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Zucchero: “Quando ho pensato di ritirarmi, uno spirito mi ha preso per i capelli”

L’artista pubblica “Discover” e si racconta a Rockol: dall’amicizia con Bono alla depressione, dal mancato feat con i Maneskin a quello con Mahmood, passando per il periodo in cui voleva ritirarsi e Brian May lo salvò a Wembley.
Zucchero: “Quando ho pensato di ritirarmi, uno spirito mi ha preso per i capelli”
Credits: Daniele Barraco

“Discover”, l’album di cover realizzato da Zucchero, in uscita venerdì 19 novembre (qui la tracklist completa delle due versioni), non è stato solo “un espediente per ammazzare il tempo” durante il lockdown, come lo ha definito lo stesso bluesman, ma anche un modo per riavvolgere, come fosse un film, il nastro della sua carriera. Un percorso costituito da canzoni, in questo caso di altri, che lo hanno fatto sentire, anche nei momenti più bui, meno vulnerabile. Genesis, Coldplay, Fabrizio De André, Fabio Concato, Bono, Michael Stipe e altri: sono diversi gli artisti che ha voluto omaggiare. Solo, avvolto in un arcobaleno di colori, si è fatto ritrarre sulla copertina del nuovo disco. È da lì che inizia la nostra intervista.

Partiamo dalla copertina del disco. Lei è stato fotografato su un ghiacciaio avvolto da una coperta colorata. Ci sta dicendo che per realizzare cover credibili è necessario portare la propria fantasia in territori impervi?
Eravamo in tournée, in acustico, a Berna in Svizzera. Abbiamo fatto un concerto vicino a un ghiacciaio maestoso (Aletsch, ndr).  Per arrivarci abbiamo preso un antico trenino e superato una galleria di ghiaccio. In quella foto ho la coperta perché è un riferimento chiaro alle cover: ci sono tanti colori per contrastare e coprire il monocolore del ghiacciaio. Ma ‘Discover’ vuol dire anche ‘scoperta’, essere lì in un posto lontano dal mondo alla ricerca di qualche cosa. Io copro delle canzoni non mie, cercando di renderle calde e colorate. È stato uno scatto spontaneo. Non ho mai fatto una copertina così, isolato. Le mie copertine hanno sempre tanti elementi di solito, questa è molto minimalista”.

Perché un disco di cover?
“È un po’ che ci pensavo. Lo rimandavo perché ero sempre in tournée. Se non ci fosse stata la pandemia forse lo avrei posticipato ancora. Alcune canzoni le porto con me dagli esordi. Avevo meno di 16 anni, facevo parte di diverse band, suonavo in localini e certi brani dei Genesis o dei Pink Floyd mi hanno sempre accompagnato. Per realizzare questo disco ho selezionato quasi 500 pezzi, poi sono andato a scremare”.

Seguendo quali criteri?
“Per me alcuni brani non si devono toccare, semplicemente perché non si possono rendere più interessanti degli originali. ‘Imagine’ non la toccherò mai. ‘A Whiter Shade of Pale’, che è una delle mie canzoni preferite, non si può realizzare in modo migliore. Su artisti come Joe Cocker che cosa si può fare? ‘Emozioni’ di Battisti l’hanno fatta in tanti. Che cosa avrei potuto aggiungere? ‘Generale’ e ‘La donna cannone’ di De Gregori lasciamole lì, mi sono detto. Alla fine nel disco ci sono le radici afroamericane e la melodia mediterranea: c’è il mio modo di fare musica. Mi piace sottolineare la presenza di ‘Fiore di maggio’, canzone che non è mai stata rivalutata. ‘Ho visto Nina volare’ di De André invece è uno dei brani di Fabrizio forse un po’ meno conosciuti”.

Che cosa prova verso questi brani?
“Avrei voluto scriverli io”.

Nell’ultima intervista concessa a Rockol, si è soffermato sul fantasma della depressione, di cui ha sofferto. Il disco è servito a combattere il riaffiorare di questo problema, contribuendo a rendere meno pesante il lockdown?
“Mi ricordo che stavamo facendo le prove generali per il tour di ‘Doc’. Partiva dalla Nuova Zelanda, poi Sud America, infine Italia. Quando ci hanno comunicato che tutto sarebbe saltato, sì, sono andato in depressione. E ancora più di me i miei musicisti. Sai, quando mentalmente hai un anno davanti di tour organizzato e questo scompare, è inevitabile avere un contraccolpo”.

