Le 10 canzoni del 2020, secondo Vincenzo Rossini

L'autore di "Unadimille" ha annunciato le sue scelte
Le 10 canzoni del 2020, secondo Vincenzo Rossini

Ecco le dieci canzoni più significative del 2020, nell'opinione dell'autore di "Unadimille"


10. Brunori Sas – "Per due che come noi" (Island/Universal/Picicca)

 

Vertice emotivo di "Cip!", Targa Tenco per il Miglior Album 2020, "Per due che come noi" esplora la fatica delle coppie di lunga durata, combinando – come spesso in Brunori - il brutale quotidiano (“che poi chi l'ha detto che è peggio un culo di un cuore”, puro Vecchioni) con la sete di elevazione, di trasformazione del dubbio e dell’ombra in qualcosa che fortifichi. Il finale alla "Futura", cinematografico e rincuorante, è la prova di una tensione irrunciabile verso prospettive migliori, ossia quella particolare inclinazione nella scrittura del cantautore calabrese che i suoi detrattori confondono per eccessiva bontà. Per quanto mi riguarda possono farsene una ragione: non c’è un autore come Brunori oggi in Italia in grado di cantare la fragilità di una generazione con la chiarezza necessaria per farla comprendere alle altre.  

 

9. Diodato – "Fai rumore" (Carosello)

 

Plasmata in un’economia assoluta degli elementi drammatici, "Fai rumore" è il tipico esempio di canzone che la Storia sottrae al suo scopo originario e applica a nuovi contesti, universalizzandola. Il rumore è quello che disturba il silenzio autoimposto dell’amante che ha perduto l’amata, ma in bocca a una nazione improvvisamente traumatizzata e rinchiusa in casa il “fai” diventa imperativo e incarna una richiesta disperata di presenza. Se si potesse mettere a confronto la percezione del brano prima e dopo il dannato lockdown, si resterebbe sconvolti dalla sua fluida abilità a trasformarsi, passare dal ristretto privato al corale, dal mood solitario al collettivismo. Distesa e dolente, serena nel suo attingere al calco Radiohead anni 90 ("Fake Plastic Trees"), "Fai rumore" grida vendetta per un Eurovision che avrebbe molto probabilmente vinto. Come termine del baratto per l’occasione mancata, è rimasta un’esibizione da mozzare il fiato nell’Arena di Verona, che deve aver ribadito alla mondovisione quanto il genio italico abbia la drammatizzazione nell’anima, nonché nel Dna storico. E, ovviamente, è rimasto in dote anche l’accreditamento di Diodato tra i nomi che contano del nostro pop: era ora.  

 

8. Francesco Gabbani – Viceversa (BMG Rights Mgmt.)

 

"Viceversa" è un brano cruciale nel percorso di Francesco Gabbani, il più gratificante che abbia scritto finora. Complice il tocco di Pacifico che co-firma il testo, "Viceversa" esprime una visione fortemente paritaria dell’equilibrio di coppia – rispetto a mille tracce pop in cui continua a prevalere la presenza di un maschio-driver o di una femmina-subente – e una piena coscienza del sogno d’amore che è destinato a scontrarsi con la realtà. Il senso di una vita in due ondivaga e sbilanciata tra alti e bassi, tra sbandate e recuperi, è tradotto da una melodia irta di saliscendi, momenti intimi, crescite euforiche, su scale che si ripiegano su se stesse e che tornano sempre alla base: un motivetto contrappuntato da un fischiettare sornione che sembra scandire l’esistenza quotidiana con precisione infallibile.


7. Elodie – "Andromeda" (Island/Universal)

 

Già prima che lo si potesse ascoltare, era chiaro che "Andromeda" avrebbe svolto il ruolo di salto di categoria per Elodie, per sottoscrivere un accreditamento nell’Olimpo dell’urban pop nazionale che unisse l’apprezzamento critico al successo popolare. Con queste intenzioni forse già molto determinate, Mahmood e Dardust l’hanno architettato come un tour de force interpretativo, con passaggi rapidi, mutamenti improvvisi, saliscendi, ammiccamenti, versi spezzati, acuti screziati. È un pezzo obliquo anche nello stile: se il ritornello suona chiaro e luminoso come l’Europop che cerca il punteggio pieno all’Eurovision, la strada per arrivarci è tortuosa, e passa in pochi attimi da insolite scariche sintetiche (un po’ PC Music) a reminiscenze italo-disco che sembrano fare tesoro della lezione di Roisin Murphy. Massimalismo e ambizioni future-pop compresse in tre minuti secchi: forse un po’ troppo per vincere Sanremo, dove il brano non supera il 7° posto, ma abbastanza per imporsi come hit più contemporanea dell’anno.  

