George Harrison, i 50 anni di "All things must pass"

La storia del primo "vero" album da solista del chitarrista dei Beatles
George Harrison, i 50 anni di "All things must pass"

Anche se fu preceduto da due album semisperimentali ("Wonderwall music", 1968, e "Electronic music", 1969) pubblicati a Beatles ancora attivi, "All things must pass" è da considerare il primo effettivo album da solista di George Harrison. Fu pubblicato il 27 novembre del 1970, compie dunque oggi 50 anni.


Inciso a Londra presso Abbey Road e i Trident Studios tra la primavera e l’estate 1970, "All Things Must Pass" fu pronto però solo alla fine di novembre.

Le registrazioni furono laboriose, un po’ per lo stile di Spector, che co-produsse il disco, un po’ perché le parti vocali di George necessitarono di diverso tempo per essere perfezionate, e un po’ perché alla fine si decise di pubblicarlo come album triplo, una mossa azzardata e con l’unico precedente dell’album dal vivo "Woodstock: Music from the Original Soundtrack and More", pubblicato in maggio. Il disco era una riunione di all star, tutte al servizio di Harrison: alle incisioni parteciparono nomi famosi come Eric Clapton, Carl Radle, Bobby Whitlock, Jim Gordon (poco dopo i quattro avrebbero formato la superband Derek and The Dominos), i Badfinger, Ringo Starr, Klaus Voormann, Dave Mason, Ginger Baker, il chitarrista country Peter Drake. Dal punto di vista stilistico, "All Things Must Pass" era fortemente influenzato da Dylan e The Band. Harrison vi aveva incluso la cover di “If Not For You” e persino un brano scritto a quattro mani assieme a Bob, “I’d Have You Anytime”, che apriva l’album. Anche “Behind That Locked Door” era dedicata direttamente a Dylan, ed era un messaggio di sostegno all’amico, che George cercava di spronare ad uscire dall’isolamento.


L’album toccava molti argomenti, e George non poté esimersi dal dire la sua sulle vicende ed il mito dei Beatles.

L’amarezza per i fallimenti dei rapporti umani era contenuta nella solenne “Isn’t It a Pity” che, vista l’importanza, era proposta in due versioni. Diversi erano gli aspetti legati al passato dei Beatles che Harrison trattava nel disco. George esprimeva la sua delusione per le pazzie della Apple in “Run of the Mill” e trovò spazio anche per un aspetto più leggero in “Apple Scruffs”, un folk dylanesco con tanto di armonica a bocca. La canzone era dedicata alle fanatiche dei Beatles, per le quali George aveva coniato il nomignolo.
L’album conteneva inoltre diversi brani che erano espressione diretta della poetica e della fede di Harrison, del suo rapporto con Dio e le cose del mondo. La festosa “My Sweet Lord” era la più esplicita; la canzone divenne così popolare che fu necessario pubblicarla su singolo “a grande richiesta”: il 45 giri conquistò la prima posizione ovunque, totalizzando vendite attorno ai quattro milioni di copie. Assieme al successo però, sarebbero arrivate polemiche e un’accusa di plagio che avrebbero condizionato la carriera di Harrison per diversi anni. 


Le ballate “Hear Me Lord”, “All Things Must Pass”, “Beware of Darkness” e “Ballad of Sir Frankie Crisp (Let It Roll)”, contenevano le caratteristiche della musica di Harrison: semplici, profonde e melodiche. I brani raccoglievano diverse suggestioni e stati d’animo di George: in “Hear Me Lord”, Harrison chiedeva perdono ed aiuto al Signore e si dichiarava pieno di dolore, mentre altrove mostrava la sua consapevolezza sulla transitorietà e sull’illusorietà delle cose umane, che erano i temi di fondo di “All Things Must Pass” e “Beware of Darkness”. 


Harrison sembrava trovare conforto nella bellezza della natura e della sua dimora, come mostrava la fluida “Ballad of Sir Frankie Crisp (Let It Roll)” che citava il nome dell’antico proprietario di Friar Park, la magione acquistata da George. Altrove (“I Dig Love”), George offriva invece la sua visione su temi più mondani, come l’amore libero degli hippy degli anni Sessanta. 
Molti brani furono confezionati con arrangiamenti epici, caratterizzati dal “Wall of Sound” di Phil Spector, un muro di strumenti caricato di riverbero oltre ogni limite. Il disco era vario, e contava anche un certo numero di brani di sapore rock/soul/gospel, come “Wah-Wah”, “What Is Life?” (il secondo singolo del disco, che andò nei Top 10 negli USA), “Awaiting On You All” e “The Art of Dying”, alla quale partecipò anche un giovanissimo Phil Collins.


L’unica concessione autocelebrativa era il terzo ellepì, intitolato “Apple Jam” (un gioco di parole sul doppio significato di "jam", che sta per marmellata ma anche per “improvvisazione”), che conteneva cinque jam strumentali dai titoli stravaganti: “Out of the Blue”, “It’s Johnny’s Birthday” (un canto celebrativo per il compleanno di Lennon), “Plug Me In”, “I Remember Jeep” (il nome del cane di Clapton) e “Thanks for the Pepperoni”.

Riguardo a “It’s Johnny’s Birthday”, Harrison ebbe altre noie con i diritti d’autore, dal momento che il pezzo era basato sul motivo di “Congratulations” di Cliff Richard: fu necessario accreditare anche gli autori di quest’ultimo brano e spartire le royalties. .
L’album fu un grosso successo nonostante il prezzo. In Inghilterra, il triplo set venne messo nei negozi al prezzo di 4.19 sterline, cioè il doppio rispetto al costo di un ellepì singolo dell’epoca. 
All Things Must Pass balzò immediatamente al n. 1 in America – dove ottenne vendite superiori ai due milioni di set (per un totale di sei milioni di copie, visto il formato triplo) – e fu salutato dalla critica come un disco epocale, oscurando le produzioni coeve di Lennon e McCartney. 


Il testo è tratto da "I Beatles dopo i Beatles", di Luca Perasi, per gentile concessione dell'autore.

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