“What’s going on”, il disco con cui Marvin Gaye rompe lo stampino della Motown

Un concept album inatteso e all’epoca inconcepibile per l’etichetta di Berry Gordy cambiò le regole del gioco per l’intero genere soul. Perché, essendo un capolavoro, semplicemente poteva farlo…
“What’s going on”, il disco con cui Marvin Gaye rompe lo stampino della Motown

Marvin Gaye aveva arricchito di un tratto di eleganza personale al marchio di fabbrica della Motown, che era altrimenti una fabbrica di successi realizzati con un approccio industriale: formule, melodie, stile, una house band e, ovviamente, il padre-padrone Berry Gordy ne erano parte integrante.

“What’s going on” sconvolse l’equilibrio perfetto della Motown ancora prima di uscire: quando venne poi pubblicato, era il 1971, l’ostinazione di Marvin Gaye prevalse sull’opposizione del boss dell’etichetta e nacque un classico del soul con una marcia diversa: un disco alto, dove la love song veniva per la prima volta rimpiazzata dalla protest song.

 

Al centro di una carriera stellare

Marvin Gaye, un ladies man come il mondo del pop non ne aveva conosciuti molti, aveva già messo la firma su molti successi, e avrebbe continuato a farlo tra alterne vicende. Ma, se la sua carriera si potesse dividere in tre parti, a simboleggiarla sarebbero tre brani.

Il primo: “I heard it through the grapevine”,  un pezzo praticamente inevitabile per quanto è orecchiabile; fonte di innumerevoli cover anche in ambito rock, tra le quali spicca quella dei Creedence, vede Marvin Gaye indossare impeccabilmente i panni del soul singer tipico dei primi anni Sessanta. In quel momento Marvin è più vicino a Sam Cooke che ad altri, sta precedendo la grandezza assoluta e troppo breve di un gigante come Otis Redding, ma è già un interprete di livello siderale, con quella voce inarrivabile che Rod Stewart ucciderebbe per avere.

Il terzo: “Sexual healing”, la canzone che si mette gli anni ’70 alle spalle, che prende le distanze dalla blackploitation e dal funk che avevano colonizzato il soul degli anni più recenti e che regala al genere una patina lucida e attraente. Di nuovo, siamo di fronte a un classico – se il classico fosse una vendemmia, questo sarebbe tardivo. Arrangiamenti paraculi, testosterone in audio, un crooner e un sex symbol arrotolati nello stesso involtino, lo smoking sartoriale come una seconda pelle. Anche, purtroppo, il pezzo dell’epilogo: mancava poco, infatti, a quei fatali colpi di pistola che sarebbero stati esplosi contro Marvin da suo padre.

In mezzo ai due estremi artistici si staglia il secondo dei tre pezzi, probabilmente la vetta: “What’s going on”, un concentrato di impegno, qualità, militanza, cambio delle regole – e grande, grandissima musica. Perché intorno a un singolo viene eretto un album eccellente che comincia e termina con la title track per lanciare il primo “song cycle” della storia del pop, un modo particolarmente adatto per chiudere un cerchio narrativo il cui contesto unisce due punti tra loro distanti nella geografia e nel tempo: Watts, a Los Angeles, con il Vietnam.

 

Concept album

L’io narrante è un reduce della Sporca Guerra, ancora in pieno svolgimento a migliaia di miglia dagli Stati Uniti.

L’ispiratore del narratore è il fratello dell’artista, Frankie, effettivamente in patria rientrato dopo avere servito nel conflitto: oggi è un uomo dilaniato dalla guerra.

