Festival di Sanremo: ancora sulla giuria della sala stampa (poi basta, prometto)

A che serve la giuria della sala stampa al Festival di Sanremo? Il parere di un abolizionista
Festival di Sanremo: ancora sulla giuria della sala stampa (poi basta, prometto)

Un mio giovane amico che lavora in un quotidiano importante mi ha rimproverato, per aver scritto in questo commento pubblicato sabato scorso che

Da qualche anno Rockol ha - in totale solitudine - lanciato una proposta alla quale finora hanno aderito solo i giornalisti di Rockol (il che la dice lunga): e cioè quella di rendere palesi le votazioni dei singoli giornalisti. Così si saprebbe chi ha votato chi, e magari si scoprirebbero un po' di altarini (o si eviterebbe che gli altarini venissero costruiti).

Lui dice che questa proposta non è mai stata avanzata pubblicamente. Ha ragione: nessuno di Rockol ha mai alzato la manina in sala stampa all'Ariston per formalizzarla. Ma "la parola convince, l'esempio trascina", o almeno dovrebbe, come dice il proverbio: ed è noto a tutti i twittaroli (compagnia della quale io non faccio parte, ma il mio amico sì) che le persone che rappresentano Rockol nella sala stampa di Sanremo da due o tre anni esplicitano, appunto via Twitter, i loro voti.


Peraltro, quando in sala stampa ci andavo, regolarmente ogni anno mi battevo, rompendo i coglioni con una domanda al giorno, perché venisse comunicato il dettaglio delle votazioni (tutte: quelle delle giurie demoscopiche, quelle dei televotanti, quelle delle cosiddette Giurie di Qualità composte in maggioranza di gente che con la musica non ha niente a che spartire); chi c'era ricorderà i miei scontri con l'allora deus ex machina del Festival, Gianmarco Mazzi, che prometteva che il dettaglio del voto sarebbe stato comunicato la domenica mattina "per non influenzare le votazioni", e poi la domenica mattina mi rispondeva che, a Festival concluso, non essendone più lui il responsabile non poteva più mantenere la promessa.


L'ultima volta che sono andato al Festival ho rotto i coglioni quotidianamente chiedendo che i voti della Giuria di Qualità o degli Esperti o di come minchia si chiamava quell'anno venissero comunicati nome per nome, chi ha votato chi: mi hanno risposto che per ragioni di privacy non era possibile. Figuriamoci: perché a "Ballando con le stelle" sì, e al Festival di Sanremo no? E quale privacy: quelli intanto sono personaggi pubblici, e poi sono pagati per votare... Mah.


Mi scrive il mio amico che con quelle parole ho fatto ipotizzare "la macchinazione del sistema, lo stupro della vergine immacolata". A parte il fatto che di verginità da difendere io non ne ho più già da un bel pezzo, ricordo che è solo grazie all'insistenza mia personale (spalleggiato sempre da Massimiliano Longo di Allmusicitalia, che anche qui ringrazio) e di Rockol se da qualche anno il concorso legato al Primo Maggio ha reso palesi i voti dei giurati, e che dall'anno scorso (almeno spero, "dall'anno scorso": siccome non so come andrà quest'anno forse è meglio che mi limiti a scrivere "l'anno scorso") anche i voti dei giurati di Area Sanremo sono stati resi palesi - non tutti, purtroppo: solo quelli dell'ultima selezione, mentre io vorrei che lo fossero fin dall'inizio; e quando è toccato a me fare il giurato ad Area Sanremo ho sempre avanzato ufficialmente, e fatto mettere a verbale, la mia mozione in tal senso. Mozione mai accettata dalla maggioranza degli altri giurati, né dalla direzione.


A proposito di un'altra frase che ho scritto sabato, questa:

La sala stampa non vota per competenza musicale: vota per bande, per campanili, per compagnie di merende. Vota per simpatie, per amicizie, per compiacere un ufficio stampa o una casa discografica. Generalizzo, ovvio: qualche mosca bianca c'è, ma sono sempre più rare.

sempre il mio amico mi scrive che a lui "nessuno ha mai chiesto di fare cordate o altro. E se non lo chiedono alle testate di prima fila mi sembra complicato...".

Ora, non so bene cosa intenda lui per "testate di prima fila": se intende quelle che stanno sedute per tradizione o diritto divino nelle prime file della sala stampa dell'Ariston, o se intende quelle più note, più storiche, ovverossia i giornali di carta. Ma le cordate non si formano chiedendo a qualcuno di farne parte: sono aggregazioni spontanee, intorno a "linee ideologiche" - non in senso politico - che sono ben note a chi bazzica l'ambiente. E comunque non è da ieri che "le prime file" (della sala stampa di Sanremo, ma anche delle conferenze stampa che si tengono durante l'anno per le presentazioni dei nuovi dischi) concordano una linea comune: avete mai letto una voce esplicitamente discordante in senso critico su un disco unanimemente lodato? o, viceversa, una voce che lodasse esplicitamente un disco per il quale "la linea" era di smorzare e sopire, sminuire e non elogiare?
Purtroppo è da molto tempo che di voci controcorrente non se ne sentono e non se ne leggono più, salvo quelle di chi va controcorrente a prescindere, per farsi notare e acquisire notorietà (...e magari anche anche qualche lavoretto retribuito? ma no, non siate maligni).


