Bob Dylan, revisited: "In Italia tanti luoghi comuni, ma anche veri studiosi"

Il critico e lo studioso: Riccardo Bertoncelli, decano delle firme musicali in Italia, e Alessandro Carrera, accademico e dylanologo di fama mondiale, riflettono è stato raccontato in Italia: "Dagli appassionati viene celebrato ogni giorno"
Bob Dylan, revisited: "In Italia tanti luoghi comuni, ma anche veri studiosi"

Degli 80 anni di Bob Dylan si parla già da giorni, ormai, anche se il compleanno è solo domani, 24 maggio. Da un lato c'è la tendenza dei giornali e delle testate ad anticipare le ricorrenze, per uscire per primi (i primi articoli italiani su Dylan hanno anticipato la data reale di ben 9 giorni); Dall'altro lato, però c'è una questione più profonda: come è stato recepito Dylan in Italia? siamo ancora fermi alla dicotomia fan vs. ascoltatori distratti? Ovvero, chi incensa ogni mossa del Nostro vs. chi pensa sia ancora fermo a "Blowin' in the wind", va ai concerti per vedere il mito e scappa a metà disgustato da come le canzoni vengono suonate?

Di questo e altri abbiamo parlato con due grandi esperti, di estrazione diversa. Da un lato Riccardo Bertoncelli, decano italiano della critica, che al cantaure ha dedicato molto del suo lavoro, raccogliendo qualche anno fa i suoi scritti in "Una vita con Bob Dylan" (Giunti). Dall'altro Alessandro Carrera, accademico: dirige il centro di Italian Studies all'Università di Houston, è considerato uno dei massimi dylanologi mondiali: in questi giorni ha ripubblicato per Feltrinelli in una nuova edizione "La voce di Bob Dylan. Un racconto dell'America".

80 anni: una ricorrenza significativa o una scusa per parlarne? Che tipo di celebrazioni vi aspettate di Dylan?
Bertoncelli:
Dylan è sempre un pane che fermenta, anche se fosse una scusa andrebbe bene lo stesso.

Quanto alle celebrazioni da noi, temo le solite: luoghi comuni, sentito dire, Joan Baez ancora fidanzata di Bobby, Mogol che spiega al mondo che il vero Dylan era lui, ecco perché lo traduceva così sciattamente.  Questo per il grande pubblico. I dylanologhi in realtà Dylan lo celebrano ogni giorno che Iddio manda in terra, la loro è un'opera instancabile e incessante. 
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Carrera: Non c’è bisogno di chissà quali scuse per parlare di Dylan. In effetti se ne parla a ogni compleanno, ma mi sembra chiaro che gli ottant’anni siano una ricorrenza speciale. La longevità di un artista è sempre un evento da celebrare, soprattutto se si tratta di un artista ancora attivo e rilevante. Quest’anno c’è stata un’impennata di pubblicazioni, in lingua inglese soprattutto, ma anche altrove: molti nuovi libri, molte riedizioni e ampliamenti di libri già esistenti, segno che c’è molta gente che vuole scrivere di Dylan, ma c’è anche molta gente che vuole leggere ciò che si dice di lui, vuole capire le sue canzoni, l’arco della sua opera. Anche molte pubblicazioni accademiche, che magari faranno storcere il naso ai duri e puri del rock (i quali, devo dire, hanno la mia simpatia; una volta esisteva la controcultura, che era fatta proprio di ciò che a scuola non si studiava e si doveva imparare fuori, on the road), ma sono necessarie per approfondire una produzione enorme. Molti simposi, molti corsi universitari. Rispetto a dieci anni fa, oltre al Nobel, ora c’è anche il Dylan Archive di Tulsa, in Oklahoma, legato alla locale università, che ha già cominciato a organizzare convegni sia per studiosi sia per appassionati, e ne organizzerà ancora di più in futuro. Dylan è un artista planetario, se ciò che ha fatto sopravvivrà non sarà soltanto merito dei professori (tutt’altro!) ma anche e soprattutto di tutti coloro che non appena mettono le mani su una chitarra o un pianoforte vogliono imparare una canzone di Dylan, riarrangiarla, adattarla, farla propria.

Come è stato recepito Dylan in Italia, fuori dal circolo degli appassionati? Siamo ancora fermi al racconto di lui come quello di “Blowin’ in the wind” e dello scandalizzarsi ai concerti perché non canta o “distrugge” i classici?
Bertoncelli: Non avevo letto la seconda domanda e ho già risposto con la prima. Da sempre, in Italia, un pianto greco; esclusi beninteso gli specialisti, lì siamo a livello mondiale. 
Carrera: La storia della ricezione di Dylan in Italia è molto lunga, risale alla metà degli anni sessanta, e va raccontata in tutte le sue diramazioni, altrimenti la si semplifica troppo.