E la motivazione arriva da molto lontano: da quella violenza razzista dispiegatasi nel 1965 nella megalopoli della California che, da anni, ha lasciato una cicatrice ed un tarlo nella coscienza di Marvin Gaye, imbarazzato dal suo ruolo di soul singer leggero mentre la civiltà intorno a lui e la sua comunità di riferimento vanno a fuoco. In “What’s going on” l’amore vestirà i panni della pace, mentre la vera guerra è quella che si consumerà tra Berry Gordy, capo della Motown, ed il suo artista di riferimento. Al quale già in passato – rispondendo alla sua proposta di incidere un disco impegnato – aveva risposto “Marvin, cerca di non esagerare…”.

Perché la Motown è una vera fabbrica di canzoni, o meglio di successi – anche lo studio di Detroit si chiama Hitsville, sito al 2648 di West Grand Boulevard. Al punto che dispone di una commissione interna deputata al Controllo Qualità. Una piccola divisione che esiste appositamente per misurare l’aderenza dei brani proposti per la registrazione agli standard della label, che sono rigidi e precisi.

“What’s going on”, a proposito, non passa l’esame.

 

Dal Bloody Thursday al brano della svolta

Ma è troppo tardi, ormai: Marvin Gaye ha già superato la quasi totalità del percorso a ostacoli frappostogli dal suo boss, ed iniziato inconsapevolmente dall’amico Renaldo “Obie” Benson circa un anno prima, quel maledetto Bloody Thursday

Renaldo fa parte dei Four Tops, probabilmente l’archetipo e il modello per antonomasia del gruppo vocale made in Motown: melodie, strofe, ritornelli e arrangiamenti di serie, per una serie di canzoni d’alta classifica. I cui testi sono inevitabilmente melensi, vacui, romantici: cibo per la distrazione di massa, abbastanza generici da contribuire – è il sogno, l’obiettivo di Gordy: centrato in pieno – a portare il soul nelle case dei bianchi.

Però succede che Renaldo e la sua band, a bordo del proprio tour bus, nel maggio 1969 passano da Berkeley. Nella culla radicale del movimento contro la guerra, una manifestazione di protesta viene soffocata nel sangue a People’s Park. La polizia brutalizza i manifestanti, soffocando nel sangue la loro richiesta di pace. Renaldo si chiede: “Ma che succede? What’s going on?”. La domanda resta, l’impressione rimane vivida, lo sconforto è forte. Così forte che, una volta tornato alla base – Detroit – fa in modo che un autore della scuderia, Al Cleveland, ci confezioni intorno un brano.

Che Renaldo porta entusiasta al resto dei Four Tops.

Che lo rifiutano: le canzoni di protesta non fanno per loro.

Ironicamente, bastano il tema di sottofondo, l’ispirazione di base, per fare bollare il pezzo come “di protesta”. Ma non lo è ancora, perché è ancora un brano made in Motown.

Marvin Gaye cerca inizialmente di resistere alla proposta di farlo suo, ma a un certo punto nel suo cuore e nel suo cervello deve scattare un collegamento tra i ricordi e le remore che lo tormentano da anni e quel moto di coscienza che ha colpito il suo amico e collega; deve scattare un collegamento tra Watts e Berkeley.

Ed è così che, incassato l’assenso di Benson a concedergli dei crediti sul brano, ci mette materialmente mano, accompagnandolo fuori da Hitsville e dritto nella leggenda, passando per la via stretta del concept album.

 

Marvin, Stevie e Barry

Il 20 gennaio 1971 il singolo “What’s going on”, in poche parole, esce e spacca. E ammorbidisce il recalcitrante Gordy, che – di fronte alla minaccia di Gaye di non incidere più niente se gli fosse stato vietato di confezionare il suo LP di rottura – subisce e si rode il fegato. Il vecchio Berry (suo cognato, tra l’altro) non lo sa ancora, ma tanta contrarietà da parte sua è totalmente fuori luogo, come certificheranno di lì a quattro mesi il successo, l’immagine, la celebrità e lo status dell’album e dell’artista top della sua scuderia.

