Ernia racconta il nuovo album: “Solo un rap eclettico può salvarci dal piattume”

L’artista milanese ha pubblicato “Gemelli”, il suo terzo lavoro: dentro ci sono tributi alle radici del rap, ma anche pezzi pop ed esercizi di stile. La nostra intervista.

Ernia racconta il nuovo album: “Solo un rap eclettico può salvarci dal piattume”

I gemelli, quando sono molto simili, si distinguono dai dettagli. Gli stessi che impreziosiscono l’ultima fatica di Matteo Professione, in arte Ernia, classe 1993, una delle penne più estroverse della nuova generazione del rap italiano. Il suo nuovo album, uscito a due anni di distanza dal precedente “68”, si intitola “Gemelli”. Lo stile fresco che lo caratterizza, fra citazioni e rimandi a letteratura e cinema, si arricchisce ancora: exploit pop e melodici, ispirazioni rock, atmosfere dilatate di matrice elettronica, senza dimenticare i suoni della vera tradizione hip hop. Il risultato è un album rap dai diversi volti in cui trovano spazio, in un gioco temporale, mostri sacri e nuovi protagonisti: Tedua, Lazza, Rkomi, Fabri Fibra, Shiva, Luché e Madame.

“Gemelli” è nato da un processo diverso rispetto ai dischi precedenti?
Il progetto è arrivato in modo molto naturale: ho iniziato a scrivere per capire che cosa potesse uscire o meno da quello che avevo in testa. Per la prima volta mi sono lasciato andare prendendo e buttando via tracce, di solito sono più sicuro di quello che sto andando a compiere, in questo caso non ho deciso immediatamente l’impostazione. Il disco è fluido, proprio per la libertà che mi sono preso. Sto vivendo un bel momento della mia vita, sono felice. Tutto questo ha influito sulla resa finale.

Ha tanti lati diversi con un filo rosso a legarli.
Sì, proprio come i gemelli. Non mi sono posto limiti. L’album precedente, “68”, aveva un’impostazione più precisa sui testi e sulle musiche. Qui ci sono sfaccettature diverse. Io penso che un grande artista, per essere tale, debba essere elastico, andando a riempire più campi. Prendi Marracash: è capace di sfondare sulle emozioni, sulla musica, sulle liriche. A scrivere è il più forte d’Italia perché la sua penna conquista più modi. È quello che vorrei essere anche io, un giorno.

“Puro Sinaloa” è un tributo a “Puro Bogotà” dei Club Dogo, brano del 2007. Che cosa rappresenta per te quella canzone?
È stata una scelta azzardata. L’originale è sempre la versione più bella. Ricevere il benestare dei Club Dogo, di Don Joe, che non hanno messo becco su chi volessi sulla traccia con me (Tedua, Rkomi, Lazza, ndr), concedendomi la base, mi ha dato forza ed energia. È una canzone simbolo della nostra adolescenza, generazionale. È stato il pezzo che ha cambiato qualche cosa. Noi non pensavamo che un giorno avremmo vissuto di rap, ma ci speravamo vedendo i Dogo. Nelle nostre compagnie, i tamarri iniziarono ad ascoltare la canzone, per noi, vestiti larghi, era una vittoria. Ripetevo: “ma come, adesso anche voi zarri ascoltate rap? Quindi è valido questo genere, eh? Non esiste solo il tunz tunz delle discoteche, visto?”. Rappare su quella base, oggi, è un sogno che si realizza.

In Italia c’è timore reverenziale a confrontarsi con canzoni iconiche?
Per certi aspetti sì. In America quando esce una hit, la base viene mandata a tutti gli artisti amici perché anche loro possano dire la loro su quella musica. Guarda il brano di Wiz Khalifa “Black And Yellow”, è stato rifatto in tutti i modi. Ma nessuna nuova versione ha sporcato la prima, che rimane la migliore. Inoltre penso che recuperare alcune canzoni leggendarie permetta anche di creare un ponte con le nuove generazioni, che magari non le conoscono.

La vena pop di “Superclassico” da dove arriva?
Uscivo da un concerto, ero con la mia ragazza, canticchiavo un motivo e le dissi: “ma questo pezzo lo ha suonato?” Mi riferivo al cantante che eravamo andati a sentire. Non ti faccio il nome perché se no la gente mi accusa stupidamente di aver copiato chissà cosa, quando in realtà non è vero. Lei mi rispose: “guarda che questo pezzo non è suo, non esiste”. Feci un audio al volo e lo mandai a Marz, uno dei miei produttori, e gli dissi di lavorarci sopra. È nato così un brano pop dentro un album rap. Ma è arrivato in modo naturale, non l’ho fatto per finire in radio, non ho chiamato autori ad aiutarmi. L’ho fatto io e ne sono felice.

Ti hanno mai proposto di lavorare con autori?
Sì, ho fatto anche una sessione, ma proprio non funziona. Sono troppo ancorato al mio modo di scrivere.

Il rap oggi ha bisogno di album con vari generi all’interno perché rappare non basta più?
È un discorso complesso. Il rap ha sempre avuto dei momenti di piattume. Fra il 2014 e il 2015 uscirono grandi album come “Status” di Marracash, ma lo stile era quello. Non c’erano in atto rivoluzioni. Nel 2016 è emerso Sfera Ebbasta e si è formato un nuovo movimento. Oggi ci sono giovani, in una concorrenza spietata, che si stanno facendo vedere, penso ad Anna e Shiva per esempio. Proprio Anna ha dimostrato quanto la cassa dritta sia culturalmente più vicina a noi, paradossalmente, della rappata. In certi live quando parto con le rappate più forti, alcuni fra il pubblico mi guardano come se fossi un alieno, non capiscono. Eppure il rap è stato ampiamente sdoganato.

Jake La Furia proprio in una diretta con te ha detto: “In Italia non rappa più nessuno”.
La verità è che rappare non è la strada più utile e facile per arrivare al grande pubblico, non è la priorità e non interessa. Molte persone credono ancora che il rap sia una filastrocca come negli anni novanta con Jovanotti.

La salvezza?
Un rap vero ed eclettico, oltre a una forte personalità, che è l’unico modo per farsi capire davvero.

In “Non me ne frega un cazzo” c’è il feat con Fabri Fibra: un intervento lungo e spesso a livello contenutistico, forse uno dei migliori che abbia mai fatto.
Lo penso anche io. Ha fatto tante collaborazioni in questi anni, ma qui si è davvero superato. Ha tenuto un livello altissimo e mi ha fatto un grande regalo. In tre giorni mi ha mandato le strofe con le voci giuste: stiamo parlando di un fenomeno.

(Claudio Cabona)

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