The Cure: la storia di "Three imaginary boys", parte 5

Il primo album della band, uscito nel maggio del 1979
The Cure: la storia di "Three imaginary boys", parte 5

Bel disco, THREE IMAGINARY BOYS, ma sarebbe potuto essere molto di più. Per esempio, la sua edizione USA BOYS DON’T CRY. Il rapporto con gli Stati Uniti degli artisti di oltremanica che non suonano in alcun modo “americani”, vuoi per l’assenza di qualsivoglia traccia di blues nella loro musica, vuoi per l’ambientazione tipicamente British delle canzoni, è da sempre problematico. Accade occasionalmente che un gruppo abbia il suo quarto d’ora di gloria grazie al successo di un brano. Se a quella hit ne seguono altre, e i fortunelli per qualche anno mettono in fila un tour dopo l’altro, o almeno sono molto presenti sui media, è fatta. Pur senza giungere a rimarcare costantemente come i Blur (o prima di loro i Kinks, i Jam, gli XTC) il loro essere inglesi, i Cure di “americano” non hanno mai avuto alcunché.

Il loro seguito da quelle parti è stato di conseguenza per lungo tempo “di culto”, un circolo ristretto di aficionados gelosi del loro segreto esotico. Lo costrinsero in ambiti carbonari due fattori, oltre al romanticismo inequivocabilmente europeo delle canzoni: i pochi concerti in terra d’America (quattro tour nella prima metà degli anni Ottanta ma tutti brevi: sì e no cinquanta le date totalizzate, poche per conquistare un territorio immenso) e l’appoggio promozionale scarso ai limiti dell’inesistente
dato loro dalle case discografiche sempre diverse (si accaseranno infine presso la Elektra) per le quali uscirono i loro primi dischi. L’ascesa allo stardom anche negli USA, avvenuta intorno al 1987, sarà determinata dalla crescente importanza delle radio dei college, delle quali Robert Smith e compagni sono da sempre dei beniamini, e dalla qualità dei loro video, gettonatissimi da MTV. La maestria registica di Tim Pope, insomma, si rivelerà importante per le fortune dei Cure quanto il genio compositivo di Smith.

Sotto il profilo commerciale, il debutto a 33 giri americano dei Cure fu un disastro, a dispetto delle notevoli lusinghe da esso esibite. Le copie “tagliate” (a dichiarare la messa fuori catalogo) che si sono trovate ovunque per oltre due lustri furono certificazione del suo fallimento più eloquente di qualunque dato fornito da «Billboard» (paradossalmente, oggi quella stessa stampa è molto ricercata e può capitare di sentirsi chiedere, se sigillata, anche cinquanta euro). Ma a livello artistico BOYS DON’T CRY fu e rimane un trionfo.
Griffato PVC, datato febbraio 1980 e contenuto in una copertina che è una cartolina dall’Egitto gradevolmente naïve (è lo stesso quadretto che campeggia in alto a sinistra sul retro della confezione di THREE IMAGINARY BOYS), l’esordio americano dei Cure schiera tredici canzoni, otto delle quali in comune con il corrispettivo inglese. Non rispondono all’appello "Foxy Lady", "Meat Hook", "So What" e "It’s Not You". Solo la prima si fa rimpiangere: la si sarebbe gradita in luogo dell’altrimenti inedita e non trascendentale "World War", che per conquistare si affida a un ruggente break della solista e a presagi di Killing Joke. 

 

Molto più delle restanti assenti valgono le tre facciate su quattro dei primi due 45 giri dei Cure che THREE IMAGINARY BOYS aveva ignorato e che di BOYS DON’T CRY sono al contrario colonne portanti: "Killing An Arab" innanzitutto, arabeggiante ai limiti e oltre del kitsch, eppure irresistibile; il brano che dà il titolo all’album quindi, un bozzetto adolescenziale dolcissimo; "Plastic Passion" infine, che ha movenze alla Devo e una chitarrina che suona come un organetto Bontempi da due spiccioli. Piazzata proprio in apertura c’è poi "Jumping Someone Else’s Train", una canzone importante nella storia dei Cure: fu il lato A del 45 giri che fece da ponte fra i loro primi due Lp e fu l’addio al gruppo di Michael Dempsey, rilevato proprio in corrispondenza della sua uscita da Simon Gallup. L’accoppiarsi di un basso funky a una chitarra surf la rendono vincente sin dal primo ascolto e la fanno durare nella memoria.

 

“Pop” è ancora una volta la parolina chiave, troppo spesso negletta quando si racconta dei Cure, che anche una volta entrati, con SEVENTEEN SECONDS, nel loro periodo più gotico, che li porterà ad annegarsi negli stagni di tristezza di FAITH e PORNOGRAPHY, non metteranno mai del tutto da parte il gusto per la figura ritmica di istantanea memorizzazione, per la melodia che si fa fischiettare. BOYS DONT CRY è quell’album d’esordio ideale che non erano riusciti a realizzare con THREE IMAGINARY BOYS.

Il testo qui pubblicato è tratto da "The Cure - Tutti gli album", a cura di Federico Guglielmi, per gentile concessione dell'editore Il Castello.

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