Ma il patron va un po’ capito, è sotto assedio: infatti l’altro talento assoluto della Motown, il grande Stevie Wonder, si è anch’egli scatenato dai vincoli artistici della label e, con la complicità della moglie Syreeta, ha preparato “Where I’m coming from”, tanto per porre tra lui e l’immagine associatagli da hits come “Signed, sealed, delivered” alcune centinaia di anni luce.

(la ritrosia di Gordy, in questa circostanza, non si rivelerà invece fuori luogo: in aprile, all’uscita, l’album di Wonder si materializzerà ancora come un’opera incompleta e un po’ sconclusionata – nulla a che fare, insomma, con il futuro “Innervisions” del 1973).

A marzo Marvin Gaye entra in studio e “What’s going on” esce a maggio. Sarà uno dei più grandi album soul di ogni tempo, il migliore in assoluto per la Motown e concluderà per l’etichetta l’epoca della tirannia dei singoli commerciali che l’avevano condotta decine di volte in vetta alle classifiche prima R’n’B e poi pop.

 

Un sottofondo magico per un manifesto generazionale

E, distanziandosi dai singoli e dalle loro logiche, all’improvviso l’artista smette di utilizzare la sua musica per allietare i suoi ascoltatori, e passa ad informarli. Informarli su cosa sta accadendo. Se il soldato rientrato dalla jungla ne trova una peggiore a casa sua è perché questa è l’America che si prepara ad attraversare gli anni Settanta: disagio sociale, droga a fiumi, città e bambini abbandonati a sé stessi, una violenza peggiore di quella sprigionata intorno a Hanoi.

Alla domanda di quel soldato spiazzato, perplesso e disperato, Marvi Gaye sottrae il punto interrogativo e, su un vassoio inedito, quel flusso sonoro continuo che rende ogni pezzo coerente con il precedente e il successivo, con la classe della sua voce, serve un pasto indigesto, ma lo serve su piccoli capolavori.

Produce (sì, produce: e scrive, altri due fattori inediti all’epoca) un album in cui le linee di basso poderose fatto a pugni con un’atmosfera languida e jazzata, con un enorme aiuto da parte dei Funk Brothers, evidentemente increduli di fronte a tanta libertà all’interno della fabbrica dei successi. Con congas e cori in sottofondo, il tono soffice dell’album è costantemente contrastato da una base musicale robusta arricchita da sottolineature e tocchi stilistici fondamentali, come i fiati in apertura della title track (e dell’intero album): qualcosa che dà il la all’atmosfera e, magicamente, la fissa per il resto del disco.

Marvin Gaye non sarebbe il mito incandescente che è se non avesse riempito i solchi con almeno altre due perle preziosissime.

La prima arriva dopo “What’s Happening Brother”, che aveva appena completato la title track con la figura del reduce spaesato a casa propria (“Say man, I just don’t understand/What’s going on across this land”). “Mercy, mercy me”  sdogana con disarmante semplicità la questione dell’ecologia, uno dei tanti temi che si intrecciano in un manifesto e in una dichiarazione d’intenti unitaria e coesa.

La seconda, “Inner city blues”, ti fa venire voglia di urlare (“Make Me Wanna Holler”) e chiude l’album condannando il degrado urbano su un lavorio di voci multi-traccia d’alta classe, prima di sfumare nella reprise di “What’s Going On”, che aveva aperto la master-class del maestro Gaye. Rabbia, speranza, preveggenza, protesta, ambiente, politica in un racconto epocale lungo qualche decina di minuti. E, insieme, umiltà ed uno stile immenso nell’innovazione.

Non male per chi si credeva che potesse fare solo canzonette. (Oggi il 20 gennaio è festo statale nel Michigan...)

Tracklist:
Side one
1. What's Going On
2. What's Happening Brother
3. Flyin' High (In The Friendly Sky)
4. Save The Children
5. God Is Love
6. Mercy Mercy Me (The Ecology)

Side two
7. Right On
8. Wholy Holy
9. Inner City Blues (Make Me Wanna Holler)

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2021 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.