Marco Pancaldi, dai Bluvertigo a 'Beyond Jupiter': l'intervista

L'ex chitarrista della band di Morgan, collaboratore di Battiato e molti altri racconta il suo primo disco solista. E del lavoro da turnisti in Italia dice: 'Qui li si sceglie per allineare i propri tratti distintivi, anziché esaltarli. Bowie, invece...'
Marco Pancaldi, dai Bluvertigo a 'Beyond Jupiter': l'intervista
Credits: Roberta Sotgiu

La gran parte degli appassionati l'ha conosciuto come il chitarrista della formazione originale dei Bluvertigo, quella che nel '94 presentò sul palco di Sanremo Giovani il proprio primo singolo, “Iodio”, al quale seguì il debutto sulla lunga distanza “Acidi e basi”, disco che lanciò la band capitanata da Morgan sul panorama nazionale: dopo aver lasciato il gruppo nel '96, venendo sostituito da Livio Magnini, Marco Pancaldi ha collaborato sia in studio che dal vivo con artisti di indiscutibile livello come Franco Battiato, Mauro Pagani, Nada e Alice, ma ha saputo impiegare il suo viscerale amore per la chitarra anche come consulente della Noah Guitars, lavoratorio di liuteria milanese per il quale il musicista monzese ha curato la progettazione della linea di strumenti NUNoah e la lap-steel in alluminio realizzata espressamente per la star americana Ben Harper. Dopo oltre tre decenni passati a operare in ambito mainstream, Pancaldi ha debuttato da solista a fine 2020 con il suo primo album “in proprio”, “Beyond Jupiter”, lavoro “in bilico tra prog, concept album e ambient” alla realizzazione del quale ha contribuito anche Giuseppe Ielasi, nome di punta della scena sperimentale italiana sul panorama internazionale. Il disco è stato reso disponibile su Bandcamp, in modo del tutto indipendente, perché “meglio lasciare tranquilli i pochi discografici rimasti, che fuori dai talent sono ormai una specie a rischio...”.

 

Artisticamente parlando, quale strada ti ha condotto a Beyond Jupiter”?

L’album è nato come una sorta di esperimento, un ponte tra Yoga, meditazione e suono. Da musicista sono sempre stato affascinato da loop e soundscapes: la mia passione per Robert Fripp e Brian Eno mi ha portato a “Beyond Jupiter” come punto di arrivo naturale. Tutto è iniziato con una take di un’ora e mezza di improvvisazione di chitarra, registrata completamente dal vivo: una sola traccia stereo, filtrata attraverso vari pedali ed effetti e il Pancaltulator, che è un sistema di generazione di loop e riverberi da me congegnato.

 

A livello embrionale, quindi, il lavoro non è nato come album convenzionale?

Quando la scorsa primavera, durante il lockdown, ho risentito la registrazione, l’ho trovata un lavoro molto “verticale”, una sorta di discesa nelle mie passioni più antiche per il looping - ho iniziato da ragazzino, con i classici due registratori a bobine - e l’approccio “circolare” alla composizione e improvvisazione. Solo allora ho pensato di pubblicarla.

 

Un processo spontaneo, quindi...

Potrei dire che “Beyond Jupiter” si sia quasi creato da solo. Lavorare con la musica in questo modo è come fare meditazione: a volte si resta lì per minuti ad inseguire un suono senza che accada nulla di interessante, ma se si ha pazienza, arriva il momento esatto in cui spiegare le vele e farsi portare dal vento della musica.

 

Quanto, e in che modo, il tuo bagaglio da musicista si è rivelato centrale in questa prima fase creativa?

In questo tipo di applicazione non è solo questione di bravura, quanto di concentrazione: la parte razionale lavora in interregno con quella istintiva, quella che ti porta alla scoperta dell’imprevisto. Sono i due “cervelli”, destro e sinistro, che lavorano in parallelo, ed è anche un processo faticoso, soprattutto in un contesto dove non puoi contare sullo scambio di suggestioni con altri musicisti: quando cominci a perdere focus e vitalità, è il momento di concludere.

