Guido Morra e il mestiere dell'autore: "Devo tutto alla canzone"

L'autore di testi (e non solo di testi di canzoni) risponde alle domande di Rockol
Guido Morra e il mestiere dell'autore: "Devo tutto alla canzone"

Lo scorso anno Guido Morra ha compiuto i 45 anni di carriera, avendo debuttato come coautore per Gianni Togni nel 1975. Nel tempo ha poi collaborato con altri grandi nomi (un elenco non esaustivo comprende Mango, Mietta, Anna Oxa, Mia Martini, Plácido Domingo, Toquinho, Miguel Bosé, Luis Miguel, Massimo Ranieri, Al Bano, Renato Zero, Donatella Rettore, Viola Valentino, Caterina Caselli, Rossana Casale, Eduardo De Crescenzo e Riccardo Fogli) scrivendo canzoni che hanno fatto la storia della canzone italiana. Gli abbiamo rivolto qualche domanda. 

Come ricordi oggi il tuo esordio del 1975, "In una simile circostanza"?
Ero un ragazzo confuso, con la testa piena di trame sballate e di poesie di Dylan Thomas. Avevo dalla mia solo tanta passione e tanta buona volontà. Quei testi sono cose scritte di getto, fin troppo ingenue, senza nessuna conoscenza del mestiere, però sincere. Ricordo bene la prima volta che sentii una mia canzone alla radio. Venne trasmessa all’interno di un programma di Renzo Arbore, si trattava appunto del brano “In una simile circostanza”, sicuramente il più orecchiabile e il meno velleitario del disco.  Ero in cucina con mia madre quando partirono le prime note della canzone: “Oh, incredibile, questa l’ho scritta io…”. Non avevo ancora 19 anni. Fu una grandissima emozione.


Il tuo primo grande successo è stato "Luna" di Gianni Togni. Come è nato e come si è definito quel testo?

L’idea di quel testo è molto semplice. In effetti è  solo un gioco: rivolgersi a una ragazza come se fosse la luna e viceversa. Musicalmente la canzone nasce dall’unione di due brani che il produttore Giancarlo Lucariello (al quale devo tantissimo e al quale sarò sempre riconoscente) propose di mettere insieme. Da parte mia nessuna malizia, nessun “professionismo”. L’incipit di quel brano, “E guardo il mondo da un oblò”, viene da una suggestione intorno a una poesia di Samuel Beckett.   

 

"Storie di tutti i giorni", "Bravi ragazzi", "I migliori anni della nostra vita" sono i tuoi evergreen. Quando li hai scritti eri consapevole delle loro qualità speciali?
No. Però, per motivi diversi, mi piacevano molto e ritenevo potessero piacere a molti.


C’è un tuo testo, o anche più d’uno, che ti è particolarmente caro anche se, magari, la canzone per la quale l’hai scritto non è stata un successo?
“Il senso della vita” per Elsa Lila, “Mi troverai” per Massimo Ranieri, “Sempre” per Lisa, “Brividi” per Rossana Casale, “Acquarello” per Toquinho”, “Le piccole cose” per Gianni Togni. Poi ci sono dei brani che, per un motivo o per l’altro sono ancora inediti. Ce ne sono almeno tre, musicati da Maurizio Fabrizio, che sono i miei preferiti in assoluto. Chissà quando usciranno dal cassetto.  


 
 
Quali sono i “parolieri” secondo te più importanti della storia della canzone italiana? E c’è qualcuno - non necessariamente uno fra questi - che hai preso a modello?
Se per paroliere s’intende colui che scrive parole su una musica preesistente,  al di là di Mogol bravissimo e impossibile da non citare, per me il migliore è stato Giorgio Calabrese. Basterebbero le versioni italiane dei brani di Aznavour, assolutamente perfette e ispirate, oltre che tecnicamente ineccepibili; per non parlare di quel capolavoro che è E se domani, con quel geniale “e sottolineo se”. Prendere a modello qualcuno no, ma ho amato e amo le canzoni di Sergio Endrigo, di Luigi Tenco, e le prime di Francesco De Gregori.

