“Decamerock”: la storia di Amy Winehouse

Un estratto dal nuovo libro di Massimo Cotto, “sulle tracce di vite maledette e affascinanti, centouno storie di fortune e sconfitte, tragedie e amori, rovinose cadute e incredibili resurrezioni, passioni sregolate e altri eccessi”
“Decamerock”: la storia di Amy Winehouse

l ritratto di Amy Winehouse dal libro “Decamerock” di Massimo Cotto

La lista dei musicisti morti a 27 anni è impressionante. Il primo a morire tragica- mente a quell’età fu Robert Johnson (avvelenamento). Poi arrivarono Jesse Belvin (incidente stradale), Brian Jones dei Rolling Stones (annegamento), Alan Wilson dei Canned Heat (overdose), Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison (tutti per overdose), Pigpen dei Grateful Dead (alcol), Dave Alexander degli Stooges (polmonite), Pete Ham dei Badfinger (suicidio), Gary Thain degli Uriah Heep (overdose), Chris Bell dei Big Star, D. Boon dei Minutemen e Pete de Freitas degli Echo & the Bunnymen (incidenti stradali), Kurt Cobain (suicidio), Kristen Pfaff delle Hole (overdose), Freaky Tah dei Lost Boyz (omicidio), Richey Edwards dei Manic Street Preachers (scomparso nel nulla). Solo per citare i più famosi.

L’ultima in ordine di tempo è Amy Winehouse. Attorno a lei, poche leggende e molta realtà. Un po’ perché sono cambiati i tempi e oggi tutto è alla luce del sole, un po’ perché Amy, che a volte sembrava correre verso la disperazione e la morte come se fossero oggetti del desiderio e non elementi da cui fuggire, non ha mai fatto nulla per nascondere e nascondersi.

L’ultima notte, quella tra il 22 e il 23 luglio del 2011, la trascorre nella sua villa a Camden Square, al numero 30, che negli anni Sessanta era la soglia da raggiungere. Tutte le rockstar di quel decennio erano convinte che non sarebbero mai arrivate oltre i trent’anni e che sarebbero morte prima di invecchiare. Amy è sola in casa, se escludiamo la presenza al piano di sotto di Andrew, la guardia del corpo che, in linea teorica, avrebbe dovuto prendersi cura di lei e controllare ogni suo movimento per impedire che si facesse del male. In linea teorica.

L’ultima telefonata è con Reg Traviss, regista poco apprezzato e ancora meno apprezzato fidanzato di Amy. Tutti, a partire dalla sua ex, dubitano della sua buona fede. Pensano che stia con lei solo perché ricca e famosa. Quello che non si capisce, di quella dannata sera, è perché lui cambi idea all’improvviso e decida di non raggiungerla. Lui la chiama, lei non risponde. Lui sbuffa, è seccato, ma anche tristemente abituato. Amy vive in un mondo tutto suo, nel quale, a volte, i telefoni smettono di avere la loro funzione e vengono dimenticati chissà dove. Reg prende un taxi e dà l’indirizzo di Camden Square, poi cambia idea e si fa portare a casa. Non rivedrà mai più Amy Winehouse.

La mattina dopo, Andrew, guardia del corpo molto distratta, sale al piano di sopra. La trova a letto, pancia in giù. La chiama. Non ottiene risposta. Non si preoccupa. Capita sempre. Nove volte su dieci, è troppo ubriaca per sentire. La decima volta, forse è lui che ha detto il suo nome a voce troppo bassa. Quando torna in camera, nel pomeriggio, si rende finalmente conto che qualcosa non va. Troppo tardi.

Al funerale, Reg Traviss resta in disparte, si accende una sigaretta, scompare. Forse, nella vita di Amy Winehouse non era mai apparso del tutto. Forse, neanche troppo segretamente, lei continuava a essere innamorata di Blake Fielder-Civil, l’uomo che aveva sposato, che l’aveva distrutta e portata dove non doveva andare, oltre la dipendenza e sull’orlo dell’overdose, ma che, in fin dei conti, rimaneva l’uomo che lei aveva amato di più. E se non era presente al funerale, era solo perché non poteva esserci. Era in prigione, a Leeds, nel carcere di Armley, a scontare l’ennesima condanna per furto. Era un pazzo, si era fatto di eroina davanti a lei e lei aveva cominciato a farsi subito dopo, era irresponsabile, perverso, malato. Però lui e Amy si amavano. Davvero. Oggi fa tenerezza vederlo sfatto, distrutto, quasi in miseria. Per alcuni, tenerezza non è la parola giusta: dovremmo dire pena. Non è esente da colpe, Blake Fielder-Civil, che di Amy Winehouse fu marito e compagno, complice e compare. Però, lo ripeto, lei lo amava. E, esattamente com’era accaduto in passato per John Lennon con Yoko Ono e per Kurt Cobain con Courtney Love, più gli altri lo odiavano e più lei lo amava. Aveva il suo nome tatuato sul cuore, mentre lui aveva il nome di Amy tatuato dietro l’orecchio. Era un amore tossico, di dipendenza e devastazione. Però, era amore.

Si erano sposati a Miami. Lei aveva cancellato un’intervista con “Rolling Stone” e aveva mandato tutti affanculo. A Miami, da soli, in gran segreto. Poi, poco dopo, in concerto, lei non aveva resistito e aveva urlato dal palco: “Voglio che sappiate che ho sposato l’uomo migliore del mondo”. Non era vero, non era l’uomo migliore del mondo. Però c’era. C’era sempre. Anche quella notte. L’ultima. Telefonò ad Amy dal carcere. Lei non rispose, il telefono chissà dove. Se fosse stato in città, l’avrebbe raggiunta. Non avrebbe mai fatto come Reg Traviss. Non avrebbe mai cambiato destinazione, mentre era in taxi. L’avrebbe raggiunta e forse si sarebbero fatti del male. Perché, a volte, l’amore è malato e sbagliato. Però è sempre amore. In un modo o nell’altro, è sempre amore.

 

Domani racconteremo la storia di Phil Spector

Le storie già pubblicate:

“Decamerock”: la storia di John Bonham

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Tratto, per gentile concessione dell’autore e dell’editore Marsilio, dal libro “Decamerock”, sul quale potrete leggere altre 100 storie di vite rock.

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