"Lupin" spiega perché le serie italiane di Netflix fanno cilecca
Per una volta bisogna mettere da parte l’orgoglio e il campanilismo e ammettere che non c’è una serie italiana prodotta da Netflix riuscita e appassionante come "Lupin". Oggi, 5 ottobre, arriva la terza stagione: la serie che attualizza il personaggio del ladro gentiluomo con protagonista Omar Sy riesce ancora una volta a rinnovarsi ed espandere la sua mitologia, fornendo intrattenimento di qualità. Non sarà il titolo del secolo, non cambierà la storia della serialità sul versante fiction, ma quando su Netflix arrivano nuovi episodi di "Lupin", anche lo spettatore casuale finisce per guardarli presto e con piacere.
Non si può purtroppo dire lo stesso per le serie originali Netflix italiane. Nessuna delle produzioni nazionali della piattaforma è riuscita a sfondare, nemmeno entro i nostri confini, a parte qualche rara eccezione. I titoli che hanno ottenuto più risonanza e copertura internazionale sono probabilmente i due prodotti animati scritti da Zerocalcare “Questo mondo non mi renderà cattivo” e “Strappare lungo i bordi”. Di recente a livello nazionale hanno riscosso grande attenzione e consensi un paio d’incursioni in campo documentaristico di stampo crime, vedi il successo delle docuserie “Wanna” e "SanPa: Luci e tenebre di San Patrignano”. Bisogna citare anche "SKAM Italia," che però Netflix ha acquisito da Tim Vision a serie già avviata e che si appoggia a un format norvegese.
Cosa non funziona nella serialità made in Netflix italiana? Perché la Spagna ha "La casa di Carta," la Germania ha "Dark," l’Austria ha "Freud," la Corea del Sud ha "Squid Game" e da noi nessun titolo è capace di conquistare il pubblico globale? Cosa non funziona esattamente nel modello Netflix italiano? Le possibili risposte sono tante. Ecco cosa dovrebbero imparare le produzioni Netflix (e non) italiane dal successo di "Lupin".
Netflix vive di rendita
Il primo punto che è importante mettere a fuoco è che, nelle produzioni esterne al mondo anglofono, Netflix vive quasi sempre di rendita, ovvero si appoggia a nomi, infrastrutture e professionalità locali per creare i propri prodotti.
Il gigante dello streaming ha sicuramente il merito di aver individuato talenti promettenti a cui ha garantito risorse e possibilità espressive, ma il modello estero di Netflix amplifica quello che già c’è.
Netflix ha creduto nel talento di Zerocalcare e nella sua possibilità di imporsi nel mondo dell’animazione così come si è affermato in quello del fumetto, ma a ben vedere c’era già una notevole fanbase a cui fare affidamento. Inoltre il fumettista romano aveva già attuato un esperimento di corti animati fai-da-te d’enorme successo durante la pandemia, "Rebibbia Quarantine," passato su La7.
Il successo di "Lupin" vede Netflix al fianco di una realtà secolare come The Gaumont Film Company, un gigante della cinematografica francese guidato da Nicolas Seydoux (il prozio dell’attrice francese Léa Seydoux). Negli ultimi decenni Gaumont ha creato una branca dedicata alla serialità e una realtà chiamata Gaumont Television, che opera sul mercato statunitense. Titoli statunitensi come “Hannibal” (NBC) e “Narcos” (Netflix) hanno goduto del sostegno finanziario francese. La collaborazione con Netflix, nata sui set statunitensi, si è poi spostata in Francia.
In Italia le professionalità ci sono, ma sono in gran parte legate a realtà come RAI, Mediaset e Sky, che in campo di serialità e fiction fanno strenua concorrenza a Netflix. RAI e Sky hanno il polso del mercato italiano, sanno cosa funziona da noi, opzionano alla velocità della luce tutto ciò che può costituire uno spunto interessante per una serie. Senza dimenticare che anche Prime e Disney hanno aperto a produzioni italiane, dimostrando finora più o meno i medesimi problemi di Netflix, ma facendo concorrenza a quest’ultima.
