Cremonini: “I concerti, momenti in cui capisci meglio la vita”
“Il concerto non deve essere solo una festa ma un momento che ti aiuta a capire meglio quello che stai vivendo”: in questa frase c’è la filosofia di Cesare Cremonini. Siamo a Mantova, dietro le quinte dello show che dagli stadi è passato ai palazzetti. Cesare, la band e la produzione sono qua da 10 giorni per quello che in gergo tecnico è l’allestimento: le prove musicali e della parte spettacolare, riadattata per i palazzetti. Spazi diversi, ma non troppo: tanto che, oltre a Mantova solo tre altre città hanno le strutture per ospitare questo show: Roma, Bologna e Milano. 34 metri di palco, una produzione da 18 camion e 120 persone (qua il racconto del backstage).
Spettacolo sì, ma canzoni in primo piano: "Quello che fa la differenza è il modo in cui costruisci lo show attorno alle canzoni che tutti vogliono cantare", spiega. "Se no fai solo playlist e il mondo è pieno di playlist".
Per Cremonini un concerto e un tour sono un’occasione anche per riflettere sul suo percorso artistico e sul mondo che lo circonda. Mi guida dietro le quinte e mostra il palco, dal "gate" che contiene uno schermo semi trasparente, per dare un effetto di tridimensionalità, al "bridge", la passerella mobile che lo porta a cantare sopra il pubblico. Cremomini dirige ogni reparto, dall'audio - per cui ha chiamato Andrew King, fonico dei Depeche Mode - alle luci, alla regia: ogni dettaglio è pensato per dare un’esperienza al pubblico che appunto non sia solo quella del canto corale delle hit. Un ricordo da portarsi a casa, un momento liberatorio ma anche di pensiero, da immortalare anche in un album dal vivo - appena uscito. Ecco una lunga conversazione su album e artisti che cambiano la vita, il delicato equilibrio tra spettacolo e musica e tra percorso artistico e tutto ciò che lo circonda, il rapporto e la competizione con i colleghi
“Cremonini live” è anche un disco dal vivo: il terzo della tua carriera. Sei uno dei pochi in Italia a pubblicare album live: che senso hanno oggi per un artista?
Credo che siano fondamentali: il live è la vera cartina di tornasole di un progetto, testimonia un momento di condivisione con il pubblico, rende indelebili dei ricordi condivisi. Rappresenta una bandierina sulla luna, è un momento fondamentale della carriera. Nel mio caso è stato registrato in un posto iconico per la musica come Imola, di fronte a 78mila persone. Non avrei mai voluto perdere l’occasione per trasformare un momento del genere in un oggetto da conservare, una volta tornato a casa. È un modo di storicizzare un evento.
Gli album sembrano contare sempre di meno, però. È cosi anche per gli album dal vivo?
Io invece credo che l’iter di un progetto artistico parta dall’album, che è il centro di gravità; poi si evolve in un tour che lo trasforma in un evento fisco. L’album live è la chiusura del cerchio. Il rischio è che artisti della mia generazione, con un repertorio solido e grande, si lascino confondere da una discografia frammentata, e frammentino anche la loro carriera. Un errore che non vorrei fare.
Quali album dal vivo ti hanno influenzato?
L’album dal vivo che ha influito di più nella mia storia, non solo nella mia carriera artistica, è “Live at Wembley '86” dei Queen: il mio tatuaggio sull’avambraccio arriva da lì. Un concerto che, quando avevo 11 anni, mi ha fatto pensare che avrei voluto fare questo nella vita, e che ha costruito in me il sogno degli stadi.
Poi ci sono altri album che hanno segnato in maniera profondissima l’approccio al mio mestiere, come le registrazioni dal vivo degli spettacoli teatrali di Gaber, degli anni ’70 e ‘80. Mi hanno formato come persona e come artista. È come se, grazie all’approccio di Gaber, avessi sviluppato una vocina che ogni tanto mi parla e mi avverte delle mie debolezze. Ci vuole una coerenza morale ed etica anche se fai qualcosa che prova a rompere le regole come il rock ’n ‘roll.
Ti vedi un giorno a proporre uno spettacolo con un approccio più teatrale, come Gaber?
Sarebbe bellissimo e penso che sarei portato verso quel genere di approccio. Mi sono nutrito di Gaber fin da giovanissimo, da quando la mia carriera solista aveva bisogno di una scossa dopo i Lùnapop. L’ho cercato come punto di riferimento, ce l’ho dentro.
Negli stadi è difficile trovare un equilibrio tra la teatralità e l’empatia che richiede un pubblico pop e rock?
Questo è un concerto che mi permette di usare tutti i miei linguaggi. In futuro ne scoprirò altri, ma ora mi sento realizzato al 100%: in questo show c’è la performance fisica per il pubblico, c’è la parte più intima, suonando da musicista; c’è la parte teatrale molto enfatizzata, quasi ostentata in alcuni brani, tanto che il palco crea un rialzamento che mi permette di cantare come se fossi allo Smeraldo di Milano. E c’è ovviamente una parte empatica, corale, quella delle hit cantate con il pubblico.
Che rapporto hai con le tue canzoni più famose?
Chi, come me, ha delle hit non le può togliere. Quello che fa la differenza è il modo in cui costruisci lo show attorno a quelle canzoni. Io stesso ho bisogno di appoggiarmi alle onde sonore del pubblico e di cantare con loro. Sono 23 anni che canto “50 special” con un microfono in mano, ma questa volta la faccio con la chitarra, con la band: è comunicazione, è ricordare come è nata, in un garage, una cosa che tira fuori la voglia di suonare.