Il rispetto della metrica è sempre meno praticato a favore di una maggiore “disinvoltura” nell’accentazione. È una pratica che ritieni accettabile o è un segno di sciatteria?
Può succedere che un concetto non possa essere espresso se non con quella parola che sarebbe “fuori metrica”, e allora, invece di pensare a qualche altra cosa, si preferisce esprimere quel concetto, anche se il risultato è metricamente sbagliato e spesso terribile. Questa degli accenti sbagliati è un po’ una tassa che si deve pagare quando non si ha molto tempo, quando non si ritiene giusto impazzire dietro a un verso, quando non si ha voglia di cambiare strada e pensare  a un’altra cosa; è un po’ una trappola, e anch’io purtroppo ci sono caduto. Per esempio in “Semplice” di Gianni Togni: “Come stare fuorì dal tempo…”. Fuorì e non fuori, appunto.    


C’è anche un problema di lunghezza del verso e, soprattutto di chiusura dello stesso.

Un conto è un verso che chiude con una parola piana e con decine di sillabe, per esempio “Sono ancora aperte come un tempo le osterie  di fuori porta” del glorioso Guccini, un altro conto è avere a che fare con un verso di poche sillabe e oltre tutto con un finale tronco, per esempio, appunto: “E guardo il mondo da un oblò”. La lingua italiana è fatta per lo più di parole piane, al contrario di quella inglese, e questo spiega tantissime cose. Basterebbe dire che in inglese amore si dice love. Una sillaba contro le tre dell’italiano; non solo, ma in inglese la parola è tronca e in italiano piana. E’ una bella differenza. Il  povero paroliere si arrangia e cerca soluzioni. Di solito quando è possibile aggiunge una sillaba nel finale del verso, per trasformare la parola tronca in piana. E’ una piccola furbizia usata in migliaia di canzoni; si perde qualcosa dal punto di vista del suono, ma si guadagna in senso. Per esempio, l’inizio di “Storie di tutti i giorni”, metricamente sarebbe “Sto/ di tutti i giò”, diventata, appunto “Sto…rie/ di tutti i gior…ni”. Comunque per rispondere alla tua domanda bisogna dire: sì, è in qualche modo un segno di sciatteria e un peccato, sia pure molto veniale, al punto che sono decine le canzoni che hanno avuto grane successo con accenti sbagliati. Il che vuol dire che il pubblico perdona facilmente questo tipo di peccati. .
 
Negli anni hai stretto una collaborazione quasi esclusiva con Maurizio Fabrizio. Qual è la chimica che rende speciale la vostra coppia? E come funziona, nella pratica, la vostra interazione?
Maurizio ha una musicalità straripante e meravigliosa, ed è capace di passare dalla  canzone, al musical, all’opera lirica, sempre con infaticabile  concentrazione e ispirazione eccellente, e poi è un gentiluomo d’altri tempi. Stiamo bene insieme, ci siamo simpatici. Il lato umano è fondamentale. All’inizio della nostra collaborazione io   scrivevo sulle musiche che lui componeva, ma poi, col tempo, spesso e volentieri, è stato lui a comporre su miei testi. Ecco che finalmente ho potuto anch’io permettermi versi lunghissimi e con finale piano come “Penso che ogni giorno sia come una pesca miracolosa”. 20 sillabe! Una piccola rivincita.

 

Quindi preferisci scrivere prima il testo…
Sì, di gran lunga. Confesso che ormai faccio un po’ fatica a fare “il paroliere”. L’ho fatto per tanti anni, qualche volta mi capita ancora di farlo, ma ammetto di essere ormai quasi a disagio. Avere a che fare con metriche di poche sillabe e con finale tronco, dover esprimere qualcosa di sensato e magari di intelligente avendo a disposizione una metrica tipo: “Parapapapà/ parà/ parà pappà” è veramente difficile e fin troppo impegnativo. Sarà che con l’età sono diventato pigro.

Quali sono i testi di canzoni che ti hanno fatto pensare “avrei voluto scriverlo io”?
Più che “avrei voluto scriverlo io”, ci sono testi che mi suscitano ammirazione ogni volta che li ascolto. “Vedrai, vedrai” di Luigi Tenco, “La donna cannone” di Francesco De Gregori. “Bartali” di Paolo Conte, “Mani bucate” di Sergio Endrigo, “La cura” di Franco Battiato/ Manlio Sgalambro e tante, tante altre, fino a  quelle napoletane classiche, inarrivabili, a cominciare da “O sole mio”.

