. Il primo album dei Run DMC. I primi singoli di Beastie Boys e LL Cool J. Soprattutto, un’onda immensa di musica e suoni Pop a sommergere quasi tutto. Un polo gravitazionale che tutto attrae e modella, in tantissimi sottogeneri diversi, tutti in classifica. Per la prima volta, sei singoli superano il milione di copie vendute nel Regno Unito. Un numero impressionante di canzoni che passano il test del tempo.

Il 1984 è un anno bisestile e inizia con una domenica. In Italia il tempo è prevalentemente nuvoloso con temperature che oscillano tra 0 e 10 gradi. Se si può discutere su quale sia l’anno migliore della musica rock (1967, 1969, 1971, …?), non ci sono dubbi sul fatto che il 1984 sia l’apice della storia del pop. Questa è la prima parte di una storia che lo racconta. Dalla A alla Z.

Prima Parte

A come Arena Rock – I primi anni Ottanta avevano visto la ricerca di una dimensione arty che attraversava post punk, new wave e anche la prima fase del synth pop. Il tutto si traduceva in concerti in piccole venue, soprattutto club, lontani dalla dimensione delle grandi arene. Il successo clamoroso del Serious Moonlight tour di Bowie del 1983 spinge parte della scena inglese alla ricerca di nuovi suoni, che possano riempire gli stadi. Gli U2 sono i primi a muoversi, pronti ad abbandonare la dimensione ancora molto locale dei primi album e a tentare la conquista dell’America. Corteggiano a lungo Brian Eno reduce dall’esperienza con i Talking Heads e unico produttore capace di coniugare suoni all’avanguardia e rimanere in un contesto artistico e sofisticato. Eno alla fine accetta, a condizione di portare con sé il sodale Daniel Lanois con cui lavora da alcuni anni su progetti di ambient music. E anche per gli U2 diventa tempo di fairlight, archi e trattamenti vari. Big Music. Ma anche Big Lyrics, con argomenti più “importanti” e universali, tra Martin Luther King, Elvis Presley e il 4 di luglio. Più o meno contemporaneamente nasce la versione opinionated e predicatrice di Bono che ci accompagnerà a lungo. Per passare a Eno, gli U2 interrompono la collaborazione con il produttore storico Steve Lillywhite che inizia a lavorare con i Simple Minds, protagonisti della stagione del new pop britannico e anch’essi pronti a passare a una dimensione più rock e bombastica. Il primo passo verso una carriera negli stadi (e anche l’ultimo degno di nota prima del precipizio di Once Upon A Time dell’anno dopo) è il singolo “Waterfront” che anticipa la pubblicazione dell’album “Sparkle In The Rain” che avviene appunto nel 1984, con il Lato A tra le cose migliori dell’anno. Per non essere da meno, la band cita Michelangelo, Robert De Niro e, giusto qualche mese prima degli U2, anche Martin Luther King. La Big Music è qui per restare.  “Up on the catwalk, I don't know why”.

B come British Invasion – Nel novembre 1979, lo Sheraton-Universal Hotel di Los Angeles ospita la prima Video Music Conference della rivista Billboard. Durante la tavola rotonda "Video Music—Tomorrow Is Here Today", John Lack annuncia al mondo la sua intenzione di lanciare una rete che trasmette video musicali ventiquattr'ore su ventiquattro. MTV apre i battenti il 1° agosto 1981, è la prima televisione in stereo della storia. Gli uffici sono in un paio di camere di uno Sheraton in Midtown New York. Quasi tutto lo staff viene dalla radio e non ha esperienza nel mondo della televisione. Nella library ci sono solo 165 video, trenta di Rod Stewart. Nonostante Warner e AMEX come soci, i soldi sono pochi e c’è bisogno di contenuti poco costosi che possano riempire le ore di programmazione. Le band britanniche, abituate a produrre video per Top Of The Pops e The Tube, diventano i principali fornitori e i loro dischi iniziano ad essere venduti anche a Tulsa, Oklahoma. Di lì a poco è la volta di una seconda British Invasion, dopo quella degli anni Sessanta. Al posto di Beatles, Rolling Stones, Who, Kinks, Hollies e Dave Clark Five, arrivano Eurythmics, A Flock Of Seagulls e Culture Club. Nel 1983, le formazioni britanniche totalizzano il 30 per cento delle vendite di dischi in America. Il 7 aprile 1984, 40 degli artisti presenti nella classifica dei singoli Billboard US Top 100 sono britannici, stabilendo un nuovo record. Gli americani impareranno velocemente la lezione e al binomio canzone-video aggiungeranno presto il cinema, non sempre con successo. “Talk to me, like lovers do”.