Ci sono state le prime cover, l’interesse dei cantautori di allora che erano però legati alla canzone francese e non potevamo immedesimarsi subito in una tradizione che non era la loro, ci sono state le canzoni di lotta del ’68 ispirate a Dylan, ma c’è stato anche il rifiuto da parte di alcuni cantautori politici che vedevano in Dylan solo un opportunista. Bisogna aspettare gli anni settanta perché le barriere cadano, e la svolta coincide con le prime traduzioni dei testi; ancora molto imprecise, è vero, ma almeno facevano intuire che il retroterra di Dylan era molto più vasto di quello che poteva sembrare all’inizio. Oggi Dylan può contare in Italia su uno “zoccolo duro” di appassionati, non moltissimi ma fedeli, e un crescente numero di veri studiosi. Mi verrebbe da dire che dopo la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, e insieme alla Germania, la dylanologia si fa in Italia, con risultati buoni e anche più che buoni, anzi decisamente alti. Vorrei citare almeno Alessandro Bratus, .Bob Dylan. Un percorso in sedici canzoni (Carocci 2011), Andrea Cossu, It Ain’t Me, Babe: Bob Dylan and the Performance of Authenticity (Paradigm 2012), Renato Giovannoli, La Bibbia di Bob Dylan (3 volumi, Àncora 2017), Alessandro Portelli, Bob Dylan, pioggia e veleno (Donzelli, 2018), Mario Gerolamo Mossa, Bob Dylan & Like a Rolling Stone. Filologia composizione performance (Mimesis 2021), Bob Dylan and the Arts, libro in parte in italiano e in parte in inglese a cura di Maria Anita Stefanelli, il sottoscritto e Fabio Fantuzzi (Edizioni di Storia e Letteratura 2021). 


Quali sono i meriti reali di Dylan oggi, il motivo profondo per cui vale la pena conoscerlo meglio?
Bertoncelli:
Credo che chi abbia meno di sessant'anni fatichi a capire la portata rivoluzionaria delle sue canzoni dei primi tempi, che segnarono un “prima” e un “dopo” nel mondo del folk e del rock.

Libertà, fantasia, testi che diventavano profondi e seri anche se applicati a canzoni che andavano nei juke box. Ma non voglio delimitare Dylan a quegli anni e solo quelli. Anche dopo è un artista si è mosso con originalità e personalità, con una storia avvincente e piena di colpi di scena. Senza più i riflessi ecumenici degli inizi ma con talento e valore.
Carrera: Gli stessi da sessant’anni in qua. Sia chiaro che uno può riservare la stessa dedizione a un altro grande autore/autrice e ricavarne lo stesso nutrimento che ottiene da Dylan, spesso anche di più. In fondo di grandi autori in una vita ne bastano pochi, l’importante è conoscerli bene, amarli anche nelle loro debolezze e direi grazie delle loro debolezze. Ma Dylan, per quanto profondo sia, è accessibile anche a chi non ha tempo né modo di dedicarsi a qualche grande scrittore, poeta, regista o artista visivo. Scrive canzoni, e le rende incredibilmente complesse, ma sono pur sempre canzoni, e le rime sono pur sempre rime. A volte sono geniali, ma spesso sono tra le più semplici che la lingua inglese metta a disposizione, e la complessità bisogna scoprirla sotto le righe. Ma nel frattempo c’è qualcosa di cui godere subito. E poi nella vita bisogna scegliere, non c’è tutto questo tempo a disposizione. Ho incontrato una volta un dylaniano/dylaniato che mi ha confessato: “Non facevo altro che ascoltare Dylan, finché mi sono detto, non va bene, devo pur ascoltare qualcun altro, e mi sono messo ad ascoltare altri. Sono andato avanti così per qualche mese, poi mi sono reso che mentre ascoltavo gli altri non stavo ascoltando Dylan! Li ho messi via subito e ho ripreso ad ascoltare Dylan”. Io non sono così, posso anche passare mesi ascoltando tutt’altro, ma non perdo mai di vista Dylan, è un faro, un segnale per i naviganti.