Quali sono, a tuo avviso, gli strumenti più utili per l’ispirazione e per la scrittura di un testo? La lettura di libri e giornali, l’ascolto del linguaggio quotidiano della gente, lo studio del lavoro di altri autori...?
Tutto influenza tutto. Il processo creativo è davvero casuale e misterioso. Poi, però, dopo la così detta ispirazione, c’è un lavoro a volte lungo, fatto di applicazione, instancabili pazienza e testardaggine. Può succedere di finire un testo in mezz’ora, ma capita pure di sbatterci la testa sopra per giorni e giorni.

Molti parlano di poesia presente nelle canzoni. Che ne pensi?
Talvolta, per puro miracolo, esistono nelle canzoni dei versi che possono anche far pensare alla poesia, ma nel complesso la parola poetica è un’altra cosa.

Lontana e irraggiungibile. Ah, la poesia…  “Quanto vola lontano dalle nostre mani protese.”. La poesia si muove per altri spazi, che sono realmente immensi.  È un’altra dimensione, insondabile e indecifrabile, completamente diversa. Basterebbe il fatto che il testo  di una canzone ha a che fare comunque con della musica e  in ogni caso con una qualche “gabbia” metrica, sia pure la più ampia e confortevole. La poesia non ha limiti e non ha gabbie di nessun tipo. Tuttavia, questo non significa che la poesia sia “meglio” della canzone, o che le sia “superiore”; è solo un’altra cosa. Anche la canzone, nella sua “piccolezza” può essere immensa.

Qual è l’ultimo testo che hai scritto?
“Abitante di un corpo celeste”, nelle radio dal 28 maggio. Primo frutto  di una collaborazione che spero lunga con Ron. Anche questa canzone è  nata sul testo che poi Ron ha - con la sua grande sensibilità e intelligenza - musicato.

 

Scrivi solo testi per canzoni?
No. Nel corso del tempo ho scritto due romanzi (e un terzo è in dirittura d’arrivo), una commedia, diversi libretti per musical, opere rock e opere liriche, sceneggiature cinematografiche. Con risultati a volte soddisfacenti a volte meno. Ma devo tutto alla canzone, e alla canzone sempre tornerò, con la stessa passione dei miei sedici anni. Sarà banale dirlo ma la canzone è come il primo amore, e la banalità non necessariamente è qualcosa di negativo.

Franco Zanetti

 

PS fra i tantissimi testi scritti da Guido Morra, quello al quale sono personalmente più affezionato è "Giorno popolare", scritto nel 1981 per Viola Valentino. Ve lo propongo come "bonus track".

Il tavolo è da tressette
Aria di festività
Le patatine son fritte
Il vino è caldo col caldo che fa
La sabbia dentro i calzini
Il mare si sente che è qui
Qui sono tutti bagnini
Ed i camerieri ti ballano il twist

È mezzogiorno di un giorno popolare
Nel ristorante gestione familiare
E dopo uno spaghetto scarso e scivoloso
Tutti speriamo in un secondo muscoloso
E in questa situazione balneare
E mentre tutti pensano a mangiare
Io penso agli affari miei

È mezzogiorno e guardo gli ombrelloni
Come soldati sono rimasti soli
Mia madre tutta seria ed abbronzata bene
Mi raccomanda di far sempre il mio dovere
Io che bevevo ancora un'aranciata
Mi davo l'aria di donna già vissuta
Ma ero una signorina
Che sera e mattina
Pensava all'amor

Si prende il resto e si esce
Contenti del proprio caffè
Con noi il fritto di pesce
Ed io capisco che è estate perché
In spiaggia tutti i parenti
Mi chiedono quanti anni ho
Facciamo un po' i sorridenti
Poi via tutti quanti a prendere il sol

E a mezzanotte di un giorno popolare
Al bar del porto granita nel bicchiere
Tra le barchette e le camicie fantasia
E gli stornelli improvvisati per la via
E sotto quella luna così tanta
C'era atmosfera di grande speranza
Ma forse solo per me...

E poi andare a casa per sognare
Un sogno in lotta col caldo e le zanzare
Al bagno per fumarne una di nascosto
La superfiltro coraggiosa dell'agosto
Mi interrogavo sui massimi sistemi
Grandi progetti, piccoli problemi
Ero una signorina
Che sera e mattina
Pensava all'amor

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