C come “Careless Whispers” & “Cigarettes and Coffee” – Le canzoni del 1984 si dividono in due grandi categorie: o fanno ballare, o sono ballate (ai tempi, si chiamavano “lenti”). Nonostante la fine ingloriosa della disco music solo pochi anni prima, la vita notturna e i club dove si balla sono diventati un motore essenziale dell'evoluzione culturale. Nella sola Londra, i club “cool” sono oltre 50, quando nel 1978 si contavano sulle dita di una sola mano. Ballare diventa una delle ragioni per visitare il Regno Unito. Gli artisti mainstream devono quindi alternare sapientemente le due forme per incontrare i gusti di un pubblico che si vuole divertire, ma anche stringere, al buio. L’approccio alla ballata segue però regole precise. Non può essere il brano con cui un artista si fa conoscere e deve arrivare dopo una serie di canzoni che ne definiscano il suono e l’appartenenza a un genere musicale. Capita quindi che se hai scritto una ballata come tua prima canzone la devi mettere da parte e aspettare il momento giusto. È quello che succede, in uno dei cortocircuiti emozionali del tempo, a George Michael e a Scialpi con due “lenti” che segnano l’estate del 1984. “Careless Whispers” composta a 17 anni in autobus e “Cigarettes and Coffee” addirittura a 14. George Michael è reduce dalla fase Motown di “Wake Me Up Before You Go-Go” e “Freedom”, Scialpi dalla cover quasi contemporanea all’originale di una canzone dei Fun Boy Three, un tango trasformato in techno pop. Le similitudini finiscono qui. George Michael gira il video per la canzone a Miami in un set iper glamour e con la parrucchiera personale arrivata appositamente da Londra per sistemargli il ciuffo. Scialpi abbandona il look post-atomico dell’anno prima per uno smoking indossato con pelle e sandali-infradito in tinta, con chitarra e sgabello per esibirsi nelle sagre strapaesane di Festivalbar e Azzurro. L’Isola della Solitudine (in assenza dell’oceano) si trova nel mare di Kara, nel distretto federale siberiano. “L'amore accende i fari nelle tenebre”.

D come Do They Know It’s Christmas – La storia delle iniziative a fine benefico della musica popolare ha radici antiche. Le cause sono state diverse: sociali, ambientali, lotta contro la povertà, per i diritti umani. A partire dal Concerto per il Bangladesh organizzato da George Harrison nel 1971, le iniziative si trasformano in momenti collettivi, con organizzazioni complesse, capaci di raccogliere grandi somme di denaro. Seguono No Nukes, i concerti del MUSE per un futuro non nucleare e il Concert for the People of Kampuchea, rispettivamente nel 1979 e nel 1980. Ci vuole però un documentario trasmesso dalla BBC nel 1984 per inaugurare una stagione di movimentismo pop a sostegno delle buone cause. Il 23 ottobre Bob Geldof è nella sua casa di Chelsea con Paula Yates e sta guardando Six O’Clok News, sette minuti che parlano della carestia in Etiopia e che si chiudono con la frase “Questo posto è la cosa più vicina all'inferno sulla Terra". Siamo nel pieno dell'era Reagan/Thatcher, quando l'intransigenza la fa da padrone e le forze del mercato determinano tutto, anche le cause che vale la pena supportare. L’esperienza di “Free Nelson Mandela” degli Special AKA pochi mesi prima ha confermato che una canzone pop può cambiare, un poco, il mondo. È il tempo di Band Aid. Il gotha o quasi del pop inglese – gente che si salutava a malapena nei corridoi di Top of the Pops - si trova il 25 novembre, di domenica, agli studi SARM di Trevor Horn per registrare una canzone che negli anni sarà tacciata di paternalismo, imperialismo, dozzinalità e, soprattutto, considerata responsabile di risollevare la carriera di (Saint) Bob Geldof. Sia quel che sia, insieme alla sua naturale prosecuzione – il Live Aid dell’anno successivo – è l’epitome del gigantismo degli anni Ottanta. Coinvolgere il massimo numero di artisti, arrivare al massimo numero di persone. Dopo due giorni, il disco è già pronto. Arriva nei negozi subito dopo e il 15 dicembre 1984 debutta direttamente al numero uno per diventare il singolo più venduto nella storia della musica inglese, almeno sino a quel momento. “Feed the world, feed the people”.

