Agli I Days il rock senza tempo tra ieri e oggi

Nothin But Thieves, Black Keys e Liam Gallagher hanno portato la loro lettura del rock
Agli I Days il rock senza tempo tra ieri e oggi
Credits: Arianna Carotta / Concessione in uso a Rockol

Dopo la pioggia che ha segnato e accompagnato il concerto di Travis Scott della sera precedente (leggi qui la recensione del concerto) il sereno è tornato su Milano ad accompagnare la serata rock proposta degli I Days 2023 di fronte a circa 27.000 persone. Tre erano gli appuntamenti previsti nella giornata del sabato all’Ippodromo SNAI La Maura con un pubblico pronto a godersi le esibizioni di (nell’ordine) Nothing But Thieves, Black Keys e a chiusura Liam Gallagher (questi ultimi due co headliner con set da 75 minuti cadauno).

Nothing But Thieves

Alle 18.00 salgono sul palco i Nothing But Thieves per aprire la giornata. Un set robusto, nel loro stile, accompagnato dall’interesse del pubblico (“non li conoscevo, non li ho mai visti... interessanti però” si sente commentare, con diversi accenti regionali, nel pit al termine della loro esibizione). La band dell’Essex arriva agli I Days (tornando a Milano dopo il live di aprile 2022 - Leggi qui) a poco più di 24 ore dall’uscita del loro nuovo album “Dead Club City” (Leggi qui) di cui hanno presentato quattro brani, tra cui i due singoli e uno (“Tomorrow Is Closed”) per la seconda volta in scaletta. Onesti e potenti, hanno, pur in un breve set, mostrato la loro forza e bravura, riuscendo anche, nel difficile ruolo di apertura, a coinvolgere il pubblico, non certo lì per loro. Un buon inizio di giornata e tutto sommato una buona promozione per loro.

Black Keys

Sono le 19.00, il sole è ancora alto quando salgono sul palco gli americani Black Keys e la cosa, con buona pace e il massimo rispetto degli opener, inizia a farsi maledettamente seria. Lo si percepisce dall’atmosfera tra il pubblico, dalle reazioni e dall’empirico “applausometro”. D’altronde il duo era molto atteso: mancavano dall’Europa da ben 8 anni ed avevano un nuovo disco uscito a maggio 2022 (“Droopout Boogie” che da il titolo al tour), che in realtà dal palco hanno quasi “dimenticato”, ma soprattutto hanno una storia credibile e di successo.

I due componenti della band (che dal vivo si allarga) danno subito dimostrazione di ciò che vogliono mettere in campo nella serata: un bel rock sanguigno che gronda blues, che bussa alle porte dell’hard rock e che rimanda agli anni ’70, con le chitarre che suonano forte, con assoli lunghi (il giusto), potenti, accattivanti e mai sterili virtuosismi. Il pubblico capisce e apprezza subito le loro intenzioni, d’altronde una buona parte dei presenti è lì proprio per loro. Dan Auerbach (chitarra, voce) e Patrick Carney (batteria, percussioni) ci danno dentro, supportati dai loro compagni di avventura, con un basso profondo che segna il suono. Sul palco ci sono Andy Gabbard – chitarra, Zach Gabbard – basso, Ray Jacildo - tastiere. Chris St. Hilaire – percussioni, musicisti che contribuiscono egregiamente alla resa del concerto. La presenza di una doppia chitarra, che raddoppia e duetta in alcune parti soliste e non è solo ritmica, fa molto anni ’70.

Pochi fronzoli, essenziali, diretti e coinvolgenti portano la platea a ballare, a battere le mani a ritmo ed a scatenarsi sui loro pezzi più famosi. Nei circa 70 minuti del set c’è di tutto con una scaletta ben preparata che prevede una sparata iniziale, giusto per scaldare l’ambiente a cui seguono momenti più intensi, di lunghe ballate elettriche con bei crescendo, per poi riprendere “corpo” e ritmo. Sparse per il concerto “Tighten Up”, “Everlasting Light”, “Fever” (potente), “Howlin for you” (tutta da cantare). “Little Black Submarine” acustica e delicata e il singolo dall’ultimo album “Wild Child” non fanno altro che confermare la bravura della band di Akron (la stessa città dei Devo). Tutto si conclude su una scatenata versione di “Lonely Boy” brano del 2011 molto identitario della band e cantato e ballato in maniera liberatoria da tutto il pubblico. Su un “ci vediamo presto” Dan Auerbach si congeda dal pubblico degli I Days dopo aver portato tutti quanti negli anni ’70 in una sorta di bungee jumping che ti lega al presente e ti ci fa rimbalzare dentro. Ottimi.