Quasi 5 anni dopo, cosa ne pensate dell’assegnazione del Nobel, e del dibattito che ne è seguito dopo, sulla sua figura e sull’opportunità del premio?
 Bertoncelli: Mi stupii e feci male a farlo. Per certi versi era inevitabile, e sacrosanto. In ogni caso, un premio “adassegnazione ritardata”, perché è vero che ci sono liriche sue molto belle ovunque ma quello che ha  segnato l'immaginario collettivo è senz'altro il corpus degli anni '60. (Il Premio “a tempo” avrebbe dovuto essergli assegnato nel 1966: quando vinsero, ehm ehm, Nelly Sachs e Shmuel Yosef Agnon).
Carrera: Forse Dylan non aveva bisogno del Nobel, ma il Nobel aveva bisogno di Dylan, aveva bisogno di dare un riconoscimento a qualcuno che sarà magari meno “letterato” di tanti bravi scrittori e poeti, ma ha incarnato la funzione del poetico come nessun altro della sua generazione.

Dylan non scrive poesie, sia chiaro, e non le canta. Scrive poesia, e la canta. Quello che lui realizza non fa parte della letteratura come istituzione, come “corpo separato”. Ma tocca le sorgenti del poetico, del luogo dove non ha senso distinguere il suono della voce dal significato delle parole. “Non puoi separare il danzatore dalla danza”, diceva W. B. Yeats. E nemmeno puoi separare il cantante dalla canzone. Vorrei aggiungere una nota un po’ maliziosa: tutti coloro che si sono stracciati le vesti perché il Premio Nobel è stato dato a un “cantante”, quanto riconoscimento hanno dato a Louise Glück, Premio Nobel 2020, una dignitosissima, ma anche tagliente poetessa americana? Perché non si sono messi a leggere Louise Glück e non hanno detto: “Meno male, l’Accademia di Svezia è tornata alla poesia”? Perché la reazione è stata per lo più: “Louise chi?”.

Quando ha vinto il Nobel, si notava che era tempo che però non scriveva o incideva cose nuove. Cosa ne pensate dell’ultimo album e, in generale, dell’ultimo periodo?
Bertoncelli:  I dischi di standard non mi entusiasmano, pur riconoscendone la serietà e il puntiglio nel realizzarli.

L'ultimo disco lo trovo molto interessante, con quel modo di procedere a immagini concatenate e scatti della memoria sulle più classiche basi del suo rock blues –  sorta di senili talkin' blues sempre vivi e lussureggianti. “My Own Version Of You” è già stata assunta nel mio personale Best di tutti i tempi.
Carrera: Dylan ha pubblicato "Tempest" nel 2012, e ha vinto il Premio Nobel nel 2016. Nel frattempo, aveva fatto uscire "Shadows in the Night", il primo dei suoi dischi dedicata alla canzone “classica” americana. Non mi sembra che fosse proprio così inattivo, quattro anni di pausa per un artista della sua età sono più che comprensibili. Quando era giovane, Dylan ci ha abituato a periodi di creatività così intensa che se sta zitto per sei mesi gira subito la voce che è in crisi e non ha più niente da dire, ma questo non è mai stato vero. Dylan ha avuto i suoi periodi di vacche magre, ma se guardiamo all’insieme della sua carriera  (e sono sessant’anni!) possiamo dire che sono stati piuttosto brevi. L’ultimo periodo di Dylan ormai copre venticinque anni, e comincia con "Time Out of Mind" del 1997, una delle sue opere migliori. Lì inizia il suo “terzo stile”, quello dell’artista anziano o che si avvia ad esserlo, non ha più nulla da dimostrare a nessuno e lavora più per l’eternità che per il tempo. Ognuno dei dischi successivi, a parte forse il più casuale "Together through Life "(niente affatto disprezzabile, peraltro) o quello ancora più casuale delle canzoni natalizie, avrebbe potuto essere la sua ultima testimonianza. Invece no, insiste, non se ne va, e a ottant’anni tira fuori "Rough and Rowdy Ways" che è una sorta di “quarto stile”, quello di chi si sveglia la mattina e pensa: “Ma è possibile che io sia ancora vivo?”. E non intendo vivo come persona fisica, perché avere ottant’anni  non è poi così strano, ma vivo come artista, come autore e interprete di canzoni, che è il genere par excellence dei giovani aggressivi. Altri cantanti sono invecchiati gloriosamente, da B.B. King a Charles Aznavour, e lo sforzo si sentiva, perché in questa forma d’arte non hai a che fare solo con la scrittura, ma anche con la voce, l’arrangiamento, tutti gli altri parametri che fanno una canzone. E comunque è giusto che si senta, quello sforzo fa parte della canzone stessa.