E come Enrico Berlinguer – Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano, “manca di vivere” a Padova. È il 12 giugno. Ha 62 anni, una moglie e quattro figli. Un ictus lo colpisce nel corso di un comizio elettorale per le europee in piazza delle Erbe, sotto un cielo carico di pioggia. Sandro Pertini assiste alla chiusura della bara prima del corteo che la accompagna all’aeroporto di Mestre per il volo, sull’aereo presidenziale, verso Roma. Lo porta via “come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta”. I funerali a Roma sono quelli di un grande capo di Stato. La mattina del 13 giugno, tre cortei accompagnano il carro funebre in piazza San Giovanni, la Rai trasmette tutto in diretta. Piazza San Giovanni esplode, un milione e mezzo di persone. Una mobilitazione emotiva di popolo che sorprende tutti, per un leader di parte, solitario e diverso. Poche settimane e per la seconda volta si vota per eleggere il Parlamento Europeo. Il Pci è il primo partito, con oltre 11 milioni di voti e il 33,32%. Sembra l’inizio di una nuova fase, invece è la fine definitiva di un’epoca. Le ultime tracce di impegno se ne vanno con Berlinguer e il passaggio alla Milano da bere che arriverà poco dopo è testimoniato dal disco di transizione di Antonello Venditti verso una dimensione ultra pop. “Notte prima degli esami” è con tutta probabilità l’ultima sua grande canzone per un paese che ha accelerato la propria trasformazione, abbracciato la cultura dell’immagine e dove fare soldi diventa improvvisamente sexy. De Andrè sceglie una strada diversa e opposta ai suoni del momento. Invece di sintetizzatori, oud e bouzouki, il dialetto genovese invece dell’inglese e con tutti i suoni del mediterraneo va al Castello di Carimate dove registra “Creuza De Mä”. La scomparsa della canzone impegnata lascia uno spazio all’artista con la narrazione più atemporale del nostro panorama autoriale. Paolo Conte cede al corteggiamento di Caterina Caselli e lascia la RCA per la CGD dove incide il terzo album che porta il suo nome. Tra timidi sintetizzatori e batterie elettroniche, l’ottobre del 1984 vede la pubblicazione del suo disco migliore. È un momento di transizione, l’Italia si appresta a scoprire la sua versione di rock alternativo, tra Diaframma, Litfiba e CCCP. Le ultime parole di Berlinguer prima di accasciarsi sul palco di Padova sono dedicate a “Questa nostra cara Italia”. “Come i pini di Roma, la vita non li spezza”.