Si mormora che tutta questa agitazione rispetto alle votazioni della sala stampa di Sanremo sia connessa al progettino di istituire una sorta di "Academy di Sanremo", della quale naturalmente farebbero parte solo le "prime file".
Niente in contrario: che mi frega? Se c'è un gruppo di giornalisti che vuole fregiarsi di una medaglietta faccia pure, si accomodi. Quello che mi disturba è il pensiero che c'è dietro: e non è un pensiero che riguarda una sorta di graduatoria professionale fra illuminati o meno, privilegiati o meno, prime file o seconde file.


(Se tutto quello che ho scritto finora vi è parso - e magari avete ragione - un po' troppo autoreferenziale, quest'ultimo concetto che sto per esprimere invece vi riguarda, in quanto nostri lettori e presumibilmente interessati e mediamente competenti in fatto di musica).


Per quale ragione un gruppo di persone che si occupano di scrivere di cantanti (perché questo sono i giornalisti musicali: non sono critici, sono cronisti) dovrebbe sentirsi investito della missione di correggere, con la propria supposta competenza su quale sia una bella canzone e quale lo sia meno, le presunte storture del televoto, o delle giurie demoscopiche? Ma scendiamo tutti un po' giù dal pero, amici e/o colleghi: il nostro parere, in termini di musica popolare, vale quanto quello di una persona che televoti (e che almeno paga per televotare). Certo: il televoto rispecchia la popolarità del cantante, la numerosità o l'attivismo del suo fan club, magari anche l'appartenenza geografica. E allora, che c'è di male?  Che c'è di sbagliato? Che c'è da "compensare" o correggere?

Il Festival di Sanremo non è più da anni (purtroppo) una gara di canzoni, ma è un'altra cosa. E' una manifestazione televisiva, un fenomeno di costume, un evento sociale, e lo è perché si autoalimenta con l'attenzione dei media: quando i giornali non andavano più a Sanremo per il Festival, sul finire degli anni Settanta - e io c'ero - del Festival agli italiani non importava quasi più una cippa (un saluto affettuoso a Mino Vergnaghi). E se i giornali, e oggi anche le televisioni e le radio, non andassero più a Sanremo, il Festival se lo farebbero in corso Matteotti e non se ne parlerebbe più in là di Ospedaletti (a ovest) e di Arma di Taggia (a est).
Quindi, a me pare giusto che il Festival lo vinca chi dei concorrenti è più popolare. Chi dei concorrenti ha più fan. Chi dei concorrenti ha portato la canzone più orecchiabile, piacevole, cantabile dalla gente.


La stampa musicale, che tanto era soddisfatta quando una camarilla della Giuria di Qualità faceva vincere "Sentimento" degli Avion Travel (2000), e tanto si stracciava le vesti quando a Sanremo vincevano gli amici di Maria (Marco Carta, 2009; Valerio Scanu, 2010; Emma Marrone, 2012), poi è diventata amicissima, di Maria. "Come si cambia", cantava Fiorella Mannoia. E allora, dico io, la stampa musicale non dovrebbe accontentarsi di esprimere un proprio voto, separato e autonomo da quello che contribuisce a formare la graduatoria finale? Che magari non si chiamasse più Premio della Critica; che magari non fosse più assegnato dall'intera sala stampa, ma solo dai giornalisti che si occupano abitualmente di musica, o da quelli ammessi a far parte della ventilata Academy; che magari - come del resto avviene da anni - venisse annunciato durante la serata finale del Festival. Ma che fosse una valutazione separata da quella popolare.


Tanto, poi, il Festival lo vince non chi arriva primo, ma chi vende di più - o meglio, dato che ormai di vendere dischi non se ne parla, chi grazie all'aver partecipato a Sanremo può aumentare di più il cachet dei suoi spettacoli dal vivo. E chi "davvero" arriva primo non lo decide la stampa musicale; anche se essa ne è ancora, pateticamente, convinta.


Come scrive quel mio amico che parla bene, al quale lascio l'ultima parola, "è un wishful thinking, non un dato di fatto".

 
Franco Zanetti

Dall'archivio di Rockol - Tutti i vincitori del Festival di Sanremo dal 1981 al 1990
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