 

6. Tosca – "Ho amato tutto" (Leave Music)

 

Una canzone di emozioni assolute e totalizzanti, con il tutto del titolo che evoca abbandono senza razionalità, addii inaccettabili anche se temporanei, desiderio impetuoso di rivivere un’istante. Composta da Pietro Cantarelli, è hollywoodiana nella progressione e teatrale nell’interpretazione di Tosca, intima e spaziosa, flessibile come il mantice di un bandoneon: silenzio, sottovoce, poi una rincorsa di note, la voce che si raschia inseguendo il cromatismo jazz, fuga e sospensione, e di nuovo sottovoce, pianissimo, silenzio. Assurdamente premiata a Sanremo con riconoscimenti distinti per la miglior interpretazione e la miglior composizione ma non con quello della Critica, "Ho amato tutto" è in realtà il climax di un periodo di eccezionale gratificazione per la carriera di Tosca, che va lungo un arco che va dalla doppia Targa Tenco 2020 (miglior canzone e miglior disco di interprete, "Morabeza") fino al premio come “Protagonista dell’anno” ai Nastri d’argento 2020 per il bel documentario "Il suono della voce", girato prima di Sanremo e andato in onda su Rai 1 il 27 dicembre 2020. 

 

5. Francesco Bianconi – "L’abisso" (Ponderosa)

 

"Forever", l’esordio solista del leader dei Baustelle, è un disco di rara bellezza e profonda nudità, in cui la richiesta suprema di bene è l’appiglio disperato contro un mondo la cui logica è tutta nell’impietosa immagine dei “discografici morti” (per citare un verso molto contestato di Certi uomini, in cui Bianconi cita direttamente le major oggetto del suo discorso). Nel flusso continuo che le canzoni tessono tra loro, L’abisso è un picco dolente e leopardiano: il racconto di una battaglia con la paura che tiene in scacco e resta indenne a ogni palliativo (“Le ho provate tutte: psicofarmaci, dottrine / psicanalisi, preghiera ed altri sport”), con un finale che si schiude con decisione all’amore, come arma ultima per affrontare la nuova guerra che incombe. L’arrangiamento soppesa intimismo e dramma come il Battiato più classicista, mentre la voce del cantautore non è era mai stata così vicina al timbro di De André. E così scoperta. 

 

4. Samuele Bersani – "Il tuo ricordo" (Columbia/Sony)

 

Strabiliante vetrina delle sue qualità di narratore in musica, "Cinema Samuele" ha il suo punto più forte in "Il tuo ricordo", in cui Samuele Bersani personifica il passato e il presente impegnati in un perverso gioco al gatto e al topo, in cui a capitolare è sempre la pace interiore. La densità metaforica dei versi è impressionante: senza alcun riferimento realistico, tracciano un’esperienza diretta di pulsioni ed emozioni, di ampia immedesimazione (“Il tuo ricordo trova un buco nella rete / si infila dentro il mio cervello e fa il padrone”). La musica segue questo moto di dare e togliere, minaccia e difesa con frasi che ascendono e discendono, simmetriche e complementari; la tensione monta in un crescendo plumbeo e teso, alla National, puntando verso un finale apertissimo. “Prendiamo tutti appunti”, ha scritto Niccolò Fabi sulla sua pagina Facebook, ripostando il brano, e come dargli torto.  