 

Alla realizzazione di “Beyond Jupiter”, in qualità di addetto al mastering e “strategic consultant”, ha collaborato Giuseppe Ielasi, tua vecchia conoscenza e nome di spicco della scena sperimentale italiana sul panorama internazionale...

Quando è arrivato il momento in cui ho sentito di trasformare questa registrazione in un album, di formalizzarla, avevo bisogno di un confronto. Ed è a questo punto che è entrato in gioco Giuseppe Ielasi. Prima di lavorare sul processo tecnico del mastering, abbiamo ascoltato insieme la registrazione molte volte, per individuare gli elementi tematici che potessero dare alle singole tracce un senso compiuto. La sfida è stata quella di isolare le diverse atmosfere rispettando comunque il senso della continuità: abbiamo tagliato le parti interlocutorie, ridondanti, arrivando a sessantacinque minuti di musica divisa in sette tracce.

 

Che metodo avete scelto per organizzare il materiale grezzo?

Ci siamo attenuti a poche, precise regole: innanzitutto, non aggiungere o correggere nulla in fase di editing. Mantenere inoltre l’ordine di esecuzione, la continuità del “viaggio”. In questa fase il contributo di Giuseppe si è rivelato critico, profondo, molto sensibile e appassionato. Compiere queste scelte da solo sarebbe stato per me molto più difficile.

 

In che senso si può pensare a “Beyond Jupiter” come a un concept album?

Il titolo “Beyond Jupiter” è un riferimento diretto alla fantascienza e alla parte finale di “2001: Odissea nello spazio” di Kubrick, quella musicata dalla suite di Ligeti. I brani che aprono e chiudono l’album evocano una colonna sonora, di cui si è ritrovata una frammentaria trascrizione, risuonata tra di mille anni lontano dalla Terra, in un viaggio ai confini del sistema solare. Le tracce centrali sono invece un’immersione in spazi interiori. Nell’album ci sono tutte le mie ispirazioni, dal cinema alla letteratura, e ovviamente le influenze musicali: riascoltando, sento i Pink Floyd, addirittura i Dire Straits, anche se “rallentati” - a tratti il suono mi ricorda certe sequenze di “Matrix”, quando lo sguardo della macchina da presa gira intorno al tempo che si è fermato.

 

Beyond Jupiter” è uscito solo in formato digitale, sul Web: è una scelta deliberata? Se sì, sottesa a quali ragioni?

Mi sono chiesto se cercare un’etichetta per pubblicarlo, ma catapultare addosso a un A&R manager questo disco in bilico tra prog, concept album e ambient mi sembrava fuori tempo: meglio lasciare tranquilli i pochi discografici rimasti, che fuori dai talent sono una specie a rischio. Invece ho scoperto Bandcamp e l’ho trovato una piattaforma molto interessante, perché non impostata come un negozio e decisamente diversa dal calderone di Spotify, servizio che non mi piace proprio per la filosofia della fruizione, e tantomeno dopo le dichiarazioni del suo capo/padrone di qualche tempo fa.

 

Hai pensato a dare a questo lavoro una sorta di incarnazione che non sia solo discografica? Per esempio, uno show dal vivo, quando si potrà...

Anche prima di concepire “Beyond Jupiter” ho suonato dal vivo, in anni recenti, con un progetto di improvvisazione sonora totale, che si chiama d-saFE: facciamo più o meno le stesse cose, con la chitarra, la voce e occasionalmente uno o più ospiti. Nelle nostre performance come d-saFE non suoniamo mai nulla di già provato, perché non proviamo proprio. E' invece il pubblico, quando viene a sentirci, a fare prove di ascolto.

 

Nel corso della tua carriera hai collaborato con artisti di altissimo profilo come Franco Battiato, Mauro Pagani, Nada, Alice e altri: come procede la tua attività da session man?

Credo di non essere particolarmente dotato per fare il “turnista”, almeno per come è inteso questo ruolo in Italia. Qui in genere ai turnisti viene richiesto di risolvere dei problemi musicali e non di portare un contributo passionale ed originale, e questo mi riesce difficile: se non ci metto il mio marchio non mi diverto, e nel lavoro di un professionista questa è una caratteristica fuori luogo - sei un corista che vuole fare il cantante solista.

