Zucchero e Miles Davis, la storia incredibile di una collaborazione incredibile

Telefonate notturne, master perduti, uno sputo in faccia e una mostruosa gaffe in limousine: successe nel 1988, tra le Maldive e New York
Zucchero e Miles Davis, la storia incredibile di una collaborazione incredibile

C’era una volta la gavetta, quella cosa che ti fa lavorare come un mulo per anni, a volte per decenni, e poi - se il destino o chi per lui decide che è venuto il momento - inizia a regalarti qualche soddisfazione. Nel 1987 Zucchero, dopo una decina d’anni di attività da professionista, inizia a intravedere la svolta. Il suo quarto album, “Blue's”, vende un milione e mezzo di copie proiettando il cantante reggiano sotto le luci della ribalta nazionale, e facendogli vincere l’annuale edizione del Festivalbar.

E anche oltre: durante il tour in supporto al disco Sugar si esibisce per tre date insieme a Joe Cocker, con il quale registra il classico beatlesiano “With a Little Help from My Friends”, già presente nel repertorio di Cocker - nell’album eponimo del 1969, in una versione registrata con il chitarrista dei Led Zeppelin Jimmy Page alla chitarra solista - che il bluesman di Sheffield rese immortale sul palco del festival di Woodstock.

Il 1988, per Zucchero, inizia alla Fiera internazionale del disco di Cannes, dove l’artista emiliano inizia a segnalarsi al pubblico internazionale. Prima di riprendere il tour in supporto a “Blue’s”, il signor Fornaciari decide di ricaricare le batterie e parte per una vacanza alle Maldive. A raccontarlo è stato lo stesso Sugar nella sua autobiografia "Il suono della domenica - Il romanzo della mia vita" (Mondadori, 2011, 300 pagine)...

La telefonata notturna scambiata per pesce d'aprile

Mi sono appena addormentato, il telefono squilla. Saranno le tre o le quattro del mattino. E’ Mimmo D’Alessandro, un promoter di Viareggio [titolare, con Adolfo Galli, dell’agenzia di live promoting D’Alessandro e Galli]. Ho sempre pensato che i manager non dormano mai. “Ha sentito ‘Dune mosse’ e ha chiesto chi fossi. Poi ha voluto che ti chiamassi. Vuole suonarla con te”. Non so se l’inizio e il soggetto della conversazione si siano persi nel mio dormiveglia oppure se debba darli per scontati. Poi realizzo che Mimmo D’Alessandro si sta occupando della tournée italiana di Miles Davis.

“Sono le tre di notte, sono alle Maldive e tu mi fai gli scherzi telefonici”. Io queste cose non le sopporto.

“No, Zucchero. Devi essere a New York il 1° aprile per registrare con Miles”. Certo, bel pesce d’aprile. E butto giù.

Mezz’ora e il telefono squilla di nuovo.

“Zucchero, ascoltami. Miles Davis vuole fare questo pezzo con te. Dobbiamo essere a New York il primo di aprile”. Cristo, sono le tre del mattino. Le tre del mattino del 25 marzo! “Dobbiamo andare là”. Non credo alle mie orecchie.

'E allora io vado da Miles Davis'

La vita, purtroppo, non è mai semplice, e non solo per una questione di fusi orari e coincidenze aeree. All’inizio dell’88 Zucchero si sta separando dalla sua prima moglie, Angela Figlié, la madre di Irene - che poi avrebbe seguito i passi del padre - e Alice. E’ una fase difficile, fatta di allontanamenti e avvicinamenti. A tratti pare che la famiglia sia sul punto di ricomporsi. Poi una mattina Sugar riceve una telefonata: Angela e le bambine non torneranno. Lui capisce che è finita.

La musica e mia moglie, due titani che si combattono dentro di me. Da sempre. La musica vuole che io vada a New York. E allora io vado da Miles Davis.

Così Zucchero salta sul primo aereo alla volta della Grande Mela. Insieme al suo cuore spezzato porta un nastro analogico da 48 tracce con il master di “Dune mosse”, indispensabile per raccogliere il preziosissimo contributo del genio del jazz. Quel nastro, per Zucchero e il suo staff - il promoter Mimmo D’Alessandro e il produttore Michele Torpedine - è il lasciapassare per il featuring che vale una carriera.

Il nastro perduto (e ritrovato)

Arrivati a New York prendiamo un taxi, di quelli gialli, e andiamo all’hotel Saint Moritz, a Central Park, proprio accanto alle case di Sting e Pavarotti. Mi chiudo in camera e crollo a dormire.
“Ehi, Zucchero, il nastro ce l’hai tu, vero?”. La voce di Torpedine [Michele, il produttore]. Queste cose succedono sempre quando dormo. Comunque io non ho affatto il nastro. “Cazzo, l’abbiamo lasciato sul taxi”. Cerca di apparire tranquillo, dice che lo troverà.

New York, a fine anni Ottanta, conta più di 7 milioni di abitanti.

Torpedine e D’Alessandro vanno alla polizia per tentare di recuperare il preziosissimo nastro, ma si sentono rispondere: “Noi ci occupiamo solo di omicidi”. Si tenta anche l’assunzione di un investigatore privato, poi D’Alessandro ha l’illuminazione: sulla targhetta del taxi c’era scritto il nome del tassista, Nikolas Stratos. Un greco. Ma di taxi e di greci, a New York, che ne sono parecchi. Il trio si dirige disperato allo studio dove era stato fissato l’appuntamento con Davis, quando arriva una telefonata: “La moglie di un tassista con quel cognome ha lasciato qualcosa a casa, una scatola metallica. Non so cosa sia, ma sopra c’è scritto ‘Dune mosse’”. La label copy era stata ritrovata, e - seppure con un discreto ritardo - tutto era pronto per il concretizzarsi della collaborazione.

