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“Elvis è vivo…ed è bellissima!”, disse Madonna di k.d. Lang

Alla scoperta della musica e delle canzoni della cantautrice canadese
“Elvis è vivo…ed è bellissima!”, disse Madonna di k.d. Lang

“Elvis è vivo…ed è bellissima!”, disse Madonna anni fa dopo il suo incontro con k.d. Lang. Anche lei, come lo era il re del rock’n’roll, è ossessionata dal giusto taglio di capelli; e anche lei ha lasciato che il suono di Nashville le entrasse nelle vene per non uscirne più. Icona dell’orgoglio gay, vegetariana e animalista, attivista per i diritti umani con uno sguardo speciale per il Tibet, la cantautrice canadese ha fatto della voce il suo punto di forza in molti sensi.

Elementi centrali delle sue canzoni e del suo successo, il timbro e la potenza di Lang – che oggi compie 60 anni - non passano inosservati, così come le radici country e un amore per il genere che segnerà tutta la sua carriera. In undici canzoni, proviamo a ripercorrerla, partendo dai dischi ancora profondamente segnati dalla passione per la dama dell’early country Patsy Cline fino ad arrivare all’album collaborativo con Case e Veirs del 2016.

“Pine And Stew” (“A Truly Western Experience”, 1984)

k.

d. Lang fa il suo esordio discografico accompagnata dalla band dei Reclines, che già nel nome omaggia la donna simbolo dell’old time Patsy Cline, la grande passione musicale dell’artista dell’Alberta. L’album di debutto “A Truly Western Experience” - che non supererà i confini del Canada - ne porta i segni più che mai, ma le influenze rockabilly e blues non sono meno presenti. “Pine And Stew” è l’unico brano scritto da lei, in un disco che annovera collaborazioni con diversi autori. Lang si presenta per la prima volta al pubblico con i suoi gorgheggi e propone la ricetta del suo “stufato” (“Stew”): una voce come poche e delle radici ben salde. La canzone parte al minuto 7:20.

“Tune Into My Wave” (“Angel With A Lariat”, 1987)

Lo prendiamo come un invito il titolo di questo brano danzereccio dove i ritmi rockabilly e roots rock sono ancora più protagonisti. L’intero album “Angel With A Lariat”, prodotto dal musicista gallese Dave Edmunds, è una celebrazione della festa, che per il momento ha un preciso dress code di cappelli da cowboy e stivali. Attenzione, i calzari è meglio che siano di coccodrillo. “Got a rock my baby boogie and an alligator shoe”.

“Western Stars” (“Shadowland”, 1988)

Parte del suo successo, k.d. Lang lo deve anche a un gran numero di cover, alle quali l’artista ha dedicato sempre una grande attenzione. Una di queste è “Western stars”, contenuta in quello che è il suo primo album solista, in questo caso di canzoni d’altri. Più tardi arriveranno “Crying” di Roy Orbison e “Hallelujah” di Leonard Cohen, per citare le più celebri. Questa è di Chris Isaak, 1985, e calza a pennello alla donna delle grandi pianure, che qui diventano deserto. E, persi nel nulla, quale guida migliore delle stelle lassù?

“Trail Of Broken Hearts” (“Absolute Torch And Twang”, 1989)

È il singolo – scritto in collaborazione con Ben Mink - che trainerà il successo di “Absolute Torch And Twang”, l’album del Grammy di migliore cantante donna country aggiudicatosi dalla cantautrice. Con lei ci sono i Reclines, ma è l’ultima volta. Leggenda vuole che l’idea del brano sia nata in un ristorante indiano di Calgary, dove k.d. Lang e i produttori Greg Penny e Ben Mink stavano cenando. Ascoltando la musica nelle casse del locale, Lang avrebbe detto che voleva avere proprio il suono di un artista indiano. “Nessun problema, possiamo farlo”, la risposta di Mink che avrebbe portato a “Trail of Broken Hearts”. La canzone diventa una piccola hit in Canada: k.d Lang è pronta per muoversi verso il suo album di maggior successo, “leaving just a part, down the trail of broken hearts”.

“Constant Craving” (“Ingénue”, 1992)

Scritta ancora una volta con Mink, la canzone segna una svolta nella sua carriera, portandola – con tutto il disco – a un successo che Lang ha definito surreale e al Grammy del 1993.

Ispirata da “Black Crow” di Joni Mitchell, era alla ricerca di un’apertura dello stesso genere. La melodia, sulla tastiera, è venuta subito. Per il testo, invece, ci sono stati mesi di stallo. Poi, quasi all’improvviso, ecco prendere forma l’espressione “constant craving”. Da lì, anche tutte le altre parole sono arrivate. Lang ha raccontato che il pezzo è legato al samsara, il ciclo della vita buddhista: “L’ho scritta dalla prospettiva del desiderio e della brama”. Qualche anno più tardi, i Rolling Stones incideranno un ritornello molto simile nel singolo “Anybody Seen My Baby”, riconoscendo in seguito anche anche lei e Mink tra gli autori.