 

Credi sia una questione di omologazione, da parte di produttori, discografici, e più in generale della filiera che sta dietro alla lavorazione di un progetto discografico?

All’inizio degli anni novanta, coi Bluvertigo avevamo difficoltà a trovare il nostro suono, per via dello scetticismo dei fonici che non capivano cosa volessimo fare: in Italia certe cose, certe scelte non si facevano. Completando la mia risposta alla tua domanda precedente: Adrian Belew, uno dei miei chitarristi preferiti, ha lavorato per gente come Frank Zappa, David Bowie e King Crimson, ma veniva chiamato proprio per creare sonorità inusuali: in contesti differenti, per quanto bravissimo e geniale, non avrebbe funzionato. In Italia, quando si sceglie un session man si pensa a un musicista capace di allineare i propri tratti distintivi anziché esaltarli.
E non voglio tralasciare la responsabilità del pubblico: se premia il concetto della tribute band - che è il braccio armato, il gemello sfigato di X-Factor - non promuove certo l’impiego di musicisti creativi nelle band degli artisti italiani più importanti.

 

C’è una tua collaborazione in qualità di turnista che ti ha lasciato qualcosa in più, rispetto alle altre?

L’esperienza più interessante è stata quella con Franco Battiato, non solo dal punto di vista musicale, ma anche da quello umano. È stato appassionante essere coinvolto nella registrazione di “Gommalacca”, nel 1998. Il ricordi più forti sono quelli della frequentazione con Franco e Manlio Sgalambro, parlando spesso di tutt’altro rispetto alla musica. Battiato mi lasciava comunque una libertà totale su cosa suonare: poi sceglieva quello che gli piaceva e tagliava il resto. E mi prendeva in giro in modo amabile, come uno zio.

 

Venticinque anni fa uscivi dai Bluvertigo, con i quali due anni prima eri arrivato sul palco delle selezioni di Sanremo Giovani ‘94. Che ricordi hai di quel periodo?

Coi Bluvertigo stavamo cercando di arrivare a pubblicare un disco, ma la nostra proposta veniva puntualmente rimbalzata, perché non era affatto italiana, quindi indefinibile: nella nostra musica - che allora chiamavamo “blob rock” - confluivano esperienze recenti e alla moda, come il grunge, il funk dei Red Hot Chili Peppers, ma soprattutto tutte le nostre radici più importanti, come Pink Floyd, King Crimson, Depeche Mode, Duran Duran. Era una ricetta musicale che per il mercato italiano sembrava, almeno ai discografici, delirante. A Sanremo Giovani il nostro produttore presentò “Iodio”, mentre eravamo a metà della registrazione del nostro primo disco, “Acidi e basi”. La canzone piacque a Mauro Pagani, che era nella giuria artistica del festival, e così ci trovammo catapultati in una situazione improbabile: andare alle selezioni del festival e avere un disco pubblicato con distribuzione Sony. Il palco di Sanremo Giovani era del tutto fuori luogo per noi, ma ancora oggi qualcuno mi dice, ricordando la nostra esibizione televisiva di allora, di avere avuto l’impressione di trovarsi davanti a un’entità aliena. Trovo che questo sia il miglior complimento che si possa fare, perché pensai esattamente la stessa cosa la prima volta che vidi in TV i Talking Heads.

 

Nel 2014 sei tornato in formazione per la reunion dal vivo del gruppo, che ha avuto - però - una vita piuttosto breve. Credi che al proposito sia lecito aspettarsi novità, in futuro?

Oggi è difficile e lontano parlarne, anche perché, a parte la reunion live, non sono mai rientrato nel gruppo. Ognuno ha i suoi progetti e sono soprattutto i tempi e le differenze caratteriali a renderci poco coesi. Comunque, mettere d’accordo cinque teste non è facile. Nel 2014 ci siamo riusciti, ed è stato piacevole, divertente, e per me un modo di rivivere e portare a compimento una traiettoria che avevo malvolentieri lasciato in sospeso. Per il futuro non mi sento di escludere niente, ma non lo ritengo facile e forse nemmeno probabile.

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