La vendita del diritti e della catalogo secondo voi influirà sicuramente sulla sua eredità economica. Avrà un impatto anche sulla sua “legacy” culturale e su come verrà percepita?
Bertoncelli:
Non credo che avrà effetti di nessun genere – a meno che gli editori non si scatenino a marchiare troppe patatine o junk food con i classici sacri alla mia generazione
Carrera: La sua eredità economica è un problema che riguarda lui, la sua famiglia, e le persone che lavorano per lui.

La vendita del catalogo (decisione non del solo Dylan; molti nomi illustri hanno seguito il suo esempio) è giustificata dal fatto che con lo streaming i musicisti guadagnano molto, ma molto meno che in passato. Chi ha dei ricavi sono gli editori e i gestori delle piattaforme, non gli artisti. È anche un modo sicuro, direi, per evitare liti in famiglia al momento della divisione dell’eredità. Certo, l’artista perde il controllo sulla sua opera, ma coloro che possiedono interamente i diritti sulla loro opera non sono mai stati la maggioranza. Basta pensare al giorno in cui Paul McCartney scoprì che non aveva più la sua quota delle canzoni dei Beatles, le aveva comprate Michael Jackson, e faticò non poco a ricomprarle. Possiamo aspettarci che la Universal decida in futuro di acconsentire all’uso pubblicitario di canzoni di Dylan che non vorremmo vedere associate a nessun prodotto, ma questo a volte è già accaduto, e con l’avallo dello stesso Dylan. Ci sono regole nel marketing: un prodotto artistico “di qualità” non può essere associato a un qualunque bene di consumo. Non credo che la Universal darà mai il permesso di usare Dylan per vendere prodotti alimentari (tranne il whisky, suppongo…), e se lo facesse ci sarebbe una reazione negativa. Non credo, in conclusione, che la vendita del catalogo avrà un impatto sulla ricezione culturale di Dylan. Le quotazioni di Andy Warhol non hanno un peso immediato sul discorso critico intorno alla sua opera. Certo, analizzare i rapporti tra l’arte e il mercato è necessario, ma non toglie né aggiunge validità al prodotto artistico.
 
Un libro su Dylan da leggere, a parte i vostri?
Bertoncelli: Anni fa ho prefato un libro di Odoya che traduceva il “tutto Dylan” di Greil Marcus. Gran bel lavoro, da parte di uno dei migliori conoscitori del nostro Bob, con altre belle frecce al suo arco (“La repubblica invisibile”, “Quella strana vecchai America” - ma c'è solo l'imbarazzo della scelta). 
Carrera: Sicuramente due libri di Greil Marcus, Bob Dylan. Scritti 1968-2010 (Odoya 2011) e Quella strana vecchia America (Arcana 2002) che non so se sia ancora disponibile, ma è un testo che ha fatto fare un salto in avanti agli studi dylaniani, facendoli diventare un capitolo essenziale dei più vasti “American Studies”. Senza l’esempio di Marcus, del suo stile che azzera le gerarchie, e della sua capacità di collegare prodotti culturali tra i più disparati, mi sarebbe stato molto più difficile scrivere il mio libro.

Ragionando da fan e studiosi contemporaneamente: il capolavoro dei capolavori di Dylan, secondo voi?
Bertoncelli: Non dimentico, né mai lo farò, l'emozione del primo LP di Dylan comperato con sudore e fatica, che mi ripagò celestialmente: “Bringing It All Back Home”. Nella mia scelta si mescolano storia, ragionamento, affetto, nostalgia e per forza tutto il resto si pone a debita distanza.
(ma perché un disco solo... “Highway 61 Revisited”, “Blood On The Tracks”, due altri capolavorissimi).
Carrera: A mio modestissimo parere, gli album imperdibili di Dylan (so di lasciare fuori molto di buono e di eccezionale) sono nove: "The Freewheelin’ Bob Dylan", "The Times They Are A-Changin’", "Bringing It All Back Home", "Highway 61 Revisited", "Blonde on Blonde", "Blood on the Tracks", "Time Out of Mind", “Love and Theft” e "Tempest" (mi sono limtato a quelli in studio). Ma se dovessi sceglierne solo uno e niente più che uno, dovrebbe essere "Highway 61 Revisited", perché lì ci sono "Like a Rolling Stone" e "Desolation Row", le altre canzoni dell’album si situano tra questi estremi e toccano l’intera tastiera dylaniana.

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