“Sexuality” (“All You Can Eat”, 1995)

Con il suo terzo album solista, Lang sembra aver perso di vista il country. Anche se non ci sono riferimenti espliciti, il titolo si fa vessillo della libertà sessuale di k.d Lang, una delle prime artiste che dell’orgoglio omosessuale ha fatto una scelta di vita. Un’esposizione non facile, negli anni Novanta, che però, a quanto dice la stessa artista, le avrebbe dato in qualche modo una mano: “Non penso che l'album [il precedente “Ingénue”, ndr] sarebbe diventato una hit senza il mio coming out. Non avrei avuto la copertina su Vanity Fair”, dove k.d. Lang è su una sedia da barbiere accudita dalla modella Cindy Crawford. I fan della storica serie tv “Friends” riconosceranno la canzone nel 22esimo episodio della seconda stagione.

Summerfling (“Invincible Summer”, 2000)

Giusto il brano d’apertura dell’album, "The Consequences of Falling”, è un po’ cupo. Per il resto, il disco è all’insegna della positività e dei colori dell’estate, ben riassunti in questo pezzo pieno di sole, che arriva nel periodo in cui la cantautrice si è trasferita con la cantante del gruppo femminile Murmurs, Leisha Hailey, sotto i raggi della California. Lang ha convenuto con le interpretazioni che vedevano nel disco la sua svolta pop: “Perché ora? Per qualche ragione nutrivo avversità per il pop. Adesso sono arrivata a questo punto: sai che c’è? Io amo la musica pop. Mi sono innamorata della vita e ho accettato il fatto che mi piacesse il pop”.

“Hallelujah” (“Hymns Of The 49th Parallel”, 2004)

Una delle canzoni più coverizzate di sempre, questa versione di “Hallelujah” di Leonard Cohen dà del filo da torcere a quella di Jeff Buckley. La Lang l’ha cantata anche alla cerimonia di apertura delle olimpiadi invernali di Vancouver del 2010: l’autore del classico stava seduto in prima fila, proprio davanti a lei. L’artista racconta dell’esperienza come assolutamente “nerve-craking”. Ma aggiunge anche che “lui è stato così umile, ed essere stata in grado di cantarla è stato terrificante ma allo stesso tempo penso di essere riuscita a respiro il respiro della situazione”. Ad “Hallelujah”, nel disco interamente dedicato alla sua terra, fanno compagnia le canzoni di alcuni degli artisti canadesi preferiti da k.d. Lang, come Neil Young e Joni Mitchell. Qui di seguito, la versione cantata ai giochi olimpici di Vancouver.

“I Dream Of Spring” (“Watershed”, 2008)

Se in “Invincible summer” c’era l’estate, con “Watershed” – primo disco di inediti dal 2000 – è tornata la primavera, come ci lascia intendere “I Dream Of Spring”, primo singolo estratto dall’album. Le radici country di k.d. Lang trovano nuovamente spazio in un album spontaneo, dove convivono l’emozione e la precisione. “Watershed” significa spartiacque e in effetti la cantautrice ha da poco superato i 45 anni: è più che matura per riprendere in mano gli amati suoni delle grandi distese verdi delle origini.

“Habit of Mind” (“Sing It Loud”, 2011)

Lo aveva anticipato e ora è realtà: si torna al country. E si torna anche alla band, che per questo “Sing It Loud” non sono più i Reclines ma il collettivo alternative country Siss Boom Bang. “I’ve lost my edge, it’s left the building like Elvis, I guess”: “Habit of Mind” apre così, un’ulteriore conferma che il nuovo lavoro di Lang profuma di Nashville – dove, tra l’altro, è stato registrato il disco. Le canzoni sono tutte scritte insieme a uno dei produttori, Joe Pisapia e il sound, che guarda al jazz, della nuova band è più pesante e primordiale rispetto alle esperienze precedenti. Il volume si alza: nel dubbio, “Sing It Loud”.

“Atomic Number” (“Case/Lang/Veirs”, 2016)

Tutto è iniziato con una email di k.d. Lang a Neko Case e Laura Veirs: “Perché non facciamo qualcosa insieme?”. Nasce così il supergruppo di folk singers che, tre anni dopo, darà alla luce il collaborativo “Case/Lang/Veirs”, osannato dalla critica e immancabile presenza per ogni fa di almeno una delle tre artiste. In “Atomic Number”, in apertura, ognuna di loro canta un verso e già capiamo che i contributi delle country women riunitesi in Oregon per partorire il disco non sono sbilanciati. Del resto, a k.d. Lang è sempre piaciuto lavorare con altri artisti. Siamo più che convinti che quest’ultimo album non faccia eccezione.

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