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Quella volta che i Fairport Convention suonarono a Roma, e scoppiò un casino

Un divertente estratto dalle memorie di Richard Thompson
Quella volta che i Fairport Convention suonarono a Roma, e scoppiò un casino

E' da poco uscito "Beeswing - I Fairport Convention, il folk-rock, la mia voce. 1967-1975", un'autobiografia scritta da Richard Thompson, fondatore dei Fairport Convention, con Scott Timberg. Per gentile concessione dell'editore Jimenez ne pubblichiamo un estratto in cui il chitarrista racconta l'avventura di un'esibizione a Roma, nel maggio del 1968.


Tra la fine del 1967 e l’inizio del 1968, il nostro tour iniziò a portarci più lontano, e facemmo le prime incursioni in Continente. Era tutto molto nuovo ed eccitante. A gennaio 1968 suonammo al Music Festival di Cannes come parte di un evento promozionale della Polydor, con gente come Captain Beefheart. Ad aprile partecipammo allo spettacolo televisivo Bouton Rouge a Parigi, in cui sfoderammo un’aria molto rigida e imbarazzata. E poi, a maggio, ci unimmo a un vasto contingente di gruppi inglesi per il Festival Pop di Roma.

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Avevamo fatto un concerto al Middle Earth la sera prima, perciò arrivammo a Roma che avevamo dormito sì e no un’ora. Nella hall dell’albergo, mi resi conto di avere due chitarre e una valigia da portare in camera. Con gli occhi annebbiati e un pizzico di hangover, cercai assistenza e scorsi un uomo in uniforme. 
«Mi scusi» dissi, parlando lentamente in modo che potesse capirmi, «può darmi una mano con i bagagli?».

Feci il gesto di sollevare un peso e indicai le scale. L’uomo mi fissò con quello che mi pareva scetticismo. Lo vedevo ancora un po’ sfocato. Feci un altro gesto. «Valigie?» dissi. «Baggagio? ». Lui non rispose come speravo.
«Con chi credi di parlare?» disse.
«Grazie a Dio» dissi io. «Parli inglese. Mi farebbe veramente comodo una mano per portare la mia roba di sopra».
Lui mi squadrò da capo a piedi. «Con chi credi di avere a che fare? Io sono un colonnello dell’Esercito degli Stati Uniti!». Adesso che la mia vista era migliorata vidi che diceva sul serio. Continuò ad avere quell’aria incredula, e improvvisamente mi ritrovai riflesso nei suoi occhi, un capellone in pelle scamosciata. Mi allontanai lentamente.

Era la mia prima volta nell’Europa meridionale, e Roma era calda, umida e bellissima. La Fontana di Trevi! Il Circo Massimo! La Colonna Traiana! D’un tratto presero vita anni di lezioni di Latino a scuola. Sfortunatamente, pareva che noi fossimo i primi uomini con i capelli lunghi calati a Roma dai tempi dei Visigoti nell’Anno Domini 410, e l’accoglienza fu più o meno la stessa. Ovunque andassimo venivamo pedinati da gang di maschi curiosi. Speravano forse che eravamo femmine? Ci avevano informato che le brave ragazze cattoliche si chiudevano in casa alle nove e mezzo di sera. Allora questi ragazzi volevano solo divertirsi un po’? Probabile. Restare in albergo divenne presto preferibile ad avventurarsi per le strade. 

Il festival si teneva al Palazzo dello Sport, un’arena nella parte Sud della città in cui potevano stare comodi forse diecimila spettatori; peccato che il festival ne attrasse non più di duemila.

Avevamo un sacco di tempo per goderci gli altri gruppi. Tra i gruppi ce n’era uno jugoslavo chiamato Roboti, i cui membri erano abbigliati come una versione quacchera dei Four Seasons, e facevano un mellifluo doowop più in linea con i gusti del pubblico italiano. E gli spettatori reagivano in modo infantile alle proposte musicali; se apprezzavano un verso, un passaggio vocale o un assolo, si alzavano e applaudivano, per poi rimettersi subito seduti. E quando amavano veramente qualcosa, salivano sulle sedie per tre secondi e poi tornavano a sedersi. La più strana reazione di un pubblico che io abbia mai visto.

Ero tra il pubblico quando scoppiò il caos. I Nice si erano spinti un po’ oltre i limiti nel loro set, lanciando coltelli e trattando l’organo Hammond come un cavallo selvaggio che andava domato. Ma gli italiani non erano preparati ai Move, che erano ben noti per il comportamento anarchico sul palco. Forse le autorità erano state informate che i capelloni avrebbero distrutto il palazzetto, perché quando i Move iniziarono a fracassare un televisore con un’ascia la polizia antisommossa fece irruzione. Seduto esattamente al centro dell’auditorium, io potevo vedere soltanto due file di agenti con maschere, scudi e manganelli che avanzavano su entrambi i lati della platea. Quando raggiunsero il palco cominciarono a picchiare qualsiasi cosa si muovesse: gruppi, tecnici, spettatori: un raid spietato e arbitrario. Arrestarono un sacco di gente. Io ero abbastanza indietro per inforcare l’uscita. Affermare che andarono nel panico e reagirono in modo esagerato sarebbe un eufemismo. Poteva anche darsi che avessero in piano di far chiudere il festival fabbricando un incidente. Gli hippie non erano benvenuti. Comunque, uscirono tutti in fretta dal carcere; bastò sborsare una mazzetta.

Il festival fu spostato al Piper Club, in centro, per il giorno seguente, e quella sera vedemmo suonare i Byrds. Erano i nostri eroi fin dai primi giorni dei Fairport, e adoravamo la loro nuova miscela di rock e country. In quel periodo la loro line-up comprendeva Gram Parsons e Doug Dillard, e Gram in particolare si dimostrò gentile e socievole tra un set e l’altro, quando uscimmo a discutere nella tiepida aria serale del loro nuovo indirizzo musicale. Una settimana più tardi i Byrds suonarono al Middle Earth e avemmo il privilegio di prestare loro la nostra amplificazione.


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