Se no fai solo playlist e il mondo è pieno di playlist.
Nel tuo percorso si percepisce il non volere replicare quello che hai già fatto, il voler uscire dai meccanismi del fare musica in Italia.
Il mio percorso è stato come un elettrocardiogramma, in continua ascesa ma instabile. La mia percezione di me stesso è caratterizzata dall’inquietudine, che mi ha portato a conoscere e fare tante cose. L’inquietudine è il motore di tutto: mi ha insegnato a suonar meglio, a essere un performer migliore. Ti insegna a cercare di curarla confrontandoti con gli altri: è così che sono diventato un artista migliore.
Senti la mancanza del palco quando ne sei lontano?
Il palco segue un percorso artistico, come la mia carriera. So che un live o un disco è importante che sia un progetto di comunicazione, ma ne sono disinteressato. Dopo 7 stadi e Imola, avrei potuto ragionare in termini di posizionamento e aspettare a tornare negli stadi nel 2023, ma dopo due anni di pandemia non aveva senso fare questi ragionamenti. Il live è una possibilità espressiva, e se ho qualcosa da dire, anche rispetto a ciò che ci circonda, vado sul palco.
Per questo hai cambiato in parte la scaletta dagli stadi ai palazzetti?
Un live nei palasport ha una possibilità espressiva diversa, per questo ho aggiunto canzoni come “Sardegna”, o come “Una come te” per rendere lo show ancora più empatico. Canzoni che oggi hanno un peso specifico diverso rispetto a quando la ho scritte, prima degli avvenimenti che in questi anni ci hanno cambiato. Credo possano far sentire delle cose al pubblico che non hanno solo a che fare con la leggerezza e la spensieratezza del momento, ma che rimangono quando tornano a casa.
Credo che quasta cosa venga sottovalutata in Italia: l'idea del live come una grande festa in cui si dimenticano i problemi è sempre vera, ma il live è anche un momento che ti aiuta a capire meglio quello che stai vivendo.
Durante i concerti estivi parlavi della necessità di costruire nuovi ricordi
Sì, perché ne abbiamo accumulati di molto brutti e volevo mettere un mattoncino, sentivo la necessità di ricostruire un significato.
Cosa è cambiato nel live, dopo la pandemia, secondo te? In meglio o in peggio?
Le cose stanno cambiando rapidamente. Dopo anni molti muri, molte ideologie anche un po’ vecchie del mondo musicale si stanno sfaldando.
Cosa costruire al loro posto è il tema più importante: non basta cambiare le regole, bisogna farne di migliori. È lo stesso tema che riguarda la discografia: la musica liquida è democratica, alla portata di tutti, ma se le regole non ci sono o se le creano le piattaforme… Vale per i live: l’entusiasmo del pubblico ci ha meravigliato, pensavamo che lo scoglio della disabitudine sarebbe stato difficile da superare. C’è una una grande voglia di evasione e defaticamento da una realtà che appare nebulosa.
Tu quali nuove regole scriveresti per i live?
Se l’industria del live torna ad essere una delle più grandi che ci sono, allora bisogna fare una riflessione seria sulle strutture e sulle infrastrutture, per creare eventi in sicurezza e di grande qualità in cui il prezzo è giustificato. La mia produzione suona a Milano, Roma e Bologna perché sono le uniche tre città che hanno il tipo di struttura che serve e non tutte le città hanno la fortuna di avere chi investe in questo genere di strutture.
Ma la questione non è tanto le regole che voglio io, ma la consapevolezza dell’importanza di questa industria. Anche perché vedere un concerto in un luogo bello ti fa venire voglia di vederne altri dieci.
Hai visto altri concerti, questa estate? Qualcosa che ti ha stimolato?
Ho fatto tanta ricerca, sono immerso in performance live da sei mesi, dalla presenza al Festival di Sanremo a cui ho lavorato come se fosse come un concerto. Quindi, finito il tour estivo, ho staccato un po’.
Mi sono concentrato, in un momento in cui ci sono già produzioni straordinarie, per fare qualcosa che in Italia che non è mai stato fatto. Qualunque cosa il pubblico stia comprando per vedere me, volevo che portasse a casa un ricordo: di qui l’idea di raccontare alcune canzoni con una tecnologia tridimensionale, innovativa.
C’è inevitabilmente un po’ di competizione tra i colleghi, sui progetti live. Tu come la vivi?
Non la sento, sinceramente. E quando la sento, è uno degli stimoli più belli del mio mestiere. Ma non è quel tipo di competitività che genera frustrazione, anzi ti spinge a fare meglio, sapendo che stai facendo del bene a te, ma anche a tutti quanti.
Sono professionista da quando avevo 17 anni e mi sento parte di un grande sistema solare, per così dire, di un universo, quello della musica: il rispetto dell’ambiente è la prima regola. Poi ci può essere un po’ di competizione, ma è sempre nel rispetto della famiglia. Voglio dire: quando Lorenzo è andato negli stadi ha aperto la strada ad artisti come me e probabilmente io, a mia volta, credo di avere stimolato altri artisti ad andare negli stadi.
È un processo bello e stimolante, ma alla fine sappiamo che quello che conta è la lista di canzoni, quanto è lunga e quante sono nell’immaginario collettivo.