Francesco Guccini, la storia di "Auschwitz"

Usciva 54 anni fa "Folk Beat N.1", l'album di debutto del cantautore: lo ripercorriamo canzone per canzone
Francesco Guccini, la storia di "Auschwitz"

"Ascolti me, cambi mestiere. Oppure, se proprio vuole ostinarsi a cantare, cambi genere perché mi mette addosso una tristezza che mi viene voglia di suicidarmi". Così Guccini ricorda le parole del capotecnico in sala registrazione, alla fine dell'esecuzione di "Auschwitz (La canzone del bambino nel vento)".


La shoah entra nella musica leggera, forse senza nessun diritto, anche se molti giovani di quegli anni spalancano gli occhi sugli orrori dell’Olocausto più per la canzone di Guccini che per le letture, atroci e obbligate dai programmi scolastici, come Primo Levi e Anna Frank, o quelle ispiratrici del brano, "Il flagello della svastica" di Edward Russell (1955) e "Tu passerai per il camino" di Vincenzo Pappalettera (1965). Il ritmo dolente sostenuto solo dalla chitarra acustica e dall’armonica a bocca costruisce il lamento postumo di un bimbo finito in un forno crematorio.

Il debito a Bob Dylan, lo Zimmermann di origine ebraica di "Blowin’ in the Wind", è ancora più nitido: “Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello” sta a “how many deaths will it takes till he knows”, come “ancora tuona il cannone, ancora non è contento” sta a “how many times must a cannonballs fly before they’re forever banned”. E anche il titolo aggiunto fra parentesi – "La canzone del bambino nel vento" – ne è un trasparente richiamo. Non il migliore testo di Guccini, così come uno dei più retorici di Dylan, per una canzone che pure attraverserà i decenni.

Guccini scrive "Auschwitz" nel 1964 e la affida all’Equipe 84 che “coraggiosamente”, come ammette Francesco, la trascina sul podio della hit parade nel 45 giri con "Bang Bang" (la hit di Sonny Bono, forse tradotta anche questa da Guccini senza dirlo a nessuno) e nel 33 giri "Io ho in mente te" con la voce di Maurizio Vandelli alternata a quella di Victor Sogliani. Guccini non può ancora comparire come autore e i credit vanno a Lunero (il musicista Iller Pattacini) e Vandelli.

Alcuni dei successi dell’Equipe sono creati da Guccini ma il gruppo si trattiene meriti e compensi fino a quando, anni dopo, Francesco si ritrova iscritto alla Siae grazie all’intraprendenza del compagno di cabaret Guido De Maria, con il quale nel 1965 insieme al fumettista Bonvi inventa il popolare "Carosello" di Salomone, il pirata pacioccone dall’inflessione piemontese:
“Ma cosa vuoi torturare tu? Porta pasiensa”.

"Non mi interessava firmare 'Auschwitz'" rammenta Guccini, "mi fidavo di Vandelli e dell’Equipe e feci malissimo. Decisi di fare causa. Che ho vinto". Il chitarrista Franco Ceccarelli (che inciderà il brano anche in proprio) arriva a dichiarare in un’intervista Rai dell’epoca: "Le parole le facciamo noi, le incidiamo e le mettiamo nella nostra discoteca privata. Ci ispiriamo a tante cose, se troviamo un argomento che può sembrare interessante poi si sviluppa tutti insieme; in 'Auschwitz' per esempio abbiam parlato di un bambino morto".

Quando Guccini rivede l’intervista, mezzo secolo dopo durante un programma Rai di Marco Marra, sorride bonario e commenta: "La canzone di un bambino morto! C’è una storia dietro quel bambino morto… Sono frasi di un ragazzo d’allora che non aveva retroterra culturale, era la Modena degli anni Cinquanta, quindi poca roba. Ho fatto bene a continuare a studiare".

La paternità di "Auschwitz" viene decretata ufficialmente durante "Diamoci del tu", il programma Rai di Romolo Siena del 1967 condotto da Caterina Caselli che lo presenta a un pubblico di giovanissimi: "Probabilmente non lo conoscete, ma conoscete le sue canzoni. È un ragazzo molto modesto e anche timido. Fa l’ultimo anno di Università di Lettere, canta con gli amici, nei folkstudio, nelle cantine, per strada…". Lui, un colosso in mezzo a quei ragazzini, afferra la chitarra e attacca: “Son morto…”. A ogni strofa viene interrotto da urla di giubilo come fosse una rockstar. La carriera di Guccini di fatto comincia qui. "Ero terrorizzato. Mi vergogno ancora adesso, che brutta voce, ero fragile, troppo giovane".

Cinquant’anni dopo, Francesco per la prima volta va nel campo di sterminio Auschwitz, in compagnia del Vescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi e di una scuola media dell’Appennino bolognese. Ne uscirà un lungo commovente documentario di Francesco Conversano e Nene Grignaffini trasmesso da RaiStoria, dal titolo "Son morto che ero bambino". Guccini recita il passo di Primo Levi: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario perché ciò che è accaduto può ritornare”. Con la conclusione desolante: "Purtroppo questa canzone dobbiamo ancora cantarla". Un’esperienza dolorosa, in tutti i sensi, per Guccini che non chiude occhio per tutto il viaggio nonostante i sonniferi, cade scendendo dal treno e si rompe l’omero: "Soffro io, immagino quello che hanno dovuto patire i deportati!".

Segue una valanga di cover lunga oltre mezzo secolo, compresa la versione al femminile di Alice: “Son morta che ero bambina…”. Fino alle "Note di viaggio" del 2019 con la versione new age di Elisa sugli arrangiamenti di Mauro Pagani.

Federico Pistone


 

Questo testo è tratto da "TuttoGuccini" di Federico Pistone, pubblicato da Arcana, per gentile concessione dell'autore e dell'editore. (C) 2020 Lit edizioni s.a.s. 

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