Il cantautorato antisistema di Silvestri, che canta Gaber e critica i trapper

Il cantautore torna sul palco: "Rispettabili tutte le opinioni e le posizioni, ma esserci significa fare la cosa giusta". Il racconto e le foto del concerto a Roma.

Il cantautorato antisistema di Silvestri, che canta Gaber e critica i trapper

Esserci, mentre tanti colleghi hanno preferito rimandare al 2021 i rispettivi impegni (o sono stati costretti dalle circostanze a farlo), è in fin dei conti un atto di resistenza, una presa di posizione. Da uno come Daniele Silvestri c'era da aspettarselo e - se conoscete la sua storia - non c'è neppure bisogno di spiegare perché.

Il cantautore romano non aveva concerti in programma quest'anno: reduce dal tour nei palasport dello scorso autunno legato all'album "La terra sotto i piedi" e ai festeggiamenti per i venticinque anni dall'esordio, aveva deciso di prendersi una pausa. È stata la voglia di andare ancora una volta controcorrente e di fare "la cosa giusta" a fargli cambiare idea. Quando, lo scorso maggio, i grandi promoter hanno annunciato di comune accordo il rinvio al prossimo anno dei concerti dei rispettivi artisti, la sua agenzia, la romana OTR, ha alzato la voce: "Capiamo le ragioni delle multinazionali che sono costrette a fermare grandi eventi come quelli di Vasco Rossi, Tiziano Ferro o Ligabue, ma la nostra funzione di indipendenti è quella di trovare altri modi per andare avanti e abbiamo l'obbligo morale di farlo, non solo per gli artisti, ma anche per i musicisti, i tecnici, i direttori di produzione, i fonici e tutte le famiglie che ci sono dietre queste importantissime figure professionali della musica". Silvestri - al pari di Gazzé, Diodato e altri colleghi - non ci ha pensato due volte: si è rimboccato le maniche e ha deciso di tornare in pista. Non per sé stesso, per soddisfare l'esigenza di stare a tutti i costi sul palco e farsi vedere in giro. Non ne aveva poi così bisogno. Semplicemente, per fare la sua parte in un momento difficile come quello che il settore dei live sta attraversando - con gli organizzatori di concerti costretti dalle misure restrittive legate all'emergenza epidemiologica a fare i conti con difficoltà logistiche e capienze ridotte - e aiutare così i lavoratori dello spettacolo, messi a dura prova dalla crisi. Dando il buon esempio.

"È tutto più difficile, più complicato. Ma senza di voi qui davanti io non potrei vantarmi immeritatamente di aver potuto far lavorare tutte le persone che amo e che fanno con passione il loro lavoro", dice il cantautore - camicia bordeaux, jeans e scarpe da ginnastica - di fronte al pubblico della Cavea del Parco della Musica di Roma, all'inizio del primo dei tre concerti ospitati dall'auditorium capitolino (suonerà lì anche stasera e domani, poi il tour - partito il 18 luglio da Verona - andrà avanti fino a settembre inoltrato). "Ci siamo chiesti tante volte se fosse giusto, quando parlare di concerti sembrava ancora una follia. Dopodiché, sono rispettabili tutte le opinioni e le posizioni. Era giusto anche avere dubbi, affrontarla diversamente. Ma io sono felice oggi di poter dire che forse fare questi concerti era davvero la cosa giusta". Sguardo fiero, sorriso orgoglioso, chiama sul palco i suoi musicisti e canta "A bocca chiusa", che suona come una dichiarazione d'intenti e di (r)esistenza: "Ché partecipazione, certo, è liberta / ma è pure resistenza".

La band è al completo, nessuno è stato lasciato indietro: sul palco, oltre a Silvestri, ci sono Gabriele Lazzarotti (basso), Piero Monterisi (batteria), Gianluca Misiti e Duilio Galioto (tastiere e sintetizzatori), Daniele Fiaschi (chitarre), Marco Santoro (fagotto e tromba) e José Ramon Caraballo Armas (tromba e percussioni). Compagni di musica e di avventure da una vita, con loro si diverte a snocciolare le canzoni che in questi venticinque anni gli hanno permesso di diventare uno dei punti di riferimento del cantautorato italiano contemporaneo: "Non abbiamo una scaletta vera e propria, solo un canovaccio. E a un certo punto smetteremo di seguirlo", sorride. Non lo dice, ma il filo conduttore che lega tra loro i vari brani della scaletta sembra essere proprio la necessità e l'esigenza di fare "la cosa giusta", essere la voce fuori dal coro: da "Questo Paese" ("Non serve aumentare la definizione / per vedere più grande un coglione", canta, e dal pubblico si solleva l'applauso) a "Voglia di gridare ("È del tuo coro che ho paura / perché lo slogan è fascista di natura"), passando per "Io fortunatamente", "La mia casa", la cover di "Io non mi sento italiano" di Gaber (che "suona attualissima ancora oggi", spiega), "Il mio nemico" e "L'autostrada".