3. Mahmood – "Rapide" – (Island/Universal)

 

"Rapide" descrive il passaggio più difficile nella conclusione di una storia, quando gli ostacoli alla pace da ritrovare sono messaggi da non mandare, scenate, voci che si mettono in giro. E lacrime travolgenti come rapide. Lo fa con una lingua tutta sua, fatta di iperrealismo urbano (“Quindi perché mi sputtani in giro?”), localismo (Loreto, il bar milanese Love) e ricercatezze (“Il ricordo è peggio dell'Ade”), piegate a una metrica di straordinaria originalità, che applica i codici trap e urban alla melodia all’italiana. Più che sfoggio tecnico, è la rivelazione atletica di un modo di esistere liquido, che evoca l’abilità di muoversi con agilità tra le intemperie dell’esistenza, concrete o interiori che siano. Complessa eppure trascinante, "Rapide" è anche un coraggioso invito alla riconquista dell’autonomia emozionale, in un mondo educato alla schiavitù delle relazioni tossiche. È anche un nuovo punto d’arrivo del percorso in grande ascesa di Mahmood, una figura dai connotati davvero inediti per il pop italiano. Che riesca a passare da un featuring con Massimo Pericolo alla struggente interpretazione di "Sabri Aleel", in arabo, durante la Notte della Taranta, è la prova che – buon per tutti - c’è ancora tanto da scoprire. 


2. Margherita Vicario – "Pincio" (Island/Universal)

 

Da quando lavora con Dade (Linea 77), Margherita Vicario ha pubblicato una sequenza formidabile di singoli che si fanno beffe con astuzia dei cliché riconducibili al maschiocentrismo del pop: dalle pose da trapper ridicolizzate in "Abauè" alla pretesa di dominio sessuale capovolta nel punto di vista di "Giubbottino", fino all’esplosiva accoppiata donna-sola-di-notte + extracomunitari-in-Italia di "Mandela", un pezzo geniale. Tutto senza mai cedere al politico dichiarativo o strumentale, mettendo invece in primo piano un’ironia effervescente, che sembra sempre vivere di estrema spontaneità. Per me la sua è oggi la più intelligente scrittura al femminile italiana, e "Pincio" ne è il vertice: una canzone sulla maternità (delle altre), sulla coscienza dell’invecchiare e, soprattutto, sul valore dell’amicizia, che non si tira indietro da espressioni di amore diretto (“Tu non sai quanto ti voglio bene”) ma sa sottolinearle con ironia. Costruita su una pulsazione electro-ambient che cresce e travolge pur cullando l’intimità dei versi, "Pincio" ha anche il più emozionante video sul lockdown dell’anno.


1. Bugo e Morgan – "Sincero" (Tetoyoshi/Columbia)

 

Prima del 7 febbraio "Sincero" era un’ode dolceamara alle aspettative della vita che si infrangono contro gli eventi e alla necessità di pacificarsi rispetto alla delusione, per potersi comunque inserire nel presente (“Abbassa la testa, lavora duro / paga le tasse buono buono”). La notte del 7 febbraio, come è noto persino ai sassi, Morgan cambia i versi per insultare Bugo, e quello lascia la scena inquadrato di spalle: la Realtà fa capolino a dire che quei buoni propositi non portano mai al traguardo sperato, e il fallimento non smette mai di sprigionare la sua forza distruttiva (“Scegli il vestito migliore per il matrimonio / del tuo amico con gli occhi tristi”). A quel punto la Realtà irrompe e cambia le regole: nei replay ipnotici di quel video un intero Paese vive "Sincero" come la prova dell’esasperazione da parte di tutto ciò che affossa la rigenerazione e come la possibilità eterna di una rottura del protocollo. La canzone rifrange nuova luce e l’Italia si specchia nell’infinito duetto tra il genio sregolato che fa saltare i piani e il mite di cuore a cui strappano anche l’ultima occasione, ride, si intristisce, partecipa, esorcizza. Infine, arriva la Storia, che ingurgita il 7 febbraio e ce lo lascia oggi traccia di un tempo finito per sempre, da rivivere con lancinante disperazione e grande tenerezza, come se "Sincero" non fosse altro che una dichiarazione di resa, di sincerità tragica ed epocale insieme. 


Vincenzo Rossini


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Vincenzo Rossini è autore di “Unadimille, 1000 canzoni italiane dal 2000 a oggi, raccontate” (Arcana)  
 

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