In memoria di Charlie Watts, grande batterista e uomo semplice

Quel suo drumming speciale e inimitabile: era un metronomo ambulante ed elegantissimo

Era innanzitutto una questione di swing. La sua confidenza con il jazz, il suo amore per la musica che proveniva dagli anni '40 e lo faceva sentire più a casa sua da Ronnie Scott's con la sua big band che in uno stadio stracolmo, sono gli elementi che hanno reso i Rolling Stones una band diversa, e hanno creato enormi problemi a tutte le loro cover band, mai venute a capo della chimica bizzarra tra il metronomo che era Charlie Watts e la fabbrica di riff che è Keith Richards. "Le chitarre davanti alla sezione ritmica", si diceva sempre della musica degli Stones: già, perchè il batterista swingava e lasciava spazio.

Poi era anche una questione di blues. Charlie fu al centro della prima fiammata da cui avrebbe preso le mosse il rock britannico, suonando con i Blues Incorporated di Alexis Korner insieme a Art Wood, fratello di Ronnie. La sua culla, pre-Stones, era stato l'Ealing Club, un'altra vetrina di talenti come poche altre. La sua perizia nel campo delle 12 battute era praticamente nativa.

Charlie Watts non è mai stato il miglior batterista rock del mondo. Era semplicemente il migliore batterista possibile per quella che, coram populi, è la migliore rock band della storia. I suoi detrattori lo paragonano a Keith Moon, John Bonham e Ginger Baker per enfatizzarne la mancanza di funambolia, di follia, di virtuosismi. E molti lo accostano, accusandolo di eccessiva semplicità, a Ringo Starr, colpevole anch'egli secondo loro di un drumming troppo basilare. Sciocchezze. Charlie era il motore del gruppo e quando si trattò di sostituire l'altra metà della sezione ritmica, fu lui a decidere che sarebbe stato Darryl Jones a rimpiazzare Bill Wyman. Sapeva cosa occorreva.

Il suo ferro del mestiere per antonomasia era essenziale come lui. Un set della Gretsch del 1957 che aveva acquistato da una compagnia che forniva servizi di backline: due tamburi, un rullante e una grancassa.

Il suo look era perfetto: la sua classe nel vestire apportava quel tocco di improbabilità e umorismo nelle foto della band. Era un autentico dandy, collezionista di abiti confezionati su misura dai sarti di Savile Row - uno stile, anche qui, parecchio affine al jazz.

"Get off of my cloud", tra decine di classici, per me porta la sua firma meglio di tutte le altre. Semplice, geniale e inedito (ai tempi) quell'attacco.  Semplice, l'aggettivo forse più azzeccato per definire Charlie, insieme a cool. Non è casuale. Così semplice che seppe brillare anche per la sua assenza, quando essendosi reso temporaneamente irreperibile, in studio venne convocato Kenney Jones per suonare in questo nuovo pezzo che Jagger stava mettendo insieme. Si intitolava "It's only rock and roll". Quando venne il turno di reincidere la sua parte di batteria per la versione definitiva e ufficiale, Charlie non volle farlo: "Va bene così, ha praticamente suonato come me".

Charlie Watts era sopravvissuto all'eroina, sua compagna di viaggio negli anni Ottanta, e al cancro. Ha lasciato soli un'icona, Mick Jagger, e una leggenda, Keith Richards. Proprio lui che alla fine di ogni tour diceva di volersi ritirare, stavolta non è riuscito a cominciarlo. 

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