Enzo Jannacci, la storia di "Vengo anch’io, no tu no"

Canzoni "che restano" di cantautori italiani scelte e raccontate da Federico Pistone
Enzo Jannacci, la storia di "Vengo anch’io, no tu no"

ENZO JANNACCI
Vengo anch’io, no tu no. 

Il brano che scaglia Jannacci, a 32 anni, nella sfera della popolarità, in vetta alla hit parade (mezzo milione di copie vendute con passaggio di etichetta da Jolly a RCA), segnando di fatto l’abbandono quasi definitivo del dialetto e dei temi più intimi e patetici, nasconde ben altro.

La marcetta del tormentone “Vengo anch’io, no tu no”, scandita da un beffardo trombone e cantata a squarciagola perfino dagli infanti, è in verità una canzone diabolica, senza speranza, la solitudine delle illusioni e dei rifiuti. Nasce due anni prima come una sorta di cantamaggio con Jannacci che ha già le note e improvvisa di volta in volta un testo buttato lì secondo umore e circostanze. Nel 1967, all’imminenza del nuovo album, Jannacci si trova con Dario Fo e la canzone prende quota tra nonsense e citazioni, fino all’incontro con lo sceneggiatore romano Fiorenzo Fiorentini che aggiunge due strofe.

Si potrebbe andare tutti quanti ora che è primavera 
Con la bella sottobraccio a parlare d’amore 
E scoprire che va sempre a finire che piove
E vedere di nascosto l'effetto che fa
Vengo anch'io, no tu no
Si potrebbe poi sperare tutti in un mondo migliore 
Dove ognuno sia già pronto a tagliarti una mano...

L’ultima strofa, conclusiva in tutti i sensi, viene concepita insieme agli amici milanesi Cochi e Renato, di stanza nella milanesissima Porta Cicca: “Si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale…”, con la versione “e scoprire che per tutti è una cosa normale” a sostituire l’originale misteriosamente censurato: “E scoprire che poi piangono solo le suore”.

In verità la RCA ha cesoiato molto altro, addirittura due strofe decisamente più forti e politiche, parto soprattutto di Dario Fo. La prima sulla situazione in Congo che nel 1965 porta alla dittatura più spietata: “Si potrebbe andare tutti insieme nei mercenari giù nel Congo da Mobutu a farci arruolare poi sparare contro i negri col mitragliatore, ogni testa danno un soldo per la civiltà”. La seconda sulla sciagura mineraria di Marcinelle: “Si potrebbe andare tutti in Belgio nelle miniere a provare che succede se scoppia il grisù, venir fuori bei cadaveri con gli ascensori fatti su nella bandiera del tricolor”. La domanda di chi vuole esserci comunque è: “Vengo anch’io”. Anche la risposta è sempre quella dell’emarginazione a prescindere: “No tu no!”.

Questo testo è tratto da "La musica che resta" di Federico Pistone, pubblicato da Arcana, per gentile concessione dell'autore e dell'editore. (C) 2020 Lit edizioni s.a.s.  

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