F come Frankie Goes to Hollywood – Nella primavera del 1982, il bassista di una band emergente di Liverpool suona una nuova linea di basso in una stazione di polizia in disuso riconvertita a sala prove. Contemporaneamente, il cantante della band, sta camminando per raggiungere il locale con una canzone che gli gira per la testa e che inizia così: "Relax, don’t do it". Pochi istanti dopo, frasi e linea di basso si uniscono e nasce "Relax". Tra gli artisti che possono rivendicare il 1984 come il “proprio anno”, c’è una band che più di ogni altra ha lasciato un’impronta indelebile sul periodo, all’incrocio tra mainstream, nuove forme di propaganda e una matrice rock-funk, immersa nei suoni high energy. I Frankie Goes To Hollywood hanno già scritto le canzoni che varranno tre numeri uno nelle classifiche inglesi – “Relax”, “Two Tribes”, “The Power of Love” – prima di incontrare Trevor Horn e di ricevere un anticipo di 2.500 sterline per firmare con la ZTT. Seguono interminabili sessioni in studio a base di Fairlight, Synclavier e quanto di meglio può offrire la tecnologia del momento, registrazioni notturne con alterazioni microtonali, ostracismo della BBC, campagne di marketing a 360° fatte di annunci pubblicitari sulla stampa, Ronald Reagan and Konstantin Chernenko, capi di moda indispensabili (le magliette Frankie Say) e note di copertina che sono l’equivalente pop di quelle dei dischi jazz degli anni Cinquanta. I FGTH portano al numero uno nel Regno Unito i loro primi tre singoli e Trevor Horn crea un numero infinito di versioni remix per la promozione dei 12 pollici. Una combinazione di packaging, marketing, cultura, immagine e linguaggio per un approccio concettuale capace di sollevare polemiche che non si vedevano dai tempi del punk. Arriverà un esagerato doppio album, indulgente, eccessivamente ambizioso pieno di filler, oggi a malapena ricordato, che balzerà comunque in cima alle classifiche del Regno Unito. Alla fine, sono solo cinque ragazzi di Liverpool, due cantanti apertamente gay e i tre lads a far finta di suonare all’inizio e a imparare nel giro di pochi mesi come si fa. Finirà male tra un secondo album sbagliato, cause e contenziosi. Un’unica reunion per l’Eurofestival a Liverpool nel 2023. Fedeli alla loro natura, suoneranno una sola canzone, l’opus magnum “Welcome to the Pleasure Dome”. Il loro quarto singolo, numero 2 nel gennaio 1985. “Bless you. Lovely to see you all” le ultime parole di Holly Johnson prima di scendere dal palco. “Make love your goal”.

G come Glory Days – È il 9 maggio 1984 quando viene estratto il primo della serie di sette singoli dall’album “Born In The U.S.A.” di Bruce Springsteen. “Dancing in the Dark” dà il via ai giorni di gloria dell’artista che per la prima volta arriva al secondo posto della classifica americana dei singoli e al quarto di quella inglese. La critica, pur parlandone generalmente bene, non capisce da subito il potenziale commerciale dell’album e come questo rappresenti il vero punto di svolta di una carriera già di successo, ma destinata ad assumere proporzioni messianiche. Molte delle canzoni di Springsteen cucite nella nostra coscienza collettiva provengono da questo disco che si muove in splendido equilibrio tra travolgenti rock'n'roll e afflati progressisti, in un'epoca di tagli al welfare e di nazionalismo reaganiano. I suoni sono cambiati, grazie anche allo Yamaha CS-80 suonato da Roy Bittan e Rolling Stone US parla addirittura di “tecno-pop”. Anche Springsteen si sottopone al trattamento remix imperante nell’epoca e con Arthur Baker realizza un paio di versione dance di “Dancing in the Dark” e “Cover Me”, presto scomparse dalla sua discografia e non presenti sulle piattaforme di streaming. L’album segna un’estate d’oro per l’industria discografica americana. Nel giro di pochi mesi escono “Purple Rain” di Prince e “Like a Virgin” di Madonna. Come nel caso di “Born in the U.S.A”, ciascun album vende oltre dieci milioni di copie. A oltre un anno dall’uscita, “Thriller” di Michael Jackson vende ancora più di tutti. Del secondo album dei R.E.M., se ne accorgono in pochi. “You can't start a fire without a spark”.

