Vinicio Capossela e gli 80 anni di Bob Dylan: "Tutto è bene quel che non finisce mai"

Il cantautore scrive per Rockol un ritratto, nel giorno del suo compleanno: "Quante volte siamo stati la colonna umana della musica di Bob Dylan?"
Vinicio Capossela e gli 80 anni di Bob Dylan: "Tutto è bene quel che non finisce mai"
Credits: Chico De Luigi

Detto che un compleanno è soprattutto l’occasione di congratularsi con la venuta al mondo di un essere umano, se questo essere è Bob Dylan, le congratulazioni tracimano nella gratitudine. Quante volte la musica del nostro bardo ha reso più epica la nostra vita? Quante volte ci ha regalato una frontiera da attraversare, la frontiera con il lato avventuroso della vita?
Quante strade sono state rese degne di essere attraversate? Quante volte siamo stati la colonna umana della musica di Bob Dylan? 

E per un'altra cosa provo gratitudine: per quel misterioso e inspiegabile moto interiore che da decenni genera quel movimento quasi astrale intorno al globo  intitolato “never ending tour”.

Questo continuare ostinatamente a imbarcarsi su quella navicella spaziale che deve essere il suo tour bus, quasi che sia l’unica maniera plausibile di vivere davvero, e non sopravvivere a se stessi. Continuare a salire e scendere dal palco senza salutare, tradendo i fans con quel modo di truccare le canzoni fino a renderle irriconoscibili, ripassate come sono in quella specie di flusso rock blues che tutto fonde e trasforma. Con questo tour astrale senza fine Egli ci fa il dono di ricordarci che siamo ancora contemporanei a Bob Dylan, che è un po' come essere contemporanei a Socrate, a Melville, a Shakespeare. 
Siamo contemporanei a lui anche ora, in occasione del suo ottantesimo compleanno. Ma con 24 Maggio 1941 si intende prima o dopo Cristo?

Una delle cose più interessanti del primo Dylan è il suo rapporto con il folk , quando dice, in una storica intervista che “la musica folk non è mai stata semplice, non ha niente di rassicurante. È inquietante, piena di leggende, di miti, di bibbia e di fantasmi.  Fame, pestilenze e tutte quelle cose che non sono nient’altro che mistero… rose che crescono dai cuori della gente, gatti spellati nudi in un letto…sono tutte cose che nessuno può davvero toccare.”

È una cosa che a me personalmente ha toccato molto, che fa riferimento alla possibilità della musica folk di accedere a un tempo fuori dal tempo. Un tempo che li contiene tutti, che ci porta ancora più indietro, dai bardi agli aedi, a chi ci ha regalato l’idea del mondo raccogliendola in strofe cantate. La storia del mondo è in gran parte immaginata, e sono i bardi e i poeti  ad avercela  consegnata.  Anche la musica di Dylan è in un certo senso fuori dal tempo, spesso ammutinata alla dittatura dell’attualità. Ascoltarlo è un po’ come ascoltare la musica classica: ci pone fuori da una stagione. Sarà anche per la visionarietà dei testi, le suggestioni bibliche, la poesia simbolista, le litanie del blues. Però Dylan, più di ogni altro è anche stato l’artista che ha segnato la storia del suo tempo. La sua musica, particolarmente in quei cinque anni toccati, anzi bruciati dalla Grazia, è coincisa con  una stagione che ha provato a cambiare la Storia.  Se ne è smarcato subito, ma il suo lungo percorso astrale “fuori dalla storia” ha saputo trovarsi puntuale ai punti di accesso della Storia , fino all’ultimo, il più toccante, quello del 27 Marzo 2020. 

In quello stesso giorno in cui il Papa in maniera così iconica chiedeva Grazia per l’Umanità  Dylan ha pubblicato la smisurata preghiera di Murder most foul, accompagnandola con una dedica Stay safe, stay observant and may God be with you.
Nessuna colonna sonora poteva essere più adatta a descrivere quel momento di oscuramento di luce, quell’eclissi in cui siamo entrati tutti. 17 minuti da ascoltare 17 volte di fila, partendo da un altro buco nella Storia, quello dei fori dei proiettili di Dallas.
Questo modo di Dylan di andare fuori e dentro al tempo è probabilmente quello che gli ha permesso di cambiare pelle e voce, quello che lo ha reso imprendibile.

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Anche quel  suo modo di sviare sul Nobel, una specie di grosso spillone che lo avrebbe affisso a una data, come in una teca, è interessante, per l’indeterminazione del rapporto col tempo.
Quel non andare e affidare a una lettera un discorso è un po’ barare col tempo soprattutto se si cita Melville. (Herman, il più biblico dei puritani, l’autore del poema sacro, che col suo tempo non ha avuto relazione ed  è passato direttamente dall’oscuro lavoro alla dogana a un posto a fianco al libro di Dio.)

Immagino che sarà estremamente fastidioso per la persona che deve esserci dietro Bob Dylan, dovere confrontarsi con una data, preferirà tempi più indeterminati, lui che pare ami visitare in incognito case abbandonate in cui hanno vissuto voci importanti per lui. Lui che coltiva il suo enigma in cui è insieme Edipo e la Sfinge.
Il nascondimento è probabilmente il suo modo di preservarsi. Anche dalle date. 

Forse anche per lui vale la massima che preferisco: tutto è bene quel che non finisce mai.

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