David Bowie, cinque città in cui ha lasciato un segno

Londra, New York, Philadelphia, Berlino... e Monsummano Terme
David Bowie, cinque città in cui ha lasciato un segno

Quattro città sono facili da indicare, per la loro influenza sulla vita e la carriera dell’artista inglese. Tra queste è più che plausibile la presenza di Philadelphia, dove non abitò ma incise due dischi, rispetto a località dove soggiornò più a lungo. L’esempio più agevole è la Svizzera, che fu un luogo che amò molto, ma non lo ispirò in modo diretto. 

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Come quinta opzione, rispetto all’esecrata Los Angeles, in questa lista compare una wild card: la prima località straniera che rimase sorpresa e affascinata dal suo talento. 


Londra

 

La prima città è ovvia.

Bowie la metteva nelle sue canzoni ed esagerava il suo accento e slang londinese con quel modo un po’ ammiccante e quell’identificazione che in Italia sentono forse solo gli artisti romani. Londra modella la sua gamma espressiva, dal canto alla Anthony Newley alla teatralità appresa da Lindsay Kemp, per tacere dell’immaginario degli Spiders From Mars mutuato da "Arancia Meccanica", girato nella sua città. Londra filtra ogni tipo di musica che assorbe nella sua formazione, dal rock al blues, dal jazz alla classica. Quale spazio occupi nella sua passione per la musica è testimoniato da "Pin-Ups", album in cui, appena diventato un fenomeno internazionale, riafferma il suo amore per una città che già gli andava stretta e una scena londinese che aveva già smesso di esistere, quella degli anni Sessanta. Ma proprio perché Londra è un’indicazione ovvia, forse è giusto mettere sulla cartolina un luogo meno scontato. Non la natia Brixton oppure Bromley dove è cresciuto, non Haddon Street dove scattò la foto per "Ziggy Stardust" né il Sombrero Club dove affinò il suo lato “camp”, ma il suo villaggio di giovanile frustrazione e marginalità: Beckenham, pochi km a sud dalla City in cui gli altri avevano successo e lui no. Lì nel 1969 fondò un piccolo laboratorio controculturale nel retro di un pub (il Three Tuns) in cui organizzava reading di poesie, lezioni di mimo, spettacoli di marionette. Lì, proprio nei giorni di Woodstock, allestì un piccolo festival pop cui parteciparono tra gli altri John Peel, The Strawbs e Junior's Eyes, e dal quale nacque la profonda irritazione nei confronti del movimento hippie testimoniata da "Memory Of A Free Festival", ma sempre lì, camminando in un pomeriggio primaverile, gli venne l’ispirazione per "Life On Mars?".


New York

 

Non fu un caso se fin dal suo primo viaggio a New York, nel gennaio 1971, iniziò il suo grande balzo in avanti: all’America immaginaria della musica, dei libri e dei film iniziò a sovrapporre quella delle strade cantata dai Velvet Underground, e la possibilità di unire i fili di varie arti gli sembrò più tangibile dopo l’incontro con Andy Warhol e il suo entourage, malgrado l’epilogo personalmente deludente.

Nei primi anni 70 New York ebbe su Bowie lo stesso effetto che in quello stesso periodo faceva a due suoi punti di riferimento oltre che connazionali, Mick Jagger e John Lennon, compagni di esilio (volontario) nelle main street. Come loro, ne ricavò una mentalità più cosmopolita e un suono più urbano e meno Sixties rispetto a quello del piccolo mondo londinese che ancora continuava a fare perno su "Top Of The Pops" e sulle mode che si avvicendavano frenetiche attorno a Carnaby Street. Per quanto l’America lo sconcertasse (a partire da Los Angeles) New York lo avrebbe stimolato per tutta la vita; la prima canzone dichiaratamente sulla città (e su Iggy Pop) fu "The Jean Genie", ma in fondo era già presente nei testi di "Hunky Dory". L’ultima menzione è nel commiato alla vita di Lazarus: “By the time I got to New York, I was living like a king”. .


Philadelphia


Nella città della Pennsylvania con un’altissima percentuale di popolazione afroamericana, Bowie completò la transizione dal glam-rock al soul della quale "Diamond Dogs" è il cardine ibrido.

Volle registrare il suo primo live al Tower Theater nel luglio 1974 e dal mese successivo iniziò a lavorare a "Young Americans" ai Sigma Sound Studios sulla 12th Street, dove i produttori e discografici Kenny Gamble e Leon Huff avevano dato vita al Philadelphia Sound, anticamera della disco-music anni ’70. Spostandosi leggermente ai margini rispetto a New York, Bowie poteva tra l’altro cogliere alcuni sommovimenti musicali che il frastuono della metropoli non permetteva di considerare. Fu al negozio di dischi all’angolo della 12th Street che Bowie chiese "Greetings From Asbury Park" e "The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle" di Bruce Springsteen, e fu ai Sigma che registrò due pezzi del cantautore del New Jersey: "It's Hard To Be A Saint In The City" e "Growin' Up2. .


