Claudio Baglioni è stato indie prima di te

Cantava l’amore negli anni in cui un cantautore che cantava d’amore veniva massacrato. S’inventò un modo tutto nuovo di scrivere, anticipando di decadi lo stile e i contenuti di Paradiso, Calcutta e dintorni. Che però non lo trattano come un maestro.
Claudio Baglioni è stato indie prima di te

Cantava l’amore negli anni in cui un cantautore che cantava d’amore era considerato di destra, e veniva puntualmente massacrato dagli integralisti. S’inventò un modo tutto nuovo di scrivere, di raccontare in versi, da “cantastorie dei giorni nostri” (cioè di allora), come si intitolava il suo secondo album (che nel 1970 precedette il boom di “Questo piccolo grande amore”). Nelle canzoni inserì piccoli dettagli, all’apparenza insignificanti ma dalla grande potenza evocativa, capaci di creare tra i ragazzi che compravano i dischi un meccanismo di identificazione collettiva. Claudio Baglioni – che si prepara a festeggiare con qualche mese di ritardo i suoi 70 anni con tre prime serate su Canale 5, “Uà”, la prima delle quali andrà in onda stasera e avrà come ospiti anche Renato Zero, Giorgia, Eros Ramazzotti e Alex Britti – lo fece cinquant’anni prima delle “sigarette fino alle sette e poi nulla più” di Tommaso Paradiso e dei suoi Thegiornalisti e dell’”odore di Arbre Magique” di Calcutta.

Parlano i suoi testi, che nonostante sembrano suonare ancora oggi attuali e contemporanei.

Prendete “Solo”, dall’omonimo album del ’77, quando due anni dopo il “collo di pelliccia” di “Rimmel” di De Gregori l’allora 26enne Baglioni se ne uscì con quel “e il vento volava sul tuo foulard”. E poi quell’addio ingoiato “sul tavolo fra il tè e lo scontrino”, il paltò abbottonato “per bene”, “il fiato che si faceva fumo”. Letti così, cercando di rimuovere tutta la parte musicale, certi versi sembrano uscire fuori da un disco di Franco126. Che infatti è uno dei (purtroppo ancora) pochi esponenti della nuova scena cantautorale italiana, il circuito ItPop per intenderci, a riconoscere di essere artisticamente e culturalmente in debito con Claudio Baglioni, indie prima di tutti.

L’ex sodale di Carl Brave ha omaggiato il cantautore romano indirettamente anche in un brano del suo ultimo album “Multisala”, “Maledetto tempo”, che deve molto proprio alla stessa “Solo”.

Ha rivelato pure che il pezzo avrebbe dovuto far parte della colonna sonora di “Mi chiamo Francesco Totti”, il docu-film di Alex Infascelli dedicato all’ex capitano giallorosso. Nel film, la canzone di Franco126 avrebbe dovuto accompagnare la scena dell’addio di Totti al mondo del calcio, con l’ultimo saluto all’Olimpico. L’operazione, poi, non si è concretizzata. E indovinate un po’? Per quella scena, alla fine, il regista ha scelto proprio “Solo” di Baglioni. “È un pezzo à la Claudio Baglioni, perlomeno nella struttura melodica, con quelle salite. Mi sembra molto suo, era una cifra tipica della sua musica”, ha detto il cantautore trasteverino in un’intervista a Esquire, parlando della canzone.

Negli Anni ’90, bruciando sul tempo le star dell’ItPop, ci fu pure chi provò ad emulare in tutto e per tutto, stile vocale, testi e arrangiamenti, i dischi di Baglioni. Anonimo Italiano, nome d’arte dietro al quale si celava il cantautore romano Roberto Scozzi, ebbe un successo clamoroso: il suo eponimo album, nel ’95, vendette 120 mila copie e conquistò un disco di platino. L’originale Baglioni, impressionato da quel boom, non restò impassibile: decise di diffidare Anonimo Italiano dal proseguire nella sua imitazione, facendo notificare alla casa discografica del misterioso collega un atto di diffida ufficiale. Un caso curioso. Più originale la rielaborazione di Massaroni Pianoforti, 45enne cantautore lombardo – ascoltate il suo “Rolling Pop” del 2019 - che di Baglioni è un vero fan e a lui puntualmente torna ad ispirarsi per le sue canzoni, l’ultima delle quali è appena uscita, “Verme (Tra le tue braccia)”, e sembra essere pescata da un disco del Baglioni Anni ’70.

Uscire illeso dagli Anni ’70, per un cantautore che di essere ingabbiato nei luoghi comuni della canzone di protesta proprio non ne voleva sapere, non era semplicissimo. De Gregori restò segnato per anni da quel “processo” al Palalido di Milano nel ’76, dopo il clamoroso successo del suo “Rimmel”, che venne stroncato dalla critica cosiddetta “impegnata” e rimase in classifica per 60 settimane, arrivando fino al secondo posto, vendendo più di 400 mila copie (risultando essere l’album più venduto dell’anno nel ’75). L’Autonomia Operaia si scagliò contro il Principe, come lo avrebbe ribattezzato qualche anno dopo l’amico Lucio Dalla, e alcuni ragazzi lo sottoposero a domande assurde come “Quando hai preso stasera?”, “Suicidati come Majakovskij”, “Se sei un compagno, non a parole ma a fatti, lascia qui l’incasso”.

Il clima, in quegli anni, era incandescente.

Degli integralisti, Baglioni, se ne fregava. Ma, come avrebbe rivelato nelle interviste diversi anni dopo, le critiche non gli facevano affatto piacere: “Oggi, a 62 anni, se ti dicono che non sei reclutabile in nessuna parrocchia e che sei indipendente, ti senti un figo pazzesco. Ma se te lo dicono a 18 anni, quando hai bisogno del branco, è una cosa che ti fa soffrire. Ho anche provato, sbagliando, a scimmiottare qua e là. Poi nel tempo uno rivaluta. Erano anni di stampelle e barricate ideologiche”. A distanza di decadi canzoni come la stessa “Solo”, “Questo piccolo grande amore” (il vero manifesto della sua poetica, con quell’incipit memorabile: “Quella sua maglietta fina / tanto stretta al punto che / mi immaginavo tutto”), “E tu…”, “Sabato pomeriggio” (quanto coraggio a cantare nel ’75 “passerotto non andare via”), “E tu come stai?” continuano a descrivere l’amore con la stessa disarmante semplicità e la stessa attualità di quaranta o cinquant’anni fa.
Da quella sua “maglietta fina” a quella sua “maglietta Fila” – la citazione è di Carl Brave – è un attimo.

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