Finalmente Miles

Miles Davis arriva in ritardo di un’ora, per fortuna. Vestito di pelle nera, guanti neri, occhiali neri, cappello nero. Non saluta nessuno. Me l’avevano detto che era un tipo scorbutico. Apre la custodia nera, con la tromba nera, giuro. “Play the song”. Senza dire “ciao”, ripete: “Play the song”. Attacco. Si minore. Mi ferma subito: “You’re playing in the wrong key”. Lo saluto: “Hi, Miles”. Non mi risponde. Mi ripete che sto suonando nella tonalità sbagliata. Non capisco. Ricomincio. “What the fuck are you doing?”. Che cazzo stai facendo? Gelo. Come: che cazzo sto facendo? L’ho scritta io, come faccio a sbagliarmi? “No, non è Si minore. E’ Si bemolle minore”. “No”, dico. “Scusa Miles, l’ho scritta io. E’ Si minore”. “No!”. Si incazza come una iena.

Tonalità vs comodità

Possibile che uno dei più grandi musicisti del Novecento potesse avere problemi nel riconoscere una tonalità? Zucchero chiede se avesse sentito il pezzo su un registratore con le pile scariche, in modo da aver percepito variazioni nella tonalità causate dal pitch compromesso dai cali di tensione. Miles ammette l’eventualità, ma Sugar capisce che qualcosa non tornava. Per la tromba, suonare in Si bemolle è più facile che suonare in Si, a causa della minore presenza di diesis in chiave. Davis, in pratica, stava cercando - per così dire - la via più semplice. Una volta stanato, il gigante del jazz riscrive in fretta e furia la sua parte e si prepara alla session.

“Ok. I’m ready”. Si mette lì con la tromba davanti al microfono. Faccio per andare in regia ad ascoltarlo. Per godermelo. Mi blocca: “Where are you going? You have to stay here”. Dove cazzo stai andando? “Sit here”. Che carattere. Mi metto vicino a lui. Mi pianta due dita sotto la gola: “I need your energy. I love your voice”. Mi dice che ha bisogno della mia energia e delle giuste vibrazioni. Ogni venti secondi smette di suonare e dice: “Fuck! Shit!”. Poi ricomincia. Toglie la saliva dalla tromba, sputa, impreca. Poi cambia strumento, ne prende uno di colore amaranto. Finalmente si registra.

'Cazzo, tank you!'

Dopo un’ora mi domanda: “Sei felice?”. Si gira di nuovo e mi fa: “This song makes me cry”, questa canzone mi fa piangere. “Your voice makes me cry”. “Cazzo, tank you!”. Certo che sono felice: ha registrato sette versioni una dietro l’altra. Diversi assolo, improvvisazioni, contrappunti. Era partito. E poi alla fine mi fa: “You want more?”. Ne vuoi di più? “No, però dimmi quale devo prendere. Qual è la migliore?”. Lui mi fa: “Quella che vuoi, forse la penultima è quella ‘more in the air’”, quella più sospesa in aria. “Basta che non prendi le note sbagliate, anche se il mio amico Gil Evans diceva che nel jazz e nel blues non esistono note sbagliate”. Miles mi dice che inserirebbe un rullante nel battere. “Senti come la farei io”. Ta-pum-pum ta-pum-pum ta-pum-pum. “Ho capito”, gli dico. Miles mi guarda: “No, non hai capito. Ta-pum-pum ta-pum-pum ta-pum-pum. Mi faceva: “You have to put a snare. Do you understand”, e rifaceva. Ce l’ho tutta, quella folle registrazione. La sto riascoltando. “Ho capito”. “No, non hai capito”. Penso: “Ma come cazzo fa a dire che non ho capito?”. “Ascolta, Miles. Guarda che ho capito”. E faccio, con la bocca: ta-pum… Mi parte un grumo formidabile di saliva che lo colpisce in piena faccia. Mi manda a cagare. A me veniva da ridere. Io, quando sono imbarazzato, rido, mi scappa una grande risata. E lui imprecava. Ero imbarazzatissimo. Poi Miles scompare. Non lo vedo più. 

'Cosa cazzo stai facendo?'

Quella, però, non sarebbe stata l’ultima gaffe della giornata.

Arriva il suo autista, un omone nero. Dice: “Miles wants to go to have a dinner with you in an italian restaurant”, Miles vuole cenare con me in un ristorante italiano. Mi accompagna fuori dallo studio. Era notte. Eravamo in un quartiere sfigatissimo. Senza lampioni. L’autista, il nerone, mi apre la portiera della limousine nera, con l’interno in pelle nera. Io mi siedo di dietro e sento: “What fuck are you doing?”. Mi sono seduto su Miles, nero, piccolino, tutto raggomitolato nell’angolo e non si vedeva un cazzo. Era tutto nero. Al ristorante, si scioglie. Si toglie gli occhiali e la corazza, Ha occhi verdi, scuri, bellissimi. Un leggero strabismo di Venere. Mangia come un uccellino. Sarebbe morto di lì a poco.

Miles Davis sarebbe morto nel 1991: la versione di “Dune mosse” con il suo contributo sarebbe stata pubblicata tredici anni dopo, come traccia d’apertura della raccolta “Zu & Co.”.

Nel 1989 Zucchero inaugura l’Oro, Incenso e Birra Tour, durante il quale l’artista reggiano avrebbe ritrovato lo stesso Davis e Joe Cocker per una breve serie di eventi congiunti sui palchi degli stadi di Rimini, Viareggio e Napoli.

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