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Beba: “Nei dischi rap italiani i feat con le donne sono solo contentini”

L’artista torinese, dopo tanti singoli, pubblica il suo primo album “Crisalide”, in cui racconta senza filtri la sua vita: “È una rinascita lontana dalle categorizzazioni”.
Beba: “Nei dischi rap italiani i feat con le donne sono solo contentini”
Credits: Mattia Guolo

“Crisalide” non è solo il primo disco di Beba, ma è il primo progetto della nuova Beba. Roberta Lazzerini, torinese, classe 1994, si è fatta conoscere per una serie di singoli e punchline, uscite in questi ultimi anni, che l’hanno fatta diventare una delle prime protagoniste del mondo rap italiano, aprendo la strada a molte colleghe. Non è un caso che la Machete Crew le abbia spalancato le porte, unica donne presente, al Machete Mixtape 4. Forte tecnicamente, sempre battagliera, Beba ha incarnato il perfetto profilo della rapper aggressiva e sexy che deve dimostrare qualche cosa a se stessa e agli altri.

Un “celodurismo” che in “Crisalide”, in uscita venerdì 22 ottobre, lascia campo a una netta maturazione, mostrando un’artista a tutto tondo, diversa. Il disco ha sì episodi divertenti e più leggeri come “Lesbo Chic” con M¥ss Keta, ma è soprattutto un concentrato di brani più profondi e cantautorali, in bilico fra pop e rap. Beba, per la prima volta, mostra chi è Roberta: racconta amicizie in “Chiara”, relazioni tossiche in “Narciso”, l’amore per la propria Torino in “Fili del tram”, il maschilismo che tratta il corpo femminile come “carne da macello” in “Bambola”, oltre a sogni, speranze e fragilità. E lo fa in modo convincente e sincero, senza però tradire le sue forti radici urban come dimostrano brani più serrati come “Monica Bellucci”.

Un disco cestinato

La “crisalide” di Beba, cioè il suo stadio ninfale e di trasformazione, è iniziato con la pandemia. “Il lockdown ha coinciso con un momento di riflessione artistica, professionale e umana molto profondo. Mi sono chiesta dove stessi andando e che cosa volessi comunicare con la mia musica. Avevo bisogno di una ripartenza, sentivo la necessità di una rinascita che è coincisa con il desiderio di raccontare la mia storia. Qualche cosa che non avevo mai fatto”, racconta la rapper.

Un approccio molto diverso dal passato.La mia musica è sempre stata combattiva, era come se dovessi sempre dimostrare qualche cosa a me stessa e agli altri – continua - a un certo punto questo tipo di atteggiamento mi ha inacidito. In questo disco l’approccio è stato un altro, talmente distante dalla ‘me’ precedente che tutto quello che avevo scritto prima della pandemia non mi rispecchiava più. Ho proprio cestinato un album, che avevo anche mezzo annunciato, e ho iniziato a lavorare scrivendo una sorta di libro della mia vita e comunicando in modo nuovo”.

Il rap e le donne ridotte a “quota rosa”

Anche definirla solo “rapper”, dopo l’ascolto di un disco così vario, risulta difficile. “In questo mio inedito modo di affrontare la musica ho sentito anche la necessità di discostarmi dalla categorizzazione – sottolinea - per necessità creativa non volevo limitarmi alle sole sonorità rap. Con questo non voglio abbandonare la mia identità, nel disco ci sono diverse parti rap, ma ho sentito di dover educare il mio pubblico a un’apertura mentale verso suoni e parole diverse”.

Ma perché Beba, nell’universo rap, non ha mai avuto lo spazio che avrebbe meritato? “Mi sarebbe piaciuto essere più presente nei dischi altrui, ma molto dipende dai management. Di questo tema ne parlo anche in ‘Bambola’, ma non è semplice esprimersi senza sembrare una ‘rosicona’ – sorride - la verità è che l’industria musicale funziona per posizionamenti. Io non ho mai avuto qualcuno che mi posizionasse. Ho la sensazione che quando nei dischi rap c’è una donna sia solo un contentino per mettere la quota rosa nell’album. E quella quota rosa è spesso lì per una questione di management e non tanto per stima artistica. Sicuramente io non ho mai avuto qualcuno che mi posizionasse, ripeto, ma di questo in realtà ne vado fiera perché le mie collaborazioni non sono mai state costruite per marketing”.

Torino è casa

L’artista è ripartita anche dalla sua città con cui ha un legame speciale raccontato nel brano “Fili del tram”. “Il cuore pulsante del disco è Torino – ammette - Quasi tutti i pezzi sono stati prodotti da Dade. Io sono andata via da Torino quasi sei anni fa e sono venuta a vivere a Milano perché lì non trovavo il modo per fare musica a livello professionale. Se potessi scegliere non vivrei a Milano, io amo Torino, la sento come casa mia. Anche alcuni feat sono legati alla mia città: Willie Peyote e Angelino Panebianco, rapper fortissimo che merita molto”. Molti brani del disco sono lettere mai inviate. “Sicuramente ‘Chiara’ è il mio pezzo preferito. Anche ‘Comunque ciao’ mi commuove. C’è dolore, ma è stato un dolore di alleggerimento”, confida Beba.  

C’è stato un momento centrale che ne ha segnato l’apertura d’ali. “Un punto chiave è stato far uscire ‘Narciso’. Una pietra che andava rimossa. Con quel brano ho tirato fuori una parte di me che non riuscivo a raccontare – conclude - avevo già provato in passato a fare un pezzo più profondo, ‘Roberta’, ma non andò come pensavo. Fu un tentativo, poi in quel periodo ero in fissa con i numeri, che si sono rivelati qualche cosa di tossico. ‘Narciso’ invece è stato liberatorio perché non mi importava di come avrebbero reagito gli altri o di come sarebbe andata la canzone. Mi andava di farlo e l’ho fatto”.

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