“Decamerock”: la storia di Serge Gainsbourg

Un estratto dal nuovo libro di Massimo Cotto, “sulle tracce di vite maledette e affascinanti, centouno storie di fortune e sconfitte, tragedie e amori, rovinose cadute e incredibili resurrezioni, passioni sregolate e altri eccessi”

“Decamerock”: la storia di Serge Gainsbourg

l ritratto di Serge Gainsbourg dal libro “Decamerock” di Massimo Cotto

Fu artista grande, poeta finissimo, splendido autore di canzoni, un po’ anche cantante. “Io ho sempre pensato parole, mai musica”. Più di tutto, Serge Gainsbourg fu genio della libertà. Le sue azioni non erano mai provocazioni fini a se stesse, ma rivendicazione della libertà assoluta di fare e dire quello che gli pareva, fregandosene delle conseguenze.

Camminando sempre sulla lama di rasoio che separa l’arte dalla vita, Gainsbourg confuse volutamente il personaggio e la persona, riconducendo il discorso sull’arte all’aderenza necessaria tra il vissuto e il cantato. Anche in previsione della sua scomparsa, volle giocare l’ultimo scherzo. Rilasciò al quotidiano “Libération” un’intervista da pubblicare postuma, dove si racconta da vivo e da morto e dove immagina due fini possibili: la prima, in una notte fredda del 1990, assassinato alle spalle mentre rimorchia una donna euroasiatica; la seconda per suicidio, dovuto alla disperazione di essersi scoperto omosessuale, nel 1992, in una suite dell’Hotel Gritti di Venezia, “l’albergo più bello del mondo”.

Quando morì, nel 1991, esattamente a metà tra le due date da lui previste, “Libération”, con un’immagine fulminante e verissima, scrisse che era morto per aver bevuto troppe sigarette. Non aveva fatto altro che trasformare in altre parole una vecchia dichiarazione di Serge Gainsbourg: “C’è un triangolo equilatero nella mia vita, fatto di Gitanes, alcol e donne. Non isoscele. Proprio equilatero”.

Gainsbourg era un genio, amato dalla Francia intera, anche da chi frequentava latitudini musicali diverse, come Nicolas Godin degli Air, che una volta disse: “Chiedete a ogni francese dov’era quando morì Gainsbourg e ve lo saprà dire. Perché lui c’era sempre, nelle nostre vite. Anche se la sua vita era diversa dalle nostre”.

Era considerato il Grande Vecchio più giovane della canzone francese. Voce sporca e roca, barba grigia e incolta, sguardo irriverente e vivo. Un maître à penser di quelli veri, che usava non solo le canzoni, ma la sua stessa vita per mostrare i lati oscuri e inaccettabili dell’esistenza.

Ebreo, figlio di genitori russi emigrati in Francia, Serge Gainsbourg, vero nome Lucien Ginsburg, coltivò dapprima il sacro fuoco della pittura. Fu convertito alla musica da Boris Vian, dopo un memorabile concerto parigino. Le canzoni furono fin dall’inizio torbide e sovversive, a volte ciniche e deridenti, raggrumate come sangue attorno ai temi dell’alcol e delle notti passate a tirar l’alba, del sesso perverso, influenzate dalla mitologia maudit del jazz nero e della chanson intellettuale francese degli anni Cinquanta. Seppe trasformarsi in continuazione, senza mai diventare patetica caricatura e senza mai rinnegare i suoi amori e i suoi argomenti, abbandonando talvolta il suo côté esistenzialista a favore del beat, del rock e della follia tout court, come quando colorò di reggae la Marsigliese, guadagnandosi insulti dai benpensanti ai quali rispose da par suo: prima una bella risata e poi un dito medio alzato.

Gainsbourg, che il mondo ricorda per “Je t’aime... moi non plus” (titolo folle come lui: “Ti amo... neanch’io”), canzone scritta per Brigitte Bardot, ma interpretata poi da Jane Birkin (B.B. era sposata e sarebbe esploso uno scandalo, visto che la relazione con Gainsbourg non era solo artistica), ha scritto infinite altre canzoni da mandare a memoria. Ha girato film, ha provocato, fatto impazzire e innamorare le donne più belle del mondo, lui che era brutto da far paura, con due orecchie a sventola che sembravano un trucco di scena. Aveva la necessità assoluta di essere amato, perché il suo terrore, il suo vero nemico era la solitudine. La sua storica compagna Jane Birkin, la quale una volta disse di averlo abbandonato dopo aver capito che non poteva passare la sua vita con un uomo così ubriaco da non accorgersi nemmeno che lei era in casa, ricorda che negli ultimi mesi, pur di non rimanere solo, usciva la sera per strada e invitava a casa sua chiunque, poliziotti o barboni, ladri, assassini e un tipo strano.

Saggiamente diceva, ogni volta che esagerava, che era bipolare, schizofrenico, folle, maniaco e anche abitato da due persone: la prima, Gainsbourg, era l’artista; la seconda, Gainsbarre, era l’eccesso, la devastazione, l’errore, l’orrore. Aveva coniato un gioco di parole perfetto per i francesi, difficile da tradurre, che va letto ad alta voce per capire: “Quand Gainsbarre se bourre, Gainsbourg se barre”, che, smontando i due nomi, significa: “Quando Gainsbarre si ubriaca, Gainsbourg scompare”. La stessa Jane Birkin, mera- vigliosa più di ogni altra, disse una volta: “Ho amato Gainsbourg, ma Gainsbarre mi faceva paura”.

Sigaro sempre in bocca fin dall’età di tredici anni, dieta poco mediterranea (vino, liquori, mille caffè, sigarette e, a volte, un po’ di cibo), finì preda dei suoi demoni, divorato dalla cirrosi, negli ultimi anni praticamente cieco. Eppure, sempre folle e geniale. Quando fu colpito da infarto, cercò di evitare la barella, dicendo agli infermieri che non era fine farsi portare via in quel modo, poi si lamentò della coperta, che definì “inguardabile”. Davanti al medico sconcertato, si alzò dalla lettiga per recuperare la coperta di Hermès, ci mise dentro una stecca di Gitanes e poi disse: “Va bene, se proprio dovete, adesso portatemi in ospedale”.

Dopo l’intervento al cuore, si fece portare da Jane Birkin una valanga di boccette di profumo. Quando lei gli chiese perché, lui disse: “Così possiamo coprire l’odore di fumo”. Non rinunciò mai alle sigarette, “meglio morire”. Insomma, rimase in piedi anche quando i vizi avevano malmenato il suo corpo oltre ogni limite ritenuto possibile. Molto noto all’estero, fu dio in Francia. Morì da vivo, divorato dalla voglia di vivere ogni secondo dell’esistenza. Il dono più bello.

 

Domani racconteremo la storia di John Bonham

Le storie già pubblicate:

“Decamerock”: la storia di Brian Jones

“Decamerock”: la storia di Keith Moon

“Decamerock”: la storia di Stu Sutcliffe

“Decamerock”: la storia di Ian Curtis

“Decamerock”: la storia di Richey Edwards

“Decamerock”: la storia di Janis Joplin

“Decamerock”: la storia di Nick Drake

Tratto, per gentile concessione dell’autore e dell’editore Marsilio, dal libro “Decamerock”, sul quale potrete leggere altre 100 storie di vite rock.

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