In Italia un reparto in cui da decenni si lamenta una cronica carenza di talenti è quello della sceneggiatura. Quei pochi nomi in grado di tenere in piedi una writing room e svolgere le funzioni di showrunner sono legati a doppio filo a Sky o RAI, che mantengono anche il monopolio sui diritti di tutti i detective e investigatori della letteratura gialla italiana: una miniera d’oro da cui sono usciti quasi tutti i recenti successi seriali italiani.
La realtà produttiva francese ha tutt’altre dimensioni: i francesi vanno molto più al cinema di noi, consumano tanto intrattenimento, sono spettatori più curiosi, più giovani e propensi al rischio e alla novità. Più biglietti staccati nelle sale, più abbonamenti venduti significa più denaro che gira, più realtà in concorrenza con loro.
L’esperienza internazionale di Gaumont ha portato alla guida di “Lupin” al fianco dello sceneggiatore francese François Uzan il collega George Kay, che ha passaporto inglese. I primi episodi della serie sono diretti da Louis Leterrier, regista francese con una carriera importante a Hollywood (nel 2023 ha diretto “Fast X”, sostituendo Justin Lin). “Lupin” non è diventato per caso un successo internazionale: è stato costruito da nomi francesi e non che sono abituati a lavorare in ottica internazionale.
L’ossessione di Netflix per gli adolescenti italiani
Forse per ovviare allo strapotere RAI/Sky, forse per integrare una strategia sempre più rivolta al pubblico adolescenziale, a partire da "Baby" Netflix ha dedicato gran parte dei suoi prodotti italiani originali a un pubblico prettamente adolescenziale.
È vero che talvolta i prodotti teen ben fatti riescono a coinvolgere anche il pubblico adulto, vedi il successo eclatante della serie HBO "Euphoria" o del nostrano “Mare fuori”. Tuttavia un prodotto come "Lupin" è trasversale, adatto ai giovanissimi come agli adulti. I flashback del protagonista Assan da giovane e la narrazione relativa al figlio Raoul occhieggiano al pubblico più giovane, ma al centro della storia ci sono le imprese impossibili di un ladro gentiluomo; adulto, sposato, divorziato e con un figlio.
Il taglio sbarazzino della serie, l’ironia appena accennata ma costantemente presente sul moderno Lupin nero e di umili origini in una Francia che si pensa bianca, spesso borghese, frequentemente razzista, lo rendono il prodotto d’intrattenimento ideale per chi accende Netflix alla ricerca di qualcosa da vedere per passare una bella serata. “Lupin” riesce a tenere insieme uno sguardo e un gusto francesi alla capacità di comunicare con il pubblico internazionale, servendosi inoltre del fascino per alcuni esotico e irresistibile di Parigi e dintorni. La “francesità” è un asset strategico - vedi il successo di “Emily in Paris” - ma qui Parigi è vista in una dimensione quotidiana, popolare, multiculturale, fuor di stereotipo.
I prodotti italiani di Netflix puntano invece su struggimenti adolescenziali ambientati nella provincia raccontata attraverso un filtro emo o in una Roma banalissima e stravista. Teen drama dunque, ora in chiave fantasy, ora mystery, ora crime: generi ben più rischiosi di una commedia combinata a un nuovo heist movie ad ogni episodio. Eppure l’equivalente di questi teen drama di genere prodotto negli Stati Uniti - "Stranger Things", "Mercoledì" - ha dimostrato di poter funzionare alla grande. Ma allora cosa manca alle serie italiane su Netflix per prendere il volo?
Netflix investe poco e punta su facce belle
Chiunque abbia visto anche solo un episodio di "Curon", "Luna Nera" o "Baby" sa che si fatica persino a costruirlo un paragone con una serie come "Mercoledì" o "Stranger Things." Netflix ci prova spesso a costruire un successo italiano, ma lo fa con una strategia al risparmio.
