David Bowie: la storia di "All the madmen"

All'approssimarsi del cinquantesimo anniversario della pubblicazione dell'album "The man who sold the world" ne raccontiamo in questi giorni la storia di tutte le canzoni.
David Bowie: la storia di "All the madmen"

In forma esplicita la pazzia si era affacciata nella musica degli anni ’60 come connotazione di poetica diversità con i dolcissimi flauti di "The Fool On The Hill" di Paul McCartney. Ma rapidamente, forse anche per l’entrata in scena di numerosi performer con un conto aperto con la stabilità mentale (da Syd Barrett a Lou Reed), ecco che – per citare il saggio Musica popolare e i miti della follia di Nicola Spelman – “la descrizione dei cosiddetti pazzi iniziò a essere impiegata molto più diffusamente di prima, di pari passo con una crescente fascinazione per il concetto di follia”.
Nel caso di Bowie l’esperienza era diretta e la fascinazione lasciava il posto all’angoscia di subire il medesimo destino di altri componenti della famiglia. All’instabilità della madre borderline e delle sue sorelle aveva dovuto aggiungere il rapido peggioramento del fratellastro Terry Burns, più grande di una decina d’anni, idealizzato dal Bowie adolescente soprattutto come punto di riferimento per musica e letture. 


Un evento che aveva terribilmente colpito David si era verificato quando aveva portato con sé il fratello maggiore a un concerto dei Cream, e il giovane, terrorizzato dal volume e dalle luci dei faretti nel chiuso del locale, si era gettato per terra gridando, in preda a una crisi.
Di lì a poco sarebbe entrato al Cane Hill Asylum, ospedale psichiatrico londinese nell’area di Croydon. Nel 1985 ne sarebbe uscito non visto durante una nevicata per andare a gettarsi sotto un treno.
Come spiegò Bowie in un’intervista del 1993 a "Rolling Stone": “C’è una forte inclinazione all’instabilità mentale nella mia famiglia, ci sono stati troppi suicidi per i miei gusti e di questo ho sempre avuto una paura terribile". 


Nella carriera di Bowie "All The Madmen" è la prima di una serie di canzoni che cercheranno di capire e forse esorcizzare i problemi di salute mentale. Alcuni di quelli dei suoi familiari vengono espressamente citati, dall’elettrochoc subito da una delle sorelle della madre alla lobotomia dell’altra. Quanto ai manicomi, viene fatto notare come siano sempre “ai margini della città”. Il protagonista della canzone fu indicato dall’autore in un’intervista del 1971: “L’ho scritta per mio fratello. L’uomo che sta dentro e non vuole uscire è lui. Lì è perfettamente felice... Così come è sempre molto contento di vederci. Ma non ha mai niente da dire”.


Musicalmente il brano è tutt’altro che lineare, cosa che contrasta in modo suggestivo con il tono semidisteso dell’interpretazione. Il flauto dolce di Tony Visconti sembra un rimando un po’ didascalico a "The Fool On The Hill", finché l’entrata della chitarra di Ronson allontana quell’atmosfera sognante. Segue un momento di quiete, durante il quale una bambina dice: “Mi ha seguito fin qui a casa; posso tenerlo?” e Bowie, con raddoppio di voce, sostiene una tesi non lontana da quelle dello psichiatra Franco Basaglia: “Quale orizzonte attende una nazione che nasconde le sue menti organiche in una cantina scura e spaventosa?”. La bambina è forse una voce interiore di Bowie, che per qualche mese tentò inutilmente di ospitare il fratello maggiore nella casa dove era andato a vivere con la moglie. 
Dopo il rallentamento centrale, la chitarra rilancia con enfasi il pezzo e arriva un’altra strofa seguita da un breve bolero, ritmo molto di moda nel rock inglese all’epoca (Jeff Beck, Emerson Lake & Palmer, i Deep Purple in "Child In Time") e, dopo il ritorno alla melodia principale affiancata da un sintetizzatore, giunge alla conclusione con l’enigmatico ritornello “Zane, zane, zane / ouvre le chien”: il “Pape Satàn aleppe” dei fan di Bowie.
Tra le interpretazioni più diffuse, c’è quella secondo cui “zane” sarebbe una storpiatura di “insane”; “ouvre le chien” (in francese “apri il cane”) potrebbe a sua volta essere una distorta richiesta di aprire Cane (Hill). Invece che dare spiegazioni, Bowie fece ricomparire la frase negli anni ’90, come evidente autocitazione, nel finale di "Buddha Of Suburbia".


Negli Stati Uniti la Mercury pubblicò come singolo una versione da tre minuti del brano, togliendo l’interludio e sforbiciando le parti soltanto strumentali. Dal vivo venne eseguita solo in occasione del Glass Spider Tour, in una versione molto colorata da sintetizzatori, avviata da un’introduzione parlata sul senso del rock’n’roll che Carlos Alomar traduceva simultaneamente in spagnolo (anche in Paesi non latini) e che si concludeva con la sentenza: “Il rock’n’roll è pazzia!”

(Paolo Madeddu)

 

Il testo completo di questa scheda è pubblicato nel libro "David Bowie" di Paolo Madeddu, edito da Giunti, per gentile concessione dell'autore e dell'editore. Il libro racconta tutte le canzoni pubblicate da David Bowie nella prima parte della sua carriera, dal 1964 al 1976: tutti i brani contenuti negli album, i singoli con i relativi lati B e gli inediti apparsi sui live e, in due apposite appendici, gli abbozzi di canzone, i provini, gli inediti pubblicati ufficialmente dopo la scomparsa dell'artista.


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Dall'archivio di Rockol - La storia di "The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars" di David Bowie
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