Il rap più significativo lo stanno facendo i quarantenni

Gli album più importanti del 2021 e quelli più attesi nel 2022 sono di rapper più maturi e con tanti anni di storia alle spalle. La nuova generazione, quella esplosa con la trap nel 2016, sta rallentando o ha preso altre strade.
Il rap più significativo lo stanno facendo i quarantenni

In una vecchia intervista, Sfera Ebbasta, ospite di Wad a Radio Deejay, diceva di non conoscere in modo approfondito il rap anni ’90 e di non aver quasi mai ascoltato i Sangue Misto, rimarcando di non amare buona parte del rap vecchia scuola. Lo faceva con una buona dose di ironia, sapendo forse di lanciare una provocazione, che infatti fece discutere. Era il 2016, la chiave di volta degli anni d’oro della trap, dell’autotune e della nuova wave e quel rifiuto dei “padri” del rap italiano, non certo paragonabile all’irriverente “no” dei Clash ai Beatles, a Elvis Presley e ai Rolling Stones, era comunque interessante e motivato. Una nuova generazione, infatti, stava spingendo dal basso, portando nuova linfa vitale in un genere che ciclicamente gode di rinnovamenti. E lo ha fatto a proprio modo, senza genuflessioni, parlando il linguaggio dei ragazzi, sfondando muri di gomma e arrivando, senza il supporto dei media, a prendersi vette impensabili.

L’urban è il nuovo pop

Oggi il pop italiano gode di quella trasformazione urban. Blanco, per esempio, è figlio di questo mix. Una fetta consistente della “generazione bimbi” (“Bimbi” fu un pezzo simbolo del 2017 in cui Charlie Charles raccoglieva sulla stessa traccia Izi, Rkomi, Sfera Ebbasta, Tedua e Ghali) è diventata il nuovo pop, contaminandosi. Ma il rap? Oggi chi sta portando avanti la tecnica, la scuola e la cultura del rap senza eccessivi snaturamenti? Chi si è opposto alle difficoltà del 2021 sputando rime? Paola Zukar, manager di Fibra, Marracash, Clementino e Madame, ospite alla Milano Music Week, ha spiegato proprio come il rap sia una musica che “non subisce”, che “contrasta e si oppone alle negatività”. Chi, più di chiunque altro, ha affilato lama e penna in quest’anno pandemico?

I rapper maturi, quelli che hanno attraversato più generazioni e che paradossalmente, quando la trap raggiunse l’apice, venivano etichettati dai più velenosi come “datati” e a rischio estinzione. Oggi la realtà racconta un’altra storia e il fuoco della nuova generazione è meno incendiario di qualche anno fa. La trap-rottamazione non c’è stata. Sono i quarantenni, infatti, che stanno salvando questo genere di musica da annacquamenti e svalutazioni. Attenzione però: non è conservazione. I savi dell’hip hop, infatti, quando tornano al mic alzano un’altra volta l’asticella (Nel 2019 “Persona" di Marracash è stato uno spartiacque) e proprio per questo motivo i loro album sono i più significativi dell’ultimo anno o i più attesi del prossimo.

I quarantenni del rap

Quando ieri ho letto il post di Trx Radio sullo stesso argomento su cui negli scorsi giorni ho scritto questo articolo, pubblicato oggi, mi sono detto: è un dato, evidentemente, sotto gli occhi di tutti. Molto più palese di quello che si potrebbe pensare. Ed è giusto affrontarlo, parlarne e scriverne da più angolazioni anche per riflettere sul futuro di questo genere.

A seguire una carrellata di esempi che fotografano la situazione e raccontano come la bilancia anagrafica si sia spostata verso i 40, soprattutto in questo anno complicato per la musica, e come anche nel 2022 fra i progetti più attesi ci siano quelli di rapper con carriere ultra decennali: Gué (“Fastlife 4” e “Gvesvs”), Marracash (“Noi, loro e gli altri”), Salmo (“Flop”), Noyz Narcos (il suo nuovo atteso album è previsto nel 2022; un lavoro anticipato da un documentario), Fabri Fibra, Luché e Gemitaiz (stesso discorso di Noyz per il 2022; Gemitaiz di anni ne ha 33, è la generazione di mezzo), Jake La Furia ed Emis Killa (il rapper di Vimercate di anni ne ha 32, è il più giovane del gruppo, ma è già un veterano: “17” con l’amico ed ex componente dei Club Dogo, di cui è uscita la "Dark Edition" quest’anno, è puro rap. Emis nel 2021 ha anche pubblicato “Keta Music Vol. 3”), Caparezza (“Exuvia”), Inoki (“Medioego”), Sottotono (“Originali”). Perfino Coez, nel suo ultimo disco “Volare”, è tornato a rappare "alla vecchia" e con credibilità.

La trap-rottamazione non c’è stata

Insomma, altro che “rivoluzione rap” con timbro 2016: la trap, salvo rari casi, è confluita nel mare del pop mainstream più luccicante e lì rimane a nuotare comodamente. Quando Sfera Ebbasta balza primo in classifica con “Famoso” o Ghali per diverse settimane taglia il traguardo per primo con “Dna”, si può parlare di un successo rap? No, non proprio, perché non sono dischi totalmente rap, dentro si possono trovare solo alcuni episodi rap come il freestyle che chiude il disco dell’artista di Cinisello. Lo stesso Ghali, nelle interviste di presentazione del suo ultimo lavoro, ammette di non sentirsi rappresentato in toto dall’etichetta “rapper”.

Stesso discorso vale per Rkomi, in una fase di totale trasformazione artistica come dimostra “Taxi driver” che sfreccia sulle strade del pop, del rock e del cantautorato. Scelte legittime, in molti casi appropriate e gratificate dal pubblico, ma che non rientrano nel genere in questione. Ci sono anche delle eccezioni nella nuova scuola: Ernia, Tedua, Izi, Lazza, Nayt, J Lord, Vegas Jones, Massimo Pericolo, Silent Bob e pochi altri, in cui la parola rap è scolpita nella loro musica. Nell’universo femminile Beba, Madame, Rose Villain, Priestess, Chadia Rodriguez, Anna, Roshelle, anche se difficilmente possono essere accomunate perché molto diverse fra loro, rappresentano, chi più e chi meno, chi bene e chi male, più un’attitudine che un genere tout court.

Le parole di Fibra

Nell’“Intro” di Fenomeno, del 2017 Fibra dice: “Eccomi lì, a parlare per l’ennesima volta di un nuovo disco, cercando di convincere e di convincermi che sono in grado ancora di rappare. E poi vale ancora la pena rappare per me? Insomma, ho quarant’anni. Il rap è una cosa per ragazzini. In Italia è una cosa per ragazzini e io non parlo di locali e di belle serate o di vestiti firmati e la roba mia è molto più profonda del rap”. Tempo fa, in Italia, mossi dal pregiudizio che il rap fosse solo musica per adolescenti, ci si chiedeva: come saranno i rapper a quarant’anni? La risposta eccola servita: in grandissima forma, proprio come nel resto del mondo.

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