H come Hallelujah – Una canzone diventata una delle composizioni più amate, più eseguite, più incomprese del nostro tempo ma, con la sua storia biblica di Re David e Sansone, è anche forse la più incongrua per l’anno in cui è stata pubblicata, appunto il 1984. Eseguita da decine di artisti, in innumerevoli versioni e arrangiamenti, secondo Bono "potrebbe essere la canzone più perfetta del mondo".  Eppure, quando Leonard Cohen nel 1984 presenta l'album “Various Positions”, in cui appare "Hallelujah", alla Columbia Records, la casa discografica si rifiuta di pubblicarlo. Cohen ha lavorato al testo della canzone per quasi cinque anni, in una tormentata opera di cesello. Quando il disco finalmente esce, grazie a un’etichetta indipendente, la canzone viene ignorata. Subito dopo, Cohen inizia a cambiarla e rielaborarla in concerto, confondendo i pochi fan che la conoscono. Nel tempo e grazie soprattutto alla cover di Jeff Buckley – per ironia della sorte pubblicata dalla stessa Columbia che aveva rifiutato l’originale dieci anni prima – diventa una protagonista assoluta di matrimoni, funerali, talent show e serie televisive. Una “Imagine” o “Bridge Over Troubled Water” in salsa alternative. Un salmo contemporaneo, l’unico standard della canzone moderna ad emergere dal 1984 (composto su una modesta tastiera Casio). “You don’t really care for music, do you?”.

I come Indie - Indie è l'abbreviazione di indipendente e fin dall’inizio della musica pop – si pensi alla Sun Records – ha identificato etichette discografiche operanti in modo indipendente dalle grandi case discografiche tradizionali, le cosiddette major. Storicamente, sono state proprio le etichette indipendenti a segnare i periodi più importanti del pop, successivamente digeriti, metabolizzati e normalizzati dalle major.  Il post punk e il gothic inglese non sono da meno e vedono il fiorire di numerose iconiche etichette indipendenti come Factory, Rough Trade e 4AD (“It’ll End In Tears” e “Treausure” escono entrambi nel 1984, da riscoprire). A metà Ottanta, l’indie travalica la dimensione di etichetta e diventa un genere, in chiara opposizione al mainstream. È una musica non commerciale, guidata dal suono delle chitarre, che abbraccia l'estetica DIY ereditata dal punk. Appare strutturalmente più leggera del rock classico, spesso caratterizzata da testi emotivi e realisti, con forti riferimenti socio-politici e artistici. Il vinile è venerato tanto quanto il CD rifiutato, oggetto inutilmente costoso e simbolo dell’ingordigia delle corporation. Stesso atteggiamento di ostracismo verso i video, soprattutto nella versione iper colorata e prodotta del periodo. Se il pop e soprattutto l’hard rock da classifica hanno connotazioni machiste, l’indie è asessuato. Gli anni Sessanta sono il nuovo punto di riferimento sia per il look (collo a polo e tagli a scodella per i ragazzi, pois e caschetti per le ragazze) che per il suono, tra i jingle jangle dei Byrds e atteggiamenti alla Velvet Underground. La Creation Records sembra più di ogni altra etichetta rappresentare il compendio perfetto di questa nuova estetica fondata sull’understatement e non a caso debutta proprio a cavallo del 1984. Il nuovo vangelo indie ha da alcuni anni il suo profeta, John Peel e le sue session, la sera su BBC1. Peel inizia ad apparire con maggiore regolarità a Top of the Pops a partire dal 1982, portando un punto di vista diverso e più caustico sulla musica da classifica e celebrando gli artisti indie che frequentano con maggiore regolarità un programma musicale che ogni giovedì sera entra nelle case di oltre due milioni di famiglie del regno. Le limitazioni autoinflitte, insieme alle ridotte capacità di marketing delle etichette che distribuiscono i dischi, ridurranno l’impatto dell’indie su classifiche e mainstream degli anni Ottanta. I gruppi cominceranno presto a suonare molto simili. Uno di loro, il più talentuoso del lotto, riuscirà a uscire da questo ghetto musicale e a imporsi anche nelle classifiche inglesi (vedi alla lettera “M”). “Here I am, waiting to hold you”.

Leggi qui la seconda parte e qui la terza parte del racconto sul 1984. E qui puoi ascoltare la playlist che accompagna il viaggio.

 

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