15/04/66: "Aftermath". Gli Stones passano dall'hype alla storia

E’ una pietra miliare del rock per qualità, originalità, significato e spirito dei tempi.
15/04/66: "Aftermath". Gli Stones passano dall'hype alla storia

1966: magia

L’hype della British invasion era alle spalle.

L’ingestione, l’esecuzione e la reinterpretazione dell’eredità del rock and roll dei 50’s, del blues di Chicago e dell’r’n’b dei 60’ erano state completate. E, nel 1966, la scena pop angloamericana era evidentemente pronta per imboccare la strada che l’avrebbe collocata nella storia. Era pronta a evolvere con Bob Dylan (“Blonde on blonde”), con i Beatles (“Revolver”), con i Beach Boys (“Pet sounds”).

E soprattutto con i Rolling Stones. Cronologicamente fu infatti il loro “Aftermath”, uscendo prima degli altri, ad alzare l’asticella per tutti.

Il loro quarto album britannico (e il sesto americano) era a quel punto il loro migliore mai pubblicato, per distacco. E, pur superato in status e notorietà da altri quattro o cinque dischi che negli anni avrebbero visto il gruppo trascendere la storia per fare ingresso nella leggenda, ciò che conta è che, a 55 anni dalla sua pubblicazione, il tempo gli ha reso ulteriore giustizia.

E’ una pietra miliare per qualità, originalità, significato e spirito dei tempi.

Versione UK e versione US

L’album pubblicato prima nel Regno Unito uscì editato oltre oceano su precisa richiesta della London Records, che sfoderava tutti i timori pruriginosi della corporate AmericaLa proposta di un titolo ad hoc venne innanzitutto respinta senza appello: “Could you walk on the water?” avrebbe potuto essere boicottato per blasfemia…

I brani, poi: dovettero essere solo 11, altrimenti l’album sarebbe stato troppo lungo (di fatto, il disconoscimento di una delle limitazioni stilistiche del pop dell’epoca che erano state abbattute da “Aftermath”).

La copertina, inoltre: quella disegnata dal manager Andrew Loog Oldham con la foto del celebre Guy Webster fu sostituita da un artwork con al centro uno scatto di David Bailey, tres a la page per il suo gusto vicino alla psichedelia – qualcosa che avrebbe giovato alle vendite.

Infine, l’unica mossa apprezzabile al 100%: l’aggiunta di “Paint it, black”, che schizzò al numero uno in classifica trainando in America l’intero album.

Uno spartiacque

Quando il 15 aprile l’album uscì dopo che era stato registrato in più riprese interamente negli RCA Studios di Hollywood (per la prima volta gli Stones producono un disco interamente made in the U.S.A.), erano trascorsi solo 7 mesi dalla pubblicazione del precedente “Out of our heads”. Eppure sarebbe potuto sembrare che fossero passati degli anni, perchè la band aveva spiccato il primo dei salti quantici di un’inossidabile carriera. “Aftermath”, infatti, consacrava i Rolling Stones nel loro adorato slot di bad boys del rock non più per effetto delle pubbliche relazioni di Andrew Loog Oldham ma essenzialmente per la loro grande musica. Che, a quel punto, aveva scalato la marcia per tre ragioni.

La prima, gli autori delle composizioni: Jagger-Richards firmavano l’intero album, un inedito assoluto dopo due dischi di cover e un terzo in cui avevano testato la loro scrittura in solo un paio di brani.

La seconda, il contenuto dei testi: turpi, cinici, cattivi, sessisti, politicamente scorretti, oggi inaccettabili. Scritti con quel sadico gusto, con quella nonchalance e quel distacco ostentato che non faceva che peggiorare la frustrazione dei critici: il distacco di chi, all’obiezione su quanto siano inappropriate le lyrics di una “Stupid girl” o di una “Under my thumb”, ti risponde che quelli sono solo personaggi delle canzoni, e non loro.  

La terza, la musica: con il blues della Chess e l’intero r’n’b finalmente cementati nelle loro fondamenta e non più in primo piano all’orizzonte – non più, insomma, l’obiettivo che rischiava di soffocare in culla l’originalità e il talento della band - gli Stones finalmente si liberarono dalle catene nelle quali si erano avvolti da soli, e cominciarono ad espandere i loro brani in parecchie nuove direzioni.

