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Quando Marco Mengoni flirtava con il rock

Cominciò tutto con le cover di “Psycho killer” dei Talking Heads e “Insieme a te sto bene” di Battisti. Proseguì con un tour nel quale interpretava gli Who e i Creedence Clearwater. Poi arrivò quell’album, “Solo 2.0”, che oggi somiglia a un fantasma.
Quando Marco Mengoni flirtava con il rock

C’era chi parlava di capolavoro, chi di atto di coraggio, chi – più semplicemente – si aspettava qualcosa di diverso, magari più in linea con la ballata con la quale, fino a poche settimane prima, scalava le classifiche di vendita e consolidava il suo successo a un anno dalla vittoria a “X Factor”: “La stampa ha capito il disco, i media televisivi e le radio no.

Lo sviluppo degli artisti non è un loro obiettivo. Molti hanno continuato ad associarlo al brano ‘In un giorno qualunque’. Anche quando successivamente si è proposto qualcosa di diverso, hanno continuato a chiedere la tipologia di ‘In un giorno qualunque’. Per loro Marco doveva essere quello e nient’altro”, avrebbero ricordato i suoi collaboratori più stretti. Da brutto anatroccolo timido e impacciato che al primo provino per entrare nel talent – all’epoca ancora nel palinsesto di Rai2 – cantava “Uomini semplici” di De Crescenzo ad aspirante rockstar. Cominciò tutto con le cover di “Psycho killer” dei Talking Heads e “Insieme a te sto bene” di Battisti che il suo mentore, Morgan, gli fece cantare durante il programma. Proseguì con un tour nel quale interpretava – tra le altre – “See mee, feel me” degli Who e “Proud Mary” dei Creedence Clearwater Revival. Poi arrivò quell’album, “Solo 2.0”, che oggi somiglia a un fantasma: nessuno ne parla, neppure lui. Appartiene a un periodo della sua carriera che .Marco Mengoni stesso sembra aver archiviato, rimosso: è addirittura fuori produzione e nei magazzini ne rimangono solo poche copie. Se non ci fosse lo streaming, sarebbe una rarità.

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Un concept sulla solitudine.

Con testi criptici e misteriosi, sonorità rock e arrangiamenti complessi. Come nel primo singolo “Solo (Vuelta al ruedo)”, che uscì qualche settimana prima dell’album: un bolero rock accompagnato da un video enigmatico à la “Donnie Darko”, il film del 2001, tra thrille e fantascienza, di Richard Kelly, con tanto di conigli. Chitarre distorte, elettronica e archi: Ravel, Muse e Negramaro in un solo pezzo. Più “Credimi ancora”, la canzone che Mengoni, all’epoca 22enne, aveva presentato in gara a Sanremo, un anno e mezzo prima (ammesso direttamente tra i big dopo la vittoria a “X Factor” – all’Ariston si era classificato terzo dietro Pupo ed Emanuele Filiberto e Valerio Scanu), che “In un giorno qualunque”. Non proprio un pezzo rassicurante, per i network: “Una radio ci ha detto che il disco era geniale, ma poi ha avuto paura di trasmetterlo. Un’altra ci ha detto che è folle, che non è pop e che l’avremmo pagata molto cara”, avrebbero raccontato Stella Fabiani e i fratelli Piero e Massimo Calabrese, il team – già al servizio di Giorgia e Alex Baroni – che lavorò con Mengoni nel periodo immediatamente successivo al talent, in un libercolo dedicato al cantante (“Solo un re”, Ultra). “Non è stato facile suggerire all’etichetta di usare questo brano come primo singolo. Mi rendo conto che è una scelta azzardata, una sfida, ma spero che il mio coraggio venga ripagato”, spiegò a margine dell’uscita dell’album il cantante.

