Vinicio Capossela, il suo primo disco ha 30 anni: parla Roberto Serra

Nel trentennale dell'uscita dell'album di debutto del cantautore, "All'una e trentacinque circa", i ricordi del fotografo che realizzò la copertina del disco.
Vinicio Capossela, il suo primo disco ha 30 anni: parla Roberto Serra

Roberto Serra, nato a Bologna nel 1958, ha iniziato a fotografare sin da ragazzo, il fotogiornalismo è poi arrivato con il Resto del Carlino e l’Associated Press, con la Repubblica e l’Ansa, per cui ha firmato servizi importanti e storici come quello sulla strage di Bologna del 1980. Resta emblematica la sua scelta, in quell’occasione, di non fotografare i cadaveri. Si è sempre diviso tra cronaca e musica, immortalando Lucio Dalla, Paolo Conte, Francesco Guccini, Fabrizio De André, i Nomadi, gli Skiantos, Mingardi, Frank Zappa, Roger Waters e tanti altri. Nel suo percorso ci sono anche lo sport e il teatro. Ha firmato la copertina dei primi tre dischi di Vinicio Capossela: dopo quella dell'album d'esordio, anche quelle di "Modì" (1991) e "Camera a sud" (1994).

Ecco la sua testimonianza sul servizio fotografico che portò alla realizzazione della cover di “All'una e trentacinque circa”, raccolta da Rockol in occasione del trentennale della pubblicazione dell'album di debutto di Vinicio Capossela.

“Renzo Fantini, manager di Francesco Guccini, mi chiamò per dirmi che lo stesso Francesco gli aveva segnalato un ragazzo in gamba. Guccini non era un talent scout e non era interessato a segnalare o tantomeno a produrre altri artisti. Ma fece uno strappo alla regola, e chiese a Fantini di ascoltare questo ragazzo. Fantini mi disse che avrei dovuto fotografarlo. Mi fece avere una cassettina da ascoltare, un provino, per capire chi mi sarei trovato davanti".

"Ricordo che ero in macchina, insieme alla mia collega e fidanzata del tempo Raffaella Cavalieri, [che con lui ha firmato la copertina del disco]; stavamo andando al concerto di Nina Simone a Treviso, e ascoltando le canzoni di Capossela non riuscivo a capirne la direzione: era musica da pianobar, un mix fra Paolo Conte e Fred Buscaglione. Anche Fantini, in una seconda chiacchierata, mi disse che temeva che questo ragazzo potesse essere accolto come un clone di Conte. Poi non fu così, perché Vinicio fu bravissimo a diventare una sorta di Bukowski del cantautorato italiano, ma noi a quel tempo non potevamo saperlo”.

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“Io e Raffaella decidemmo di andare a fotografarlo a Rimini, dove Vinicio abitava in quel periodo. C’eravamo dati appuntamento in un locale dove lui di solito suonava. Le luci non andavano bene e l’atmosfera non era azzeccata per un servizio fotografico. Alla fine ci ritrovammo alla stazione ferroviaria di Rimini, intorno all’una e mezza del mattino, uno di quegli orari in cui Vinicio iniziava a vivere, iniziammo a scattare foto. Una di quelle è finita sulla copertina dell'album. Un'altra [quella in bianco e nero più sopra] sulla busta interna del disco"

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"Era un Vinicio completamente diverso da quello che vediamo oggi. Era imbarazzato, sulle sue. Oggi sprigiona una forza tranquilla, una consapevolezza figlia della carriera che ha intrapreso. Caratteristiche che in quel tempo, così giovane, non poteva avere. Mi ricordo i capelli spettinati e la timidezza davanti all’obbiettivo. Era molto contento che di lì a breve sarebbe uscito il suo primo disco. Eravamo tutti noi, quegli che gli stavano intorno, ad avere qualche perplessità, ma la sua bravura e la capacità di Fantini di fargli imboccare la strada giusta, con il tempo, ci hanno fatto capire quanto fosse ricco di talento”.

 

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