 

La musica secondo Brian

Alle radici di diverse di queste nuove direzioni, dal punto di vista stilistico e sonoro, non c’erano però i Glimmer Twins bensì Brian Jones, all’apice della sua rilevanza all’interno del gruppo oppure, visto al contrario, giusto alla vigilia della sua marginalizzazione e del suo successivo tragico declino che sarebbe iniziato immediatamente dopo questo album.

In “Aftermath” la sua è una figura torreggiante: il talento di poli-strumentista, già notevole, decolla nel momento in cui lo mette al servizio della sua cultura e delle sue influenze. Nel disco entrano dulcimer (“Lady Jane”), sitar (“Paint it, black”), koto, marimba (“Under my thumb”), slide guitar (“DonCha Bother Me”). Pescando a piene mani là dove Jagger e Richards nemmeno si azzardavano a guardare, Jones aggiunge ai pezzi preziosi tocchi di psichedelia e folk, pennella eccellenti contro-melodie e mette di fatto la firma sull’atmosfera di “Aftermath” pur senza nemmeno un credito sulle sue canzoni.

E dire che per anni era stato proprio lui, vero co-fondatore della band, il purista blues per antonomasia…

I brani chiave

“Aftermath”, dal punto di vista lirico, segna quell’istante in cui il ghigno satanico di Jagger e Richards che diventa l’impronta digitale per l’intera vita degli Stones compare per la prima volta. Sul piano compositivo, ecco un disco che dura 53 minuti e che vede il gruppo accettare nuove sfide con la consapevolezza di poterle vincere dopo essersi finalmente stabilizzato. Sul piano stilistico, simboleggia il momento in cui i Rolling Stones capiscono che la longevità e la qualità della loro carriera saranno diretta conseguenza dei rischi che sapranno correre. Più in dettaglio:

“Mother’s little helper”: atmosfera vagamente beatlesiana ma musica con più ottani per quella che, all’epoca, risuonò come una delle più provocanti canzoni mai pubblicate: l’ode alla dipendenza da droghe viene consegnata sul suono di una slide passata su una dodici corde elettrica. Un’apertura folkeggiante eppure esplosiva. Top.

“Stupid girl”: il sesto Stone, l’immenso Ian Stewart, fissa il tono sonoro del pezzo con il suo organo e, all’interno di un’atmosfera parecchio surf, parte la bordata sulle groupies che precluderà per sempre l’amicizia tra la band e il femminismo (“look at that stupid girl, the way she powders her nose, she’s the worst thing in this world”).

“Lady Jane”: un dulcimer per una gemma purissima. Ha solo una pecca: manca il nome di Brian Jones tra i crediti del pezzo.

“Under my thumb”: forse il classico tra i classici dell’album insieme a “Paint it, black”. Bill Wyman sfoggia un grande fuzz bass, Keith Richards si sdoppia tra l’acustica e l’elettrica, Brian Jones basa il riff del brano sulla marimba, e Jagger ridicolizza il colore rosa devastando una ex (“under my thumb, a squirming dog who just had her day”). Sarà forse anche quella vaga eco Motown a trascinarla al numero uno in UK…?

“Goin’ home”: undici minuti di canzone nel 1966? Una mossa fuori dagli schemi: un’ode al blues che, invece di terminare dopo 150 secondi, lancia la prima jam su solchi per gli Stones.

“Flight 505”: il rock di marca Stones, quello degli anni d’oro a venire, quello della potenza grezza e pura, nasce anche da qui.

“Paint it, black”: George Harrison ha insegnato una cosina o due sul sitar a Brian Jones, che caratterizza così un altro classico di “Aftermath” guardando in direzione dell’India, seguito da Charlie Watts che imprime alla sua batteria un ritmo mediorientale. La sezione ritmica è qui al massimo della sua anomalia, considerando che Bill Wyman suona un organo Hammond B3 e ne colpisce i bassi con i pugni. Anche così nasce una canzone unica, un pezzo adulto (in cui Jagger tocca il tema della depressione) che poteva essere hard rock ma, alla fine, suona quasi gotico. Per maturità, l’apice dell’album.

 

Tracklist:

Lato A:

“Mother’s little helper”

“Stupid girl”

“Lady Jane”

“Under my thumb”

“Doncha bother me”

“Goin’ home”

Lato B:

“Flight 505”

“High and dry”

“Out of time”

“It’s not easy”

“I am waiting”

“Take it or leave it”

“Think”

“What to do”

* (solo versione U.S.A.): “Paint it, black”

 


 

 

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