Ensi: “I ragazzini di oggi crescono in formato playlist, le culture si stanno annullando”

Il rapper pubblica il nuovo ep “Oggi” e fa una lunga riflessione sui valori della cultura hip hop: “Oggi regna l’individualismo e la competizione, anche la musica ne risente”.
Ensi: “I ragazzini di oggi crescono in formato playlist, le culture si stanno annullando”
Credits: Andrea Barchi

Non è un discorso paternalistico alla “si stava meglio quando si stava peggio”, ma una lucida analisi del mondo hip hop, dei suoi grandi talenti contemporanei e anche delle sue zone d’ombra che spesso coincidono con un arretramento culturale del genere. Ensi, 34 anni, nel suo nuovo ep “Oggi”, rimette al centro i valori e i suoni del rap. E lo fa in modo fresco, contemporaneo: mostra i pilastri di un genere, non si arrocca nel passato, preferisce collaborare con produttori giovani e talentuosi (333Mob, Andry The Hitmaker, Chris Nolan, Gemitaiz nei panni di neo-producer, Kanesh e Strage) e artisti di valore come Dani Faiv e Giaime. “Sono brani che fanno parte di qualche cosa di più grande. Un concept sul tempo. Voglio rappresentare questa musica con orgoglio. E non è una questione anagrafica. Il rap non è uno sport, non vince chi corre più veloce – dice l’artista torinese - solo chi muore non cambia. E io sono cambiato: in questo progetto collaboro con alcuni produttori molto giovani e artisti che fanno parte della nuova scena, che penso rimarranno nel tempo. Feci un feat anche con Madame, quando non era ancora così in auge”.

Ensi fa parte di “una generazione di mezzo”. “Mi sento un “giovane veterano” – sorride - per quelli come me ha sempre contato molto avere la stima di chi c’era prima. Ora mi sembra che questo aspetto, per molti, conti meno. Sono cresciuto sognando di essere come Neffa, come le Sacre Scuole, i Cor Veleno, gli Articolo 31, i Club Dogo. I riferimenti sono necessari, i ragazzi di oggi devono capirne l’importanza. Non c’è futuro senza una storia tramandata”. Poi continua: “Oggi non riesco neppure a distinguere chi ascolta rap o metal dall’abbigliamento. Anni fa era ancora fattibile. Le subculture si stanno annullando, si cresce in formato playlist, spesso senza identità. Perfino la musica che passavano in discoteca quando ero ragazzino ora viene campionata dal mondo rap: è assurdo perché noi eravamo nemici di quell’universo tamarro e discotecaro. Lo posso anche accettare, stiamo parlando di successi disco esportati fuori dai confini italiani, comprendo perché vengano rievocati, ma non dimentico le origini dell’antagonismo che si provava verso quel genere”.

La musica è strettamente legata al contesto politico e sociale in cui sorge. “La musica non cambia il mondo, spesso è proprio il contrario – sottolinea Ensi - oggi siamo davanti a un dilagare dell’individualismo, siamo in un mondo in cui “ci si vuol far conoscere con il rap”, la musica è contaminata da questi disvalori. Io ho vissuto un’epoca molto più romantica. Mi mette tristezza vedere ragazzi giovani che pensano solo a fare soldi, che sventolano banconote da 50 euro sui social. Non ce l’ho con degli artisti in particolare, se no farei i nomi. Vengo dalle battaglie di freestyle, non avrei problemi a puntare il dito su qualcuno. Credo che sia un discorso più generale, che va oltre il singolo caso. Penso che non ci sia nulla di più sbagliato del rincorrere solo i numeri o i soldi facendo musica”. Anche il successo ha diversi volti e modi di manifestarsi. “Tutti sti ragazzini che dicono “volevo comprare casa a mamma”. Anche io, ma non è mai stata la mia meta – conclude - al massimo è una conseguenza di un risultato. “Ho sputato dei diamanti e ancora non ho fatto l'oro”, dico in “Specialist”. Certi miei colleghi si sarebbero suicidati dopo aver perso 6.000 follower come è successo a me nel periodo di stop. E invece a me non frega niente perché questi discorsi non sono il fondamento della musica rap”.

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