È stato male?
“Sì, per due mesi sono stato male. Poi, però, non sono uno che rimane a guardare l’erba che cresce. E così mi sono inventato cose nuove. Chi mi cura i social mi ha suggerito di fare pezzi in acustico da casa e così da lì è nato un disco di canzoni in acustico. Siamo andati a presentarlo in tour in tre appena è stato possibile, dovevamo fare qualche concerto, ne abbiamo fatti diciotto. Tutto per ammazzare il tempo. E nonostante questo mi sembrava di vivere in un periodo sospeso. Dopo quell’uscita ho deciso di finire ‘Discover’. Sono stati espedienti per andare avanti in una situazione penalizzante. Se fai questo mestiere sin da ragazzo, quando resti a casa e non puoi suonare…‘I can't get no satisfaction’”.

Dai Rolling Stones a Bono. Nel disco c’è “Canto la vita”, brano tratto dalla sua “Let your love be known”. Avete anche deciso di cantarlo insieme. Se pensa a lui e alla vostra amicizia, qual è la prima fotografia che le passa davanti?
“Siamo ai tempi di ‘Miserere’, quindi nel 1992. ‘Senza una donna’ in duetto con Paul Young aveva spaccato, così la casa discografica mi chiese una versione inglese di ‘Miserere’. Io dissi che non potevo farlo, con l’inglese me la cavavo, ma non bastava. Per interpretarla in un primo momento mi parlarono di Elvis Costello, ma poi venne fuori il nome di Bono. Rimasi sorpreso. Qualche giorno dopo mi arrivò un fax, che conservo ancora oggi incorniciato, in cui Bono mi scrisse che ‘Miserere’ lo faceva impazzire e che avrebbe provato a scrivere l’adattamento in inglese. In quel fax c’era anche il suo numero di telefono con una frase bellissima: ‘io parcheggio la mia macchina sempre nello stesso posto’. Come a dire che era sempre rintracciabile. Da lì è iniziata la collaborazione: l’ho invitato al ‘Pavarotti&friends’”.

Vi siete frequentati sin da subito?
“Sì, mi ricordo che sono andato a casa sua e si è messo a cucinare la pasta per far vedere che amava la cucina italiana”.

Era buona?
“Non era un granché (scoppia a ridere, ndr). Poi lui è venuto a casa mia. È nata davvero una grande amicizia contraddistinta da un profondo rispetto. Quando c’era da realizzare una trasposizione in inglese, ho sempre chiesto un aiuto a lui”.

Le migliori?
“Su ‘Il suono della domenica’, che in inglese è diventata ‘Someone else's tears’, ha fatto un lavoro straordinario. Si era innamorato di quella canzone. Dopo la tragedia del Bataclan ha scritto la versione inglese di ‘Ci si arrende’, una poesia su quel periodo buio. Nel suo ultimo video dice che ho la voce profonda come un whisky invecchiato, la criniera di un leone e l’anima di un poeta. Mi sono commosso quando l’ho visto. E poi è la vita a inseguirci: in ‘Sing 2’ lui doppia il leone, che io doppio nella versione in italiano. Una bellissima coincidenza”.

“Amore adesso” è l’adattamento della canzone “No time for love like now” di Michael Stipe e Aaron Dessner. L’ha fatta ascoltare a Stipe?
Sì, ci sentimmo quando la cantai a Venezia durante il lockdown. Mi ha dedicato un post emozionante”.

I R.E.M. sono nel suo olimpo delle band preferite?
“Li amo. ‘Losing my religion’ è stata la colonna sonora di una mia estate. Anche ‘Nightswimming’ è un brano che adoro follemente”.