Alla scrittura e davanti alla cinepresa ci sono dilettanti assoluti allo sbaraglio o persone con una certa esperienza ma accoppiate a progetti spesso calati dall’alto, con l’evidente esigenza di investire il minimo possibile.
Nonostante le tante serie prodotte, Netflix non è riuscita a lanciare che un paio di nomi nello star system italiano, che sono comunque rimasti nelle retrovie. D’altronde in serie come "Summertime" o "Luna Nera" a colpire è la fotogenia e l’avvenenza dei protagonisti, spesso direttamente proporzionali alla loro incapacità recitativa. La faccia giusta funziona per un po’, ma se poi non è in grado di costruire un personaggio o tenere in piedi una scena, spesso con dialoghi imbarazzanti da pronunciare, allora è davvero finita.
I francesi invece che fanno? Mettono come protagonista una delle loro star internazionali più note: Omar Sy, divenuto famoso a livello mondiale con "Quasi amici" e capace negli anni di costruirsi una solida carriera. Un attore bello, famoso e molto capace, dotato dello charme necessario per farci subito affezionare al suo "Lupin." Una star che da sola ha spinto molti a dare una chance a “Lupin”.
Dove sono le grandi star nelle serie Netflix italiane? A parte rarissime eccezioni (vedi Matilda De Angelis protagonista di "La legge di Lidia Poët") si punta quasi sempre su esordienti di bella presenza ma di scarso talento, senza nemmeno andarli a cercare tra quanti hanno una minima esperienza o preparazione alla recitazione.
Pur con qualche carenza, "La legge di Lidia Poët" è forse uno dei titoli recenti più riusciti in ambito italiano sostenuto da Netflix. Guarda caso ci sono dietro nomi tutt’altro che marginali: Matteo Rovere come regista, Guido Iuculano e Davide Orsini come sceneggiatori, Eduardo Scarpetta come coprotagonista.
Matteo Rovere in particolare è una delle metà di Gröenlandia, casa di produzione che forse come nessun’altra sperimenta in Italia con prodotti che occhieggiano al mercato internazionale e hanno una chiara visione commerciale alla base. Rovere tra l’altro, insieme all’amico e socio Sydney Sibilia, è tra i nomi responsabili di alcune delle pellicole italiane più riuscite su Netflix, come ad esempio "L'incredibile storia dell'Isola delle Rose."
Guardando a "Lupin," si nota immediatamente l’ottima fattura della serie. “Lupin” è scritta in maniera attenta e sempre agile, portata in vita da un cast che dal protagonista all’ultimo dei comprimari è costituito da interpreti capaci, con una fotografia e una regia che danno punti anche ad alcuni prodotti anglofoni di Netflix. È evidente come l’investimento economico sia infinitamente superiore a quello della serie media italiana made in Netflix.
Tirando le somme, il mercato italiano non è semplice da capire e addomesticare: chi si affaccia deve fare i conti con lo strapotere di RAI (seguita a ruota da Mediaset e Sky), con un pubblico di età medio-alta restio a uscire dalla sua comfort zone, con un limitato numero di professionisti di alto livello legati a doppio filo con le realtà locali.
Eppure l’impressione è che la strategia sin troppo prudenziale di Netflix (ma anche di Prime e Disney+) non possa arrivare a partorire un successo di grandi proporzioni entro i confini italiani, figuriamoci a livello internazionale. Per una volta dovremmo guardare all’approccio dei cugini d’Oltralpe, che con "Lupin" hanno dimostrato di essere propensi a investire i loro nomi di punta (dal personaggio di Lupin a Omar Sy), con una stretta collaborazione pensata già in chiave internazionale, con una Netflix disposta ad aprire i cordoni della borsa e spendere qualche soldo in più, puntando meno su facce belle e più su nomi talentuosi. Insomma: per una volta a rischiare il colpo grosso e a prendersi un vero rischio.