Liam Gallagher

Arrivano le 22.00 e a favor di tenebre, introdotto da cori da stadio (l’inno del Manchester campione) e un potente rock (“Fuckin’ in the Bush” firmato Oasis), torna sul palco dell’I Days (dove era già stato nel 2018) Liam Gallagher, con tanto di parka d’ordinanza, bermuda e tra le mani le mitiche maracas e il tamburello. Ad accoglierlo un’ovazione del pubblico. L’attacco del concerto è tutto dedicato alla sua storia, o meglio a quella fantastica avventura con suo fratello. Ecco così che il cantante si riallaccia agli Oasis (indissolubile rapporto) per avviare i motori del concerto. “Morning Glory” e “Rock n Roll Star” sono un bel e inevitabile inizio e scaldano il pubblico che ovviamente questi brani li maneggia e li appassiona. La band che lo accompagna (una “large band” composta da otto elementi e quattro coriste) spinge e picchia duro, sostenuta anche da un volume adeguato, con le chitarre protagoniste. Se quelle dei Black Keys erano anni ’70 qui siamo inevitabilmente nel mondo del rock anni ’90.

Liam sul palco fa Liam, canta sempre proteso verso il microfono, nel suo consueto modo, con la voce non perfetta e il suo fare che sembra tra lo strafottente e l’annoiato. Nelle aperture musicali viaggia per il palco, guarda in alto (forse attratto da una luna quasi piena che fa mostra sulle teste del pubblico) come su tutto ciò che lo circonda non lo riguardasse. Non è un mostro di empatia e anche quando si rivolge al pubblico lo fa con apparente “freddezza” e poco trasporto.

Nello sviluppo del concerto Liam si divide tra le sue canzoni da solista e i grandi successi della band. Ovviamente i brani storici sono ben accolti, un po’ più di distacco dalla platea sulle sue canzoni che sono molto in stile Oasis o meno li accomuna la band che lo accompagna. Tra le esecuzioni spicca “Stand By Me” che diventa un inno corale tra pubblico e palco.

Sul finire del set Liam punta molto sul suo repertorio e quello è il momento in cui il pubblico pare essere più distratto, lontano. Ma arriva subito una sterzata finale sulle note delle canzoni degli Oasis. Il trittico conclusivo, tutto dedicato al repertorio della band è coinvolgente, Soprattutto quando arrivano le prime note dell’iconica “Wonderwall” diventato un inno generazionale. Su “Champagne Supernova” si va tutti a casa, così, senza una parola. Tutti soddisfatti canticchiando “Wonderwall” ci si avvia all’uscita. L’impressione, che in realtà offre sempre Liam, è quella che il compito sia fatto, messo da parte anche questo concerto.... ma è solo un’impressione. La realtà è che si tratta di un concerto ben confezionato e più appassionante quando affonda le mani nel vecchio repertorio

Scalette:

Nothing But Thieves

Welcome to the DCC
Futureproof
Life’s Coming in Slow
Trip Switch
Particles
City Haunts
Tomorrow Is Closed
Sorry
Unperson
I Was Just a Kid
Overcome
Impossible
Is Everybody Going Crazy?
Amsterdam

Black Keys

I Got Mine
Your Touch
Tighten Up
Have Love, Will Travel (Richard Berry cover)
Everlasting Light
Next Girl
Fever
Heavy Soul
Weight of Love
Lo/Hi
Howlin' for You
Ten Cent Pistol
Gold on the Ceiling
Wild Child
She's Long Gone
Little Black Submarines
Lonely Boy

Liam Gallagher

Morning Glory (Oasis )
Rock 'n' Roll Star (Oasis)
Wall of Glass
Better Days
Why Me? Why Not.
C'mon You Know
Stand by Me (Oasis)
Roll It Over (Oasis)
Slide Away (Oasis)
More Power
Diamond in the Dark
The River
Once
Cigarettes & Alcohol (Oasis)
Wonderwall (Oasis)
Champagne Supernova (Oasis)

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