Dodici pezzi – e una ghost track – tra rock (“Searching”, “Mangialanima”, “Dall’inferno”), elettronica (“Un finale diverso”), jazz (“Un gioco sporco”), pseudo-punk (“Uranio 22”), soul (“Un fiunale diverso”) e pure, perché no, qualche ballata (“Tanto il resto cambia”, “Tonight”).

Cantati in italiano e anche in inglese. Per dimostrare che oltre il pop c’è dell’altro: la porta che Mengoni trova in fondo al tunnel del video di “Solo (Volta al ruedo)” è un’uscita d’emergenza per scappare via da luoghi comuni e pregiudizi. Gli stessi che critica in “Come ti senti”, in cui chiarisce la sua posizione con la stampa: “Se vieni da un talent non puoi avere ideali”. In “Solo 2.0” il cantante mette la voce pirotecnica e la sua presenza istrionica al servizio di esperimenti – va detto – non sempre completamente centrati, ma comunque interessanti. Tra gli autori ci sono, oltre allo stesso Mengoni, anche Paolo Nutini (con lo pseudonimo di Glen Byrne in “Mangialanima”, che citava i Beatles di "A hard day's night"), Dente (che firma l’adattamento in italiano del testo di Nutini) e Neffa (“Un finale diverso”). L’album è suonato da un gruppo di giovani e talentuosi musicisti, alcuni dei quali accompagnano ancora Mengoni in tour: Davide Sollazzi alla batteria (oggi suona anche con Calcutta), Peter Cornacchia alle chitarre, Giovanni Pallotti al basso. “Questo album nasce dalla depressione post tour. Non avevo idea potesse succedere davvero, ma dopo la tournée di ‘Re matto’, quando sono tornato a casa, mi sono ritrovato da solo, e questo disco è stato un modo per uscire da questa situazione. È nato così, passo dopo passo, canzone dopo canzone. Il ‘2.0’ presente nel titolo invece si riferisce al fatto che questa è una versione di Mengoni aggiornata, come Windows”, raccontò lui.

Non andò come Mengoni e i suoi speravano.

“Solo 2.0” esordì al primo posto della classifica di vendita ufficiale, anche grazie ai firmacopie nelle librerie e nei negozi di musica durante i quali il cantante incontrò i fan. Poi, però, il disco cominciò improvvisamente a perdere posizioni: come se la risposta del grande pubblico al coraggio fosse titubante. “Per tutto quello che gira intorno all’uscita di un disco, per l’importanza che viene data alle classifiche, sembra che per qualche strano motivo io debba fare una gara di vendite con gli altri artisti in un confronto che trovo poco sensato”, sbottò l’ex vincitore di “X Factor”. L’album vendette 30 mila copie, praticamente un quinto dell’Ep “Re matto”, pubblicato un anno prima in concomitanza con la partecipazione al Festival di Sanremo con “Credimi ancora”. “Forse il disco era un pochettino troppo avanti in alcune cose. Ma era quello che volevamo. Quando i discografici hanno sentito che volevamo inserire gli archi, hanno cominciato a spaventarsi. Ma noi volevamo che fosse proprio così. Per i discografici i pezzi non erano immediati e questo è stato forse un problema. Alcuni pezzi a loro non sono piaciuti per niente e anche qui c’è stata una lotta. Il punto è che se vuoi ottenere solo profitto, per forza devi abbassare la qualità. Se rischi, rischi alla grande: puoi vincere ma anche perdere. Se perdi, perdi tanto. Se invece giochi sul sicuro, diciamo che mantieni il tuo standard. I media devono fare fatturato. E c’è troppa paura di perdere lo stipendio”, avrebbero riconosciuto Stella Fabiani e i fratelli Massimo e Piero Calabrese (quest’ultimo è scomparso nel 2016).

Dopo la crisi, Mengoni sarebbe rinato nel 2013, tornando in gara a Sanremo. Chiaramente non con un bolero rock, ma con una ballata: “L’essenziale” lo portò alla vittoria, rilanciando una carriera che oggi vale circa 3 milioni di copie vendute.

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