Niente giovanilismo. A 52 anni - li compirà tra qualche giorno - Daniele Silvestri di duettare con rapper e trapper di tendenza sembra non volerne sapere (e quando collabora con un collega più giovane, sceglie Rancore: non proprio il Carl Brave della situazione). Tutt'altro. In "Blitz gerontoiatrico" immagina di parlare con un (t)rapper di ultima generazione, sputandogli in faccia tutto il suo disprezzo per quel modo di fare musica: "Ci tieni ad informarmi che ti dopi / che la ganja te la fumi in tutti i laghi /in tutti i luoghi e in tutti i modi / che la sbuffi anche facendo colazione / lo ripeti in ogni riga, in ogni verso di ogni singola canzone / l'ho capito, c'hai sfinito". L'amico Manuel Agnelli, seduto in platea, lo segue con curiosità. Poi, chiarisce: "Uno dei miei figli mi ha imposto di ascoltare la trap. Ne avrei fatto a meno. Ma poi ho capito che sotto la superficie c'erano delle cose che mi piacevano molto, che mi hanno entusiasmato. Però la sensazione è che si debba scavare davvero sotto la superficie e quello che emerge tende ad essere come minimo ripetitivo negli argomenti, oltre che nei termini usati. È questo che rimprovero bonariamente da vecchio anziano". Restando sul tema, rispolvera "Sogno-B", da "Il dado" (il disco del '96, il più anarchico della sua intera discografia fino ad oggi), quando si divertì a scrivere una canzone sulla cacca: "Dimostrai che anche se l'argomento non è il massimo, forse si può provare ad essere almeno vari nell'eloquio". Vince facile: "Mo' diteglielo a Sfera Ebbasta".

Anche Silvestri ti sfinisce, ma a modo suo. Con una trentina di canzoni - quasi tre ore di concerto - che non lo vedono mai abbassare il livello dei contenuti e della musica. Neppure quando i toni si fanno più leggeri, come su "Le cose che abbiamo in comune", "Ma che discorsi", "Desaparecido", "Gino e l'Alfetta", "Salirò", fino alla chiusura con l'immancabile "Testardo". Quella scrittura vulcanica e traboccante ti travolge e non ti lascia indifferente: canzone dopo canzone, ti strappa sorrisi ma ti spinge anche a riflettere, a farti delle domande, senza cercare a tutti i costi di darti delle risposte. Ti racconta la sua visione del mondo, della società, della musica, e ti invita a prendere una posizione. Non necessariamente su grandi questioni, ma anche su quelle piccole della vita di tutti i giorni. Lo fa senza discorsoni, solo con i mezzi che ha a disposizione, i versi delle sue canzoni: "Ho solo questa lingua in bocca e mi tagli pure questa / io non mi fermo, scusa, canto pure a bocca chiusa".

di Mattia Marzi

SCALETTA:
"Questo Paese"
"A bocca chiusa"
"La cosa giusta"
"Io fortunatamente"
"Pochi giorni"
"Me fece mele a chepa"
"Le cose che abbiamo in comune"
"Sornione"
"La mia casa"
"Qualcosa cambia/Quali alibi"
"Precario è il mondo"
"Io non mi sento italiano"
"Mi persi"
"Blitz gerontoiatrico"
"Sogno-B"
"Il dado"
"Strade di Francia"
"Ma che discorsi"
"Desaparecido"
"Il mio nemico"
"A me ricordi il mare"
"Monetine"
"Acqua stagnante/L'amore non esiste"
"Le navi"
"L'autostrada"
"Voglia di gridare"
"Gino e l'Alfetta"
"Salirò"
"Testardo"

Dall'archivio di Rockol - racconta "Argentovivo", la sua canzone in gara a Sanremo 2019 con Rancore
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