Berlino 

 

I tre anni passati nella città tedesca, a quell’epoca un luogo pieno di spettri della Storia (e della civiltà) sono per i devoti di Bowie paragonabili all’Egira di Maometto: un momento fondante del culto.

Ma i pellegrinaggi sono destinati a rimanere parzialmente delusi: a differenza di quanto accade per esempio per i Beatles a Liverpool o per i punk a Londra o New York, il generoso tentativo di organizzare un giro turistico bowieberlinese offre poco. A meno di non includere la visita agli Hansa Studios, che hanno fatto dalla rockstar inglese il loro emblema, come si può vedere anche dalla Köthenerstraße su cui si affacciano. Il quartiere in cui Bowie abitava, Schöneberg, non è un’area dall’atmosfera particolare, e in questi anni la percentuale di immigrati turchi che scrivevano "Yassassin" sui muri non è più sensibilmente superiore a quella di altre parti della città. Il bar Anderes Ufer, proprio sotto l’appartamento condiviso con Iggy Pop al n.155 della Hauptstraße, ospita qualche foto, ma in generale tutta la città continua a riservare alla memoria di Bowie quella stessa discrezione che lui chiedeva negli anni in cui aveva bisogno di rinascere nell’anonimato. .


Monsummano Terme

 

Il primo posto che Bowie conobbe dell’Italia fu Monsummano Terme, in provincia di Pistoia, che fu anche il primissimo posto a premiarlo per qualcosa, grazie all’estemporaneo Festival Internazionale del Disco organizzato dal circolo culturale Giuseppe Giusti.

Dal 31 luglio al 20 agosto 1969, al Teatro Primeo, Daniele Piombi chiamò sul palco cantanti di limitatissima celebrità provenienti da 15 nazioni diverse. Tra loro, la francese Sabrina, l'argentino Ricardo Ceratto, il toscano Franco Valori e la spagnola Maria Del Carmen Arévalo Latorre in arte Cristina, da Barcellona. Fu lei a soffiare la vittoria all'inglese David Bowie, presentatosi con "When I Live My Dream". Un brano dall'album di due anni prima, mai pubblicato come singolo, che il manager Kenneth Pitt riteneva adatto a quella platea. Per suonare i brani c'erano solo tre musicisti, e nessuno sapeva leggere la musica: fu necessario ricorrere a una registrazione. Sponsorizzato dal Calzaturificio Fiorella, il giovane artista, accompagnato da Angela Barnett, fece una notevole impressione in un paese che all’epoca contava meno di 15mila abitanti, raggiunto dopo un trasferimento da Roma in pullman (durato sei ore). Nel racconto di Pitt “i capelli di David erano striati di nero e tenuti insieme da un nastro di velluto nero. Indossava una magnifica camicia vintage che Angela aveva trovato per lui al mercato di Portobello Road: Angie indossava un lungo abito sottile e così trasparente che si vedeva chiaramente che sotto portava solo gli slip. (.) Per capire l’effetto che provocavamo sulla popolazione locale bisogna capire che ci trovavamo in una piccola comunità italiana molto chiusa, in cui ogni pensiero ed ogni azione erano modellati sulla secolare tradizione Cattolica Romana (.) Prima di ritornare a casa il delegato spagnolo mi prese da parte per dirmi che lui e gli altri delegati erano dell’opinione che David avrebbe dovuto ricevere un premio di riconoscimento per il suo contributo al successo del festival. Li aveva impressionati tutti con la sua cordialità, la sua disponibilità ad aiutare e la sua indiscutibile arte. Fu creata una categoria speciale, quella del Disco Meglio Prodotto, e per decisione unanime il premio andò a David, che così vinse il trofeo che pochi giorni dopo avrebbe avuto tanta importanza nella sua vita”. Infatti il padre Haywood Jones stava rapidamente cedendo a una polmonite che aveva trovato terreno fertile anche a causa del suo abuso di sigarette (una dipendenza che David avrebbe ereditato). Vedendo il trofeo nelle mani del figlio si congedò da lui con le parole “Sapevo che ce l'avresti fatta” e morì il 5 agosto 1969, a 56 anni. Il 31 agosto, dopo cinque anni di tentativi infruttuosi, Space Oddity entrò nelle classifiche del Regno Unito, al n.48.

 

Paolo Madeddu è l'autore di "David Bowie - Changes, la storia dietro le canzoni", Giunti Editore.

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