In “Natural blues” ha voluto Mahmood. Nella sua carriera non ha quasi mai collaborato con “nuove leve”. Che cosa l’ha convinta a farlo?
“Prima che la campionasse Moby, conoscevo l’originale ‘Trouble so hard’ della cantante folk Vera Hall. Tanto di cappello a Moby che l’ha resa popolare. Sentii Mahmood per la prima volta a Sanremo Giovani, mi ero subito reso conto della duttilità della sua voce. Ho sempre trovato il suo timbro molto soul, in stile Al Green nel modo di spaziare con il canto. Le case discografiche tendono a spingere un adult contemporary come me verso un processo di svecchiamento, per questo hanno sempre voluto che collaborassi con ragazzi giovani…(sorride, ndr)”.

Non sembra che siano riusciti a convincerla…
“Guarda, me ne avranno proposti a decine, ma ho sempre detto di no. Io sono aperto, amo i giovani, ma un duetto deve essere figlio di un processo credibile, non costruito a tavolino. Con Mahmood è stato diverso. Quando siamo andati in studio, mi ha mostrato tutto il suo talento e mi sono convinto”.

Quale canzone avrebbe voluto inserire in “Discover”?
“‘Jumpin' Jack Flash’ dei Rolling Stones, che avrei voluto fare con i Maneskin. L’idea mi venne dopo la loro vittoria a Sanremo, prima dell’Eurovision. Una canzone premonitrice in qualche modo. Avevo pensato a una versione soul con un arrangiamento lasciato in mano a loro. Ma non siamo riusciti a combinare per impegni vari e dopo la vittoria all’Eurovision è diventato tutto più complicato”.

Lei è sinonimo di musica italiana nel mondo. Che consiglio le verrebbe da dare a questi quattro ragazzi?
“Di stare attenti alla pressione. Quando ‘Senza una donna’ con Paul Young negli anni ’90 era prima in classifica in Paesi impensabili, mi proposero un tour mondiale, ma non lo feci, dissi di no. La separazione con mia moglie mi mise in crisi, finii in depressione. Mi ero fatto fagocitare dalla pressione e dall’ansia di dover dimostrare sempre qualche cosa. Quel tour fu un’occasione persa, in un momento cruciale. I Maneskin sono giovani, si stanno divertendo, ma non si devono far schiacciare dal sistema”.

Come si esce da un periodo di crisi come quello che ha vissuto?
“Non fu semplice, rimasi per anni in crisi. Pensai anche di ritirarmi. Venivo da ‘Oro incenso e mirra’ del 1989 che fu un successo pazzesco e da una tournée negli stadi. La separazione con mia moglie mi tagliò le gambe. Non dormivo la notte. La casa discografica mi pressava. Mi ritirai in una casetta sul mare in Versilia che mi concesse una signora, non mi fece neppure pagare l’affitto. Rimasi lì sei mesi. Provai anche a tornare a Reggio Emilia dai miei. Mio padre voleva che lo aiutassi nei campi: scappai. Solo in quel posto, da solo, isolato in Versilia, mi sentivo al sicuro nonostante la grande depressione. Scrissi ‘Miserere’, ma quel dolore non mi mollava”.

Perché alla fine non si ritirò?
“Perché ci fu la vita a darmi un segnale: ‘Senza una donna’ andava sempre più forte, Brian May mi chiamò personalmente per partecipare al tributo per Freddie Mercury, poi venne l’idea di organizzare il ‘Pavarotti&Friends’ e infine Sting mi contattò per lavorare su ‘Muoio per te’. In uno dei momenti più duri della mia esistenza, quando ero a un passo dal voler smettere, è come se uno spirito mi avesse preso per i capelli e mi avesse tirato su. Ma non finì subito tutto…”.

Che cosa accadde ancora?
“Nel 1992 andai a Wembley al tributo per Freddie Mercury, non stavo ancora bene. Sudavo freddo e avevo attacchi di panico nel camerino. Vicino a me c’erano David Bowie e Annie Lennox che fumavano e ridevano come fossero al cinema. Mi chiamarono sul palco, dimenticandosi di darmi la chitarra. E così io mi ritrovai in mondovisione, davanti a 80 mila persone in presenza, pronto a cantare e a suonare “Las palabras de amor (The Words of Love)”. Ma non avevo la chitarra”.

Venne un altro spirito a salvarla?
“Sì, in carne e ossa: Brian May. Mi guardò, capì il problema e partì lui a suonare la chitarra. Io cantai e tutto andò alla grande. Se ci penso ancora oggi mi viene la pelle d’oca”.

 

 

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