Il progressive dopo il 1974: Pink Floyd
I Pink Floyd hanno ammesso che dopo "The Dark Side of the Moon" si sentirono intrappolati, a livello creativo. Cosa dovevano fare, adesso? L’album gettava una così lunga ombra sui suoi creatori che tutti loro rifuggirono la ricerca del successo e tornarono alla sperimentazione, avendo iniziato a lavorare su "Household Objects" nel 1974, l’album in cui usavano martelli, posate, seghe ed elastici come principali elementi sonori: si può solo immaginare l’orrore della casa discografica, se il progetto non fosse stato abbandonato.
Molti anni dopo, Gilmour disse che desiderava qualcosa di un po’ più musicale – in termini di insieme – rispetto alla visione perlopiù watersiana che era "The Dark Side of the Moon". In quel periodo intermedio di generale ennui e mancanza di fiducia da parte del gruppo, tuttavia, Waters prese le redini ancora una volta con "Wish You Were Here", questa volta un album sul tema dell’assenza. Il brano eponimo è una triste, semplice canzone acustica, mentre “Welcome to the Machine”, metafora non troppo originale del lavoro o di una situazione che finisce per sopraffare una persona, vede Wright inserire alcuni spettacolari effetti di sintetizzatore sopra una pulsazione meccanica. “Have a Cigar”, brano più sciolto e funky, ha come ospite il cantante Roy Harper, ingaggiato perché Waters sentiva di non poter garantire la giusta performance vocale e che intona un’invettiva opportunamente intensa contro la grettezza e l’avidità tipiche dell’industria musicale.
Il cuore dell’album è la più lunga delle nuove canzoni di Waters, “Shine On You Crazy Diamond”, eseguita in anteprima durante il tour del 1974. Waters aveva me-stamente sussurrato «Syd...», alla fine di “Julia Dream”, lato b del loro singolo del 1968 “It Would Be So Nice”, ma questo invito rivolto a Syd Barrett affinché brilli ancora una volta – in modo creativo o di qualsiasi altro tipo – occupa ventisei minuti del disco. Comunicare direttamente con lui difficilmente avrebbe dato qualche risultato, e dunque inserire il messaggio in una canzone sarebbe stato come attaccare un messaggio per lui a un palloncino e sperare che alla fine sarebbe atterrato da qualche parte vicino a Syd. Ma nessuno avrebbe potuto prevedere cosa sarebbe accaduto di lì a poco.
L’album venne registrato agli Abbey Road Studios dal gennaio 1975, e per una strana coincidenza Barrett, come aveva fatto con "Atom Heart Mother", si presentò alle sessioni, anche se ora aveva la testa rasata, era senza sopracciglia e notevolmente ingrassato. Rimase in silenzio nella sala mixer per un po’ senza che nessuno lo riconoscesse, finché Rick Wright non chiese chi fosse. Fu un incontro straziante, che a quanto pare lasciò Waters e il resto degli astanti sull’orlo delle lacrime.
Il gruppo continuava ad analizzare un breve passaggio registrato e Barrett, le cui sessioni di registrazione erano tristemente famose per essere caotiche, rimase molto confuso sul perché ascoltassero ancora e ancora quella take: che senso aveva? I Pink Floyd avevano effettivamente l’abitudine di rivedere le sezioni più e più volte, nella loro ricerca della perfezione sonora.
Il formato di base dei Pink Floyd era ormai il 4/4 lento, che qui si adattava al vagare e alla grandiosità della musica. E con il bellissimo bordone di synth e i bicchieri di vino sfregati – idea esplorata durante le sessioni per "Household Objects" – che aprono l’album, insieme alle meditative figure di chitarra di Gilmour, "Wish You Were Here" è un disco molto più aperto, rispetto agli oscuri paesaggi interiori di "The Dark Side of the Moon".
Ma nelle recensioni contrastanti che si guadagnò, molti hanno sottolineato il fatto che i livelli di entusiasmo erano bassi.Fu un primo esempio di come gli imperativi tecnologici potessero interferire con la musica, con un attento isolamento dei suoni per ottenere la massima separazione dei canali e di conseguenza il massimo controllo sul mixaggio. A Mason, che era comunque un musicista lineare, fu chiesto di dare la precedenza alla precisione rispetto all’espressione. Quest’attenta stratificazione degli strumenti avrebbe potuto suonare bene, ma, come ha scritto Mason nel 2004, «non aiutava certo ad attenuare la sensazione che non fossimo più un gruppo che suonava insieme».La grande ampiezza architettonica di “Shine On You Crazy Diamond”, che apre e chiude l’album, è un connubio di sezioni vocali inneggianti e sezioni strumentali d’atmosfera. Ritorna con le Parti vi-ix a metà strada verso il lato b, con il basso flangiato di Waters che esegue una pulsazione a una nota lanciandola attraverso lo spazio aperto come su “One of These Days”, accompagnato dal synth di Wright che traccia linee nel cielo. Il ritmo poi si fa più veloce, se non decisamente rigido, e Gilmour cerca di rinvigorire il tutto con un po’ di incisiva e agitata chitarra ritmica e un pungente assolo in slide. A questo punto l’ascoltatore non aspetta altro che la musica decolli, che spinga il ritmo leggermente oltre quell’arrancare in 4/4, che qualcuno aggiunga qualche abbellimento. Eddai!
Mason comincia a inserire qualche accento di tom, e l’ascoltatore ormai fa il tifo per loro da bordocampo nella speranza che raggiungano un qualche picco dinamico. Eddai! Ma poi tutto ritorna a un ritmo rettilineo, Gilmour reintroduce il motivo melodico della strofa e tutto rallenta fino al lento 4/4 di prima. Il senso della dinamica era stato ormai succhiato via dal gruppo, a causa della loro eccessiva precisione: è l’unica canzone mai udita dal qui presente scrittore che si affloscia davvero nel passaggio da una sezione all’altra.
Dopo l’ultima strofa viene una sezione più ariosa, con Wright che suona il clavinet e lentamente sfuma via, mentre il tastierista torna in primo piano con una triste coda di synth e pianoforte, il momento più toccante dell’album.
Il 5 luglio 1975 i Pink Floyd parteciparono come band principale al Festival di Knebworth, in un cartellone che includeva la Steve Miller Band, Captain Beefheart & His Magic Band e Roy Harper & Trigger.L’amore dei Pink Floyd per gli effetti speciali, che Mason riconosce essere «eccessivo» – e che prevedeva l’uso di esplosivi –, aveva di recente causato più scalpore del solito in uno stadio statunitense, dove uno dei tecnici fece saltare il tabellone dei punti in un’esplosione che danneggiò anche le case circostanti. A Knebworth, quando i Pink Floyd salirono sul palco, due Spitfire passarono in volo in parata. Mick Brown di "Sounds" ne rimase colpito:
"I Floyd hanno da tempo oltrepassato i confini del concetto di musica, e la loro performance è stata perfezionata al punto da essere ormai uno spettacolo che bombarda tutti i sensi, lasciando senza fiato sia in cerca d’ossigeno che di aggettivi adatti a descriverli. I Floyd hanno l’ingegno e l’abilità per far nascere da una base melodica apparentemente semplice i regni più esoterici dell’elettronica, usando l’impianto audio in quadrifonia come una serie di pareti da cui far rimbalzare le note e lanciarle in platea – ora con implacabile pulsione metallica, ora con l’intensità mistica e trascendentale tipica della musica sacra nordafricana".
Le stravaganze live dei Pink Floyd attiravano ferventi recensioni come quella succitata. Erano spettacoli impressionanti, con le luci, le proiezioni e gli effetti speciali, oltre alla loro ossessione per la qualità del suono. Forse era un sintomo degli eccessi del progressive rock, ma molti le adoravano. Solo che a volte diventava evidente come la tecnologia avesse superato i mezzi con cui poteva essere alimentata elettricamente, in mezzo a un campo.
Il brano è tratto, per gentile concessione, da "Storia del Progressive Rock. Origini e leggende della musica inglese anni Settanta", edito da Odoya: 720 pagine